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Stress e nuove tecnologie: che cos'è il technostress

Computer, smartphone, software gestionali e videoconferenze sono ormai da anni parte integrante della vita lavorativa. La digitalizzazione dei processi ha semplificato molte operazioni, velocizzato le comunicazioni e reso possibili nuove modalità di organizzazione del lavoro. Allo stesso tempo, però, un utilizzo intenso o non adeguatamente organizzato degli strumenti digitali può generare nuove fonti di malessere psicofisico. È in questo contesto che si parla di technostress sul lavoro: una condizione associata alla difficoltà di adattarsi alle richieste derivanti dall’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La ricerca scientifica collega lo stress tecnologico soprattutto a fattori come il sovraccarico informativo (information overload),, l’invasività della tecnologia nella vita privata e la complessità degli strumenti da utilizzare, anche alla luce della loro continua evoluzione tecnologica.Tutto ciò può causare delle conseguenze che possono incidere anche sulla sfera personale del lavoratore.

Technostress: definizione e significato

Con technostress si indica una forma di stress digitale collegata al rapporto tra persona, tecnologia e organizzazione del lavoro. Non è quindi il computer in sé a determinare il problema. Lo stress può emergere quando gli strumenti digitali aumentano le richieste cognitive e organizzative senza essere accompagnati da tempi, competenze e modalità di lavoro adeguate.

Può accadere, per esempio, quando un lavoratore debba gestire contemporaneamente email, chat, telefonate, applicazioni aziendali e riunioni online, oppure quando nuovi software vengono introdotti rapidamente senza una sufficiente formazione digitale.

Altri fattori possono essere la necessità di rimanere costantemente reperibili, le notifiche continue, il frequente passaggio da un'attività all'altra e la difficoltà di mantenere un netto confine tra vita e lavoro. Il fenomeno assume quindi una dimensione sia tecnologica sia organizzativa. Anche l’Agenzia Europea per la Sicurezza e Salute sul Lavoro (EU-OSHA) evidenzia come la digitalizzazione possa produrre importanti benefici per l’organizzazione e le condizioni di lavoro ma, se non adeguatamente gestita, possa contribuire all’intensificazione dei carichi di lavoro, alla riduzione dell’autonomia e alla diffusione di una cultura “always on”, rendendo più sfumati i confini tra vita professionale e privata.1

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Dagli effetti fisici alla fatica mentale digitale

Quando si parla di stress digitale, è importante considerare anche gli effetti fisici legati alla postazione di lavoro. L’uso prolungato del videoterminale può favorire posture statiche, affaticamento visivo, discomfort e disturbi muscolo scheletrici. Per questo la prevenzione deve tenere conto non solo dello schermo, ma anche dell’ergonomia postazione dell’illuminazione monitor, del microclima nel luogo di lavoro e, in generale, dell’organizzazione dell’attività.

Il technostress, però, non dipende soltanto dal tempo trascorso davanti al computer. Con la diffusione del lavoro da remoto e ibrido è cresciuto anche il ricorso alle videoconferenze: riunioni online frequenti, soprattutto senza pause e accompagnate da chat, email e documenti condivisi, possono contribuire alla fatica mentale digitale.

Quando le richieste tecnologiche diventano continue possono inoltre comparire forme di ansia tecnologica e, nei casi di esposizione prolungata a elevati carichi digitali e organizzativi, si possono verificare dei fenomeni di burnout digitale. Per ridurre il carico è utile alternare attività, prevedere pause tra le riunioni e ricorrere, quando possibile, a modalità di comunicazione asincrone. In presenza di sintomi persistenti o significativi, è comunque opportuno rivolgersi a professionisti competenti.

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Iperconnessione, ovvero quando il lavoro non finisce mai

La sensazione di dover controllare continuamente email, chat e notifiche, anche la sera o nei giorni di riposo, può alimentare una condizione di iperconnessione. Il problema non dipende soltanto dal numero di ore trascorse davanti a uno schermo, ma anche dalla percezione di dover essere sempre raggiungibili e pronti a rispondere.

Nel lavoro agile questo tema assume anche una precisa rilevanza giuridica. L’articolo 19 della Legge 81/2017 stabilisce che l’accordo che disciplina lo smart working debba contenere una regolamentazione dell’orario di lavoro e prevedere le misure tecniche e organizzative necessarie a garantire al lavoratore effettivi periodi di riposo dagli strumenti tecnologici utilizzati per l’attività lavorativa.2

Il principio è stato ulteriormente esplicitato nel 2021, quando è stato riconosciuto al lavoratore agile il diritto alla disconnessione da strumenti tecnologici e piattaforme informatiche, fatti salvi gli eventuali periodi di reperibilità concordati. La norma collega espressamente questo diritto alla tutela dei tempi di riposo e della salute e stabilisce che il suo esercizio non possa avere conseguenze sul rapporto di lavoro o sulla retribuzione.

Anche il Protocollo nazionale sul lavoro agile nel settore privato del 2021 entra nel concreto: prevede l’individuazione di una specifica fascia di disconnessione durante la quale il lavoratore non svolge la prestazione e richiede l’adozione di misure tecniche o organizzative per garantirla.3 In caso di ferie, malattia, permessi o altre assenze legittime, il lavoratore può inoltre disattivare i propri dispositivi di connessione.

Per le aziende, quindi, prevenire l’iperconnessione significa tradurre questi principi in regole chiare: definire gli orari di reperibilità, evitare aspettative implicite di risposta fuori dall’orario previsto e stabilire modalità di comunicazione compatibili con i periodi di riposo. Una policy aziendale di disconnessione può contribuire a rendere questi confini più chiari e a ridurre l’ambiguità organizzativa.

Il technostress deve essere valutato nel DVR?

Il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro  non definisce il technostress come una categoria di rischio autonoma. Questo, però, non significa che possa essere escluso dalla valutazione dei rischi aziendali.4

L’articolo 28 stabilisce infatti che il DVR debba prendere in considerazione tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, compresi quelli legati allo stress lavoro-correlato. Se quindi l’utilizzo di strumenti digitali, software, piattaforme o dispositivi genera condizioni potenzialmente critiche, questi elementi devono essere valutati in relazione alle attività effettivamente svolte. Anche INAIL 5 ricorda che lo stress lavoro-correlato deve essere valutato e gestito come gli altri rischi per la salute e sicurezza. La valutazione del rischio di technostress, quindi, non può limitarsi a misurare il tempo trascorso davanti a uno schermo, ma deve considerare nel loro insieme persone, strumenti digitali, mansioni e organizzazione del lavoro.

In questa prospettiva, il technostress va quindi letto come un rischio da valutare nel concreto, tenendo conto di come le tecnologie incidono sull’organizzazione e sulle modalità di svolgimento del lavoro. L’obiettivo non è individuare una soglia valida per tutti, ma verificare se l’impiego degli strumenti digitali possa determinare condizioni tali da incidere sul benessere psicofisico dei lavoratori. La valutazione deve perciò essere proporzionata al contesto aziendale e tradursi, quando necessario, in misure di prevenzione e gestione coerenti con i rischi effettivamente rilevati. 

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La prevenzione del technostress in azienda

La prevenzione del technostress richiede un approccio organizzativo, non soltanto individuale. Oltre a formare i lavoratori sull’uso corretto di software e piattaforme, è necessario verificare che gli strumenti digitali semplifichino davvero le attività. Inoltre, è fondamentale definire delle regole chiare su email, chat, riunioni, formazione digitale, tempi di risposta e diritto alla disconnessione, insieme a una corretta distribuzione dei carichi di lavoro, a pause adeguate e a postazioni ergonomiche, possono contribuire a ridurre i rischi. 

Va detto però che per prevenire in modo efficace il technostress è importante adottare un approccio integrato, che non si concentri soltanto sugli strumenti digitali, ma consideri anche l’organizzazione del lavoro, il coinvolgimento dei lavoratori e la tutela della salute e della sicurezza. La gestione del rischio passa quindi anche dalla progettazione dei processi, dalla definizione di regole chiare, come ad esempio l’introduzione di pause dallo schermo. In sostanza si tratta di fare un uso consapevole degli strumenti digitali. 

La tecnologia non rappresenta di per sé un problema, in quanto può favorire autonomia, flessibilità e collaborazione, purché venga introdotta e gestita in modo sostenibile. Per questo è utile valutare periodicamente l’impatto della digitalizzazione sui processi, intervenendo sia sulle competenze sia sull’organizzazione. 

Se vuoi capire come prevenire il technostress nella tua azienda e individuare misure adeguate al tuo contesto lavorativo affidati alla nostra esperienza. 

Contattaci per una valutazione.

NOTE 

1 Leggi qui lo studio completo Digitalizzazione del lavoro, Safety and health at work EU-OSHA. 

2 LEGGE 22 maggio 2017, n. 81. 

3 Protocollo Nazionale sul Lavoro Agile nel settore privato | Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 

4 DECRETO LEGISLATIVO 9 aprile 2008, n. 81.

5 Inail | Rischio stress lavoro-correlato 

DOMANDE FREQUENTI SUL TECHNOSTRESS

Quali sono i sintomi del technostress?

Il technostress (a volte chiamato anche stress da computer) può essere associato a fatica mentale, difficoltà di concentrazione, irritabilità, sensazione di sovraccarico e difficoltà a staccare dal lavoro. Possono inoltre comparire disturbi legati all'uso prolungato del videoterminale, come affaticamento visivo e tensioni muscolo-scheletriche. In presenza di sintomi persistenti o significativi è opportuno rivolgersi a un professionista competente.

Il technostress è un rischio da valutare nel DVR?

Il D.Lgs. 81/2008 non definisce espressamente una categoria autonoma chiamata “technostress”, ma stabilisce che la valutazione debba riguardare tutti i rischi per la salute e la sicurezza, compresi quelli collegati allo stress lavoro-correlato. Se l'uso delle tecnologie genera fattori di rischio rilevanti per l'attività, questi devono quindi essere considerati nella valutazione complessiva.

Come prevenire il technostress in azienda?

La prevenzione passa da una corretta organizzazione del lavoro e dall'uso consapevole degli strumenti digitali. È possibile intervenire definendo regole sulla reperibilità, tutelando i tempi di disconnessione, riducendo notifiche e riunioni non necessarie, introducendo pause regolari, curando l'ergonomia delle postazioni e offrendo una formazione adeguata sulle tecnologie utilizzate.

Cos’è il sovraccarico informativo?

Il sovraccarico informativo, o information overload, si verifica quando la quantità di informazioni da gestire supera il tempo o le risorse cognitive disponibili per elaborarle. Questa condizione può aumentare la fatica mentale digitale, rendendo più difficile mantenere la concentrazione, distinguere le priorità e prendere decisioni in modo efficace.

Il multitasking può incidere sul benessere del lavoratore?

Sì. Il multitasking digitale, soprattutto quando comporta continui passaggi tra email, chat, riunioni, documenti e telefonate, può frammentare l’attenzione e aumentare il carico cognitivo. Nel tempo, questa modalità di lavoro può favorire affaticamento mentale, difficoltà di concentrazione e una maggiore percezione di stress.

Comporta lo smart working dei rischi per la salute?

I rischi nello smart working riguardano sia la salute fisica sia il benessere psicologico dei lavoratori. Oltre agli aspetti ergonomici e alla sicurezza della postazione, è importante considerare anche i rischi legati all’organizzazione del lavoro, all’uso intensivo degli strumenti digitali, alla difficoltà di separare tempi di vita e tempi professionali e alle possibili condizioni di isolamento. Per questo anche il lavoro agile deve essere valutato tenendo conto delle concrete modalità con cui viene svolta l’attività.

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