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Come recitava un vecchio slogan pubblicitario, prevenire è meglio che curare. Vale in tutti gli ambiti. Vale, soprattutto, quando si parla di sicurezza sul lavoro.
Dopo aver messo insieme, in un precedente articolo, tutti i pezzi del puzzle della sicurezza, andiamo ora ad approfondire l’immagine che abbiamo ottenuto. L’insieme di normative, valutazioni e buone prassi giocano un ruolo fondamentale nella prevenzione di rischi e pericoli per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Ma cosa s’intende per prevenzione sul lavoro e come si attua concretamente in azienda? Scopriamolo insieme.

Prevenzione sul lavoro: definizione

Il concetto di prevenzione sul lavoro è definito dall’art. 2 del D. Lgs. 81/08. Si tratta del complesso di disposizioni e misure necessarie per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e  dell’integrità dell’ambiente esterno.
La prevenzione della sicurezza sul lavoro si ricollega agli obblighi che un datore di lavoro deve rispettare nei confronti dei suoi dipendenti e collaboratori per ridurre il numero di possibili infortuni. Nello specifico, la normativa stabilisce che il titolare di un’azienda è tenuto a mettere in campo tutte le azioni di prevenzione adeguate ai possibili rischi dell’attività lavorativa specifica. Ciò in modo tale da eliminare o ridurre il più possibile gli incidenti sul luogo di lavoro (detto che il rischio zero non esiste).
Le principali misure di prevenzione che si devono adottare partono da una valutazione dei rischi dell’attività con la redazione del Documento di valutazione dei rischi (DVR). Altrettanto importanti sono la formazione e il continuo aggiornamento, in tema di sicurezza del lavoro, per tutti i lavoratori. Infine, la prevenzione sul lavoro si attua anche nell’ambiente dove si svolge l’attività lavorativa. Passa, per esempio, attraverso una corretta progettazione delle macchine e delle attrezzature per il lavoro e l’utilizzo di dispositivi di sicurezza.

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Sicurezza e prevenzione: il primo passo è la valutazione dei rischi

In tema di prevenzione sul lavoro, la valutazione dei rischi è un aspetto cruciale. Il datore è tenuto, per legge, a condurla in modo completo e accurato redigendo il DVR. Questa valutazione è un processo essenziale per identificare, valutare e gestire i rischi professionali che i lavoratori possono incontrare nei loro ambienti di lavoro e nelle diverse attività svolte. Esistono tre principali tipi di rischi professionali, ciascuno dei quali richiede una valutazione specifica.

La valutazione dei rischi è obbligatoria quando si costituisce una nuova impresa. In questo caso, il datore di lavoro deve avviare immediatamente il processo di valutazione dei rischi, anche se la stesura del DVR può avvenire entro 90 giorni dall’inizio dell’attività. La valutazione dei rischi è richiesta anche in caso di riorganizzazione della produzione, introduzione di nuove mansioni o cambiamenti significativi nell’organizzazione del lavoro. Inoltre, una nuova valutazione può essere necessaria in caso di infortuni sul lavoro o se i risultati della sorveglianza sanitaria rivelano la necessità di ulteriori misure preventive. La sorveglianza periodica è, pertanto, un elemento fondamentale nella prevenzione sul lavoro per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori.

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Il ruolo chiave dei lavoratori per la prevenzione sui luoghi di lavoro 

Ripetiamo spesso che, oggi più che mai, bisogna aumentare la cultura della sicurezza sul lavoro. In questo senso, la prevenzione sul lavoro è un gioco di squadra: tutto l’organigramma aziendale deve essere, infatti, coinvolto e sentirsi parte della “sfida sicurezza”.
Pensiamo, per esempio, ai dispositivi di protezione. Sappiamo che giocano un ruolo fondamentale nel ridurre l’esposizione dei lavoratori ai rischi professionali. Inizialmente, il datore di lavoro dovrebbe privilegiare l’adozione di dispositivi di protezione collettiva. Infatti, questi strumenti agiscono direttamente sulla sorgente del rischio e, quindi, contribuiscono in modo significativo a ridurlo.
Tuttavia, vi sono situazioni in cui questo potrebbe non essere sufficiente. Entrano in gioco, quindi, i dispositivi di protezione individuale (DPI). Questi devono rispettare alcune importanti caratteristiche: devono essere adatti alla tipologia di rischio professionale da prevenire e non devono aumentare il rischio. Inoltre, devono tener conto delle esigenze ergonomiche e della salute dei lavoratori, conformarsi agli standard qualitativi stabiliti dalla legge² ed essere adattabili alle condizioni di lavoro. Infine, i dispositivi di protezione devono essere personalizzabili per soddisfare le esigenze specifiche di ciascun lavoratore. L’efficacia dei DPI richiede soprattutto l’impegno attivo dei dipendenti, che devono saperli utilizzare in maniera corretta seguendo una specifica formazione e trattarli con cura per evitare danni o usura prematura. Nel caso di malfunzionamento o guasti, bisogna segnalarlo tempestivamente al datore di lavoro. I lavoratori devono contribuire attivamente alla sicurezza e alla prevenzione sul lavoro partecipando a corsi di formazione e sottoponendosi a visite mediche periodiche di sorveglianza sanitaria.

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La formazione: un asso nella manica

C’è, poi, la formazione dei lavoratori, un pilastro essenziale per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro. Non si tratta solo di ottemperare agli obblighi di legge: è un investimento strategico per un’azienda. Per ogni azienda.
Da questo punto di vista, la normativa prevede che un’adeguata formazione informi i lavoratori sui rischi ordinari, specifici e da interferenza associati al loro ambiente di lavoro. Inoltre, si devono ricevere istruzioni e addestramento su procedure di primo soccorso e antincendio. Come evidenziato in un precedente articolo dedicato al tema, la formazione generale e quella specifica costituiscono le fondamenta (obbligatorie) su cui poi va costruita la “casa della formazione”. Andranno, cioè, aggiunti i corsi specifici previsti da norme e accordi. La prevenzione sul lavoro si attua, insomma, anche attraverso una formazione e un aggiornamento puntuali in base al settore e alla mansione.

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NOTE
Foto in evidenza: Freepik

Non esiste sicurezza senza formazione, soprattutto quando si parla di lavoro. Prevenzione è la parola d’ordine. Il rischio d’infortuni sul lavoro non potrà mai essere portato allo zero. Tuttavia, una formazione continua e aggiornata consente di ridurre al minimo questo rischio. In tal senso, l’esperienza ci insegna che la cultura della prevenzione e, appunto, un’adeguata formazione fanno la differenza. A tal proposito, il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro afferma che il datore di lavoro deve assicurare che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente e adeguata in materia di salute e sicurezza. I corsi obbligatori di sicurezza sul lavoro offrono ai dipendenti quelle conoscenze e abilità necessarie per prevenire incidenti e infortuni. Garantiscono, inoltre, che l’azienda rispetta le leggi sulla sicurezza sul lavoro. Insomma, mai come in questo caso, obbligo fa rima con opportunità.

Formazione generale e specifica

I corsi obbligatori di sicurezza sul lavoro si dividono in due moduli. Il primo è più generico e dura 4 ore. Propone una formazione generale sulla normativa di riferimento, sui concetti di rischio, danno, prevenzione e protezione. Prevede anche approfondimenti sull’organizzazione della prevenzione aziendale e su diritti, doveri (e sanzioni) per i vari soggetti coinvolti.
Il secondo modulo è più specifico e la sua durata varia dalle 4 alle 12 ore. Questo in relazione al rischio dell’attività lavorativa (basso, medio, alto), basata sul codice ATECO¹, e sulla mansione del lavoratore. I due moduli sono fruibili in parte anche in modalità e-learning: in particolare, la formazione generale e quella specifica a rischio basso.

LEGGI ANCHE: Formazione generale sulla sicurezza: un obbligo ma non solo

I corsi obbligatori di sicurezza sul lavoro

La formazione generale e quella specifica costituiscono le fondamenta su cui poi va costruita la “casa della formazione”. Andranno, cioè, aggiunti i corsi specifici previsti da norme e accordi. È il caso, per esempio, della formazione obbligatoria per gli addetti ai lavori elettrici, per la gestione e preparazione del trasporto su strada di merci pericolose o, ancora, per chi opera in spazi confinati. Vediamo, a questo punto, quali sono i corsi sulla sicurezza obbligatori.

Primo soccorso

Come previsto dal D.Lgs 81/08, il datore di lavoro è tenuto a designare una o più figure che ricoprano il ruolo di addetti al primo soccorso. Il corso fornisce le competenze di base sulle modalità per l’attivazione del sistema di soccorso e l’attuazione delle manovre di primo soccorso. Si divide in 3 moduli, di durata e approfondimento differente in base al gruppo aziendale di appartenenza: Modulo A 16 ore, Modulo B e C 12 ore. Per tutti i livelli, l’aggiornamento deve essere fatto ogni 3 anni.

Prevenzione incendi

I corsi antincendio sono obbligatori per tutte quelle attività con almeno un dipendente o collaboratore. Il datore di lavoro deve designare uno o più lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione delle emergenze. I contenuti della formazione e la relativa durata dei corsi differiscono a seconda del livello di rischio: 4 ore per il livello 1 (rischio basso), 8 per il livello 2 (rischio medio), 16 per il livello 3 (rischio alto). Per tutti, l’aggiornamento è quinquennale, in attuazione del DM 2 settembre 2021.

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Corsi sicurezza obbligatori per RSPP e RLS

La sicurezza in azienda prende forma e viene garantita da apposite figure chiave. Due di queste sono il Responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP) e il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Anche loro, per la delicata natura del ruolo e per le importanti responsabilità, sono tenuti a una formazione obbligatoria.

Corso Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione (RSPP)

Il Responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP) è colui che, attraverso le opportune conoscenze, garantisce la sicurezza sul luogo di lavoro. Questo incarico può essere ricoperto dal datore di lavoro o da una figura, interna o esterna, da lui nominata. Il corso di formazione obbligatorio ha una durata per il datore di lavoro tra le 16 e le 48 ore, in base al livello di rischio presente in azienda. Per una figura interna o esterna il corso RSPP si sviluppa nel modulo A-B-C che può essere superiore alle 100 ore. Va rinnovato ogni 5 anni.

Corso Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS)

Il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) è la persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quel che concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro. Servono conoscenze specifiche per sviluppare e affinare quelle abilità diagnostiche decisionali e relazionali/comunicative necessarie per un’ottimale gestione del ruolo. Ecco spiegato perché il corso dura 32 ore e ha validità solo annuale.
Il RLS non vigila sull’applicazione delle misure di sicurezza: questo è, invece, il compito del Preposto, la cui formazione è resa obbligatoria dal decreto legge n. 146/2021 (decreto fiscale) coordinato con la legge di conversione n. 215/2021.

LEGGI ANCHE: RSPP, RLS, preposti: ruoli e responsabilità della sicurezza

Quando deve avvenire la formazione obbligatoria di sicurezza?

La formazione obbligatoria dei lavoratori deve essere erogata in momenti specifici. Il primo è all’inizio del rapporto di lavoro. Il nuovo dipendente deve compiere la formazione base di sicurezza sul lavoro (generale+specifica) entro i 60 giorni successivi all’assunzione. Una nuova informazione, formazione e addestramento dovranno essere eseguiti in caso di cambio mansione o reparto. Va, inoltre, prevista una formazione qualora si registri l’arrivo di nuove macchine, nuove tecnologie o nuove sostanze pericolose. La formazione obbligatoria deve sempre avvenire nel corso dell’orario lavorativo. Compito del datore di lavoro è organizzare questi corsi e garantire la partecipazione dei dipendenti.

LEGGI ANCHE: Le scadenze della sicurezza

Il corso non viene garantito? Occhio alle sanzioni

L’articolo 55 del D.Lgs 81/08 stabilisce quali sono le sanzioni in caso di mancato rispetto della normativa in merito alla formazione dei lavoratori in tema di sicurezza.

Ancora, se al RLS non viene consentito di partecipare alla formazione obbligatoria, le sanzioni prevedono l’arresto da 2 a 4 mesi oppure ammenda variabile tra i 2.740 € e i 7mila euro.

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NOTE:

¹ Per saperne di più: Classificazione delle attività economiche ATECO

Torniamo a occuparci di OT23. Si tratta, come noto, di un’agevolazione che premia chi mette in atto interventi migliorativi delle condizioni di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro. Oltre, naturalmente a quelli già previsti dalla normativa vigente. Parliamo, nello specifico, del nuovo Modello OT23 per la riduzione del tasso medio di tariffa per prevenzione per il 2023. Lo scorso agosto, infatti, l’Inail ha pubblicato il nuovo modello OT23 2023¹. Gli interventi previsti sono sostanzialmente quelli già previsti dal modello per il 2022. Tuttavia, qualche novità c’è: andiamo allora a scoprirle.

Modello OT23: di cosa si tratta?

Ogni azienda è tenuta a versare all’Inail un premio assicurativo annuale in favore dei propri dipendenti contro gli infortuni e le malattie professionali. Si tratta di un premio calcolato considerando il livello di rischio dei lavoratori all’interno dell’organizzazione. Tuttavia, la normativa riconosce un sistema di agevolazioni finalizzate a ridurre le somme dovute all’Istituto.
Ogni anno, dai primi di agosto, è disponibile il modello di domanda per la riduzione del tasso medio di tariffa per la prevenzione. Grazie a quanto previsto dall’art. 23 delle modalità per l’applicazione delle tariffe dei premi, le aziende possono risparmiare sul proprio premio assicurativo. Un vantaggio riservato, però, solo alle imprese che avranno dimostrato di aver intrapreso gli interventi di miglioramento previsti dal mod. OT23. Nel dettaglio, gli incentivi consentono una riduzione del tasso medio di tariffa dal 10% al 28%, a seconda che le imprese abbiamo più di 50 o meno di 10 dipendenti.
Si tratta, dunque, di agevolazioni degne di nota. Specie in un periodo, come quello attuale, in cui le aziende devono fare i conti con il caro energia. Non c’è, tuttavia, solo la sfera economica, comunque importante. Il ROP (return on prevention), ovvero il ritorno dell’investire in sicurezza e prevenzione da malattie e infortuni è pari a 2.2. Ovvero, ogni euro speso in SSL genera un valore più che doppio. Ne parlavamo in questo nostro articolo del 2018, recentemente ripreso da Econopoly, blog del Sole 24 Ore².

OT23
Fonte: www.inail.it

Le novità introdotte…

L’opportunità, insomma, c’è per le aziende. Naturalmente, a patto che vengano osservate tutte le disposizioni obbligatorie in materia di prevenzione e salute sul lavoro. Sostanzialmente, gli interventi previsti dall’OT23 sono quelli già presenti negli anni precedenti. A eccezione, come anticipato, di alcune importanti novità. Partendo dalla prevenzione degli infortuni mortali, il cui punteggio agli interventi A-1.2 e A-1.4 è passato da 50 a 70 punti. Una decisione che, data la crescita degli incidenti mortali degli ultimi anni, sottolinea la volontà dell’Inail di incentivare maggiormente tali interventi. I cambiamenti interessano anche la riformulazione dell’intervento B1 della sezione prevenzione del rischio stradale. Per i veicoli con massa superiore a 35 quintali destinati al trasporto di merci e quelli destinati al trasporto di più di nove persone, infatti, la prova pratica potrà essere effettuata anche con simulatori di guida.

LEGGI ANCHE: Da OT24 a OT23: ecco cosa cambia

… e i cambiamenti in vista

Rispetto il modello OT23 dello scorso anno, per il 2023 viene inserito anche l’intervento E-19. L’azienda interessata, infatti, deve aver adottato un modello organizzativo e gestionale di cui all’art. 30 del D.lgs. 81/08, definito in conformità alla norma UNI 11857-1. Le novità non terminano qui. La riduzione del tasso medio di tariffa prevede, inoltre:

Infine, il modello Inail OT23 prevede la riformulazione dell’intervento F2, previsto per aziende per le quali non è obbligatoria l’adozione di un defibrillatore.

Interventi e punteggi ammessi

Ricordiamo che, ai fini della concessione dei benefici per le aziende meritevoli, l’Inail articola gli interventi nelle sezioni:

A ogni intervento è attribuito un punteggio. Per poter accedere alla riduzione del tasso medio di tariffa, quindi, è necessario aver effettuato interventi tali per cui la somma dei loro punteggi sia almeno 100.

LEGGI ANCHE: OT23 2021: un SGSL per ottenere l’incentivo Inail

Attenzione alla scadenza OT23

L’OT23 rappresenta, dunque, un premio, un’opportunità, un investimento strategico. Del resto ce n’è bisogno: in fatto di SSL bisogna lavorare a livello culturale ma anche a livello strutturale e questi incentivi danno il loro contributo. Come fare, dunque, per poter usufruire di tali agevolazioni? Per accedere alla riduzione, l’azienda deve presentare l’apposita domanda e la documentazione richiesta dall’Inail³, esclusivamente online entro il 28 febbraio 2023. La domanda può essere presentata a prescindere dall’anzianità dell’attività. A patto, però, che gli interventi migliorativi siano stati realizzati nell’anno precedente quello di presentazione della domanda.

NOTE

¹ Per approfondire: Modello di domanda per la riduzione del tasso medio per prevenzione per l’anno 2023 (OT23)

² Scopri di più: Salute e sicurezza sul lavoro: ogni euro investito ne genera due

³ Domanda per la riduzione del tasso medio per prevenzione, guida alla compilazione - anno 2023

Novità in materia di valutazione del rischio. In particolare, sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti dall’esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni. È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale Europea la direttiva (UE) 2022/431¹ che rimette ulteriormente mano alla 2004/37/CE. L’atto normativo modifica alcuni valori limite di diverse sostanze pericolose come piombo e nichel. Vengono, inoltre, introdotte le sostanze tossiche per la riproduzione nel campo d’applicazione della direttiva. Facciamo il punto sulle principali indicazioni e novità introdotte.

LEGGI ANCHE: Scenari di esposizione e valutazione del rischio chimico 

Focus sulle sostanze tossiche per la riproduzione

Una delle novità sta già nel titolo della direttiva (UE) 2022/431. Accanto agli agenti cancerogeni e mutageni, vengono infatti introdotte le sostanze tossiche per la riproduzione. Si tratta di composti o miscele che corrispondono ai criteri di classificazione come sostanze tossiche per la riproduzione di categoria 1A o 1B del regolamento (CE) n. 1272/2008. Questi agenti sono ritenuti responsabili di effetti nocivi sulla funzione sessuale e sulla fertilità di uomini e donne. Viene fatta una distinzione tra:

Proseguendo nell’analisi delle novità, tra gli agenti chimici sottoposti a modifica dalla nuova direttiva (UE) 2022/431 troviamo il benzene. Parallelamente, vengono aggiunte diverse sostanze tossiche per la riproduzione, ponendo, dove presente, un valore limite di esposizione. Tra queste: composti del nichel, mercurio, bisfenolo A e monossido di carbonio.

LEGGI ANCHE: Idrogeno solforoso: un nemico insidioso (ma non invincibile)

Da qui al 2024: come verrà recepita in Italia la direttiva (UE) 2022/431

La direttiva (UE) 2022/431 è in vigore dallo scorso 5 aprile. Gli Stati membri, tra cui l’Italia, hanno due anni di tempo, fino al 5 aprile 2024, per recepire l’atto normativo. Da questo punto di vista, è opportuna una considerazione. Nel panorama normativo italiano, infatti, la valutazione del rischio per lavoratori esposti a sostanze tossiche per la riproduzione ricade nel Capo I del Titolo IX del D. Lgs. 81 del 2008. Diversamente dagli agenti cancerogeni e mutageni, che ricadono nel Capo II dello stesso Titolo IX.
A oggi non è chiaro come verrà recepita la direttiva (UE) 2022/431 nel nostro Paese. Potrebbe essere accorpata interamente nel Capo II del Titolo IX, assieme alle sostanze cancerogene e mutagene, oppure rimanere nel Capo I. Per capire quale sarà l’impatto in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro è necessario, dunque, attendere il recepimento nazionale, previsto, appunto, nell’arco del prossimo biennio.

LEGGI ANCHE: Spazi confinati: valutare il rischio per prevenirlo

Cosa devono fare le aziende

In attesa di capire come verrà recepita in Italia la nuova direttiva (UE) 2022/431, il tema offre già ora lo spunto per un approfondimento. Nello specifico, circa le azioni che aziende e datori di lavoro devono mettere in pratica.
Da questo punto di vista, va sottolineato che la logica prevenzionistica per i lavoratori esposti a sostanze tossiche per la riproduzione segue quella già presente per gli agenti cancerogeni e mutageni. Le nuove condizioni previste dalla direttiva (UE) 2022/431, per quanto tecnicamente possibile, devono includere:

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Formazione, mappatura dei prodotti e SDS aggiornate

C’è dell’altro. E ci riguarda da vicino. È, infatti, necessario che i lavoratori ricevano una formazione adeguata e sufficiente. Ciò per capire se sono o possono essere esposti ad agenti cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione. Al fine di fare chiarezza sull’uso e sui rischi connessi alla manipolazione di queste sostanze, è fondamentale adottare misure per aiutare dipendenti e datori di lavoro a riconoscerle.

Per valutare la gestione, consigliamo di iniziare a mappare i prodotti utilizzati in azienda. Questo al fine di individuare quelli che contengono sostanze presenti nell’allegato III della direttiva (UE) 2022/431. E attenzione alle SDS: ricordiamo, infatti, che, i nuovi limiti di esposizione devono essere riportati nelle schede di dati di sicurezza dei prodotti aziendali. Ciò in virtù del Regolamento n. 878 del 2020.

NOTE

Foto di copertina: fonte Freepik

¹ Per approfondire: Direttiva (UE) 2022/431 del Parlamento europeo e del Consiglio.

Manca poco, meno di un anno. Entrerà, infatti, in vigore dal 4 ottobre 2022. Stiamo parlando del Decreto Ministeriale del 2 settembre scorso. L’atto normativo introduce novità in materia di gestione della sicurezza antincendio, formazione dei lavoratori e degli addetti alla prevenzione incendi. Cambiamenti, dunque, all’orizzonte per le aziende: vediamoli nello specifico.

La nuova normativa antincendio

Il D.M. stabilisce i  criteri  per  la  gestione  in esercizio e in emergenza della sicurezza antincendio. Ciò in attuazione dell'art. 46 del D.Lgs. 81/2008. Trova applicazione nei luoghi di lavoro, così come definiti nell’articolo 62 del D.Lgs. 81/08¹. Per quanto riguarda i cantieri temporanei o mobili, invece, tali disposizioni si applicano in maniera limitata.
Il decreto affronta vari aspetti riguardo la sicurezza antincendio. Per prima cosa, disciplina la gestione della sicurezza antincendio (GSA) in esercizio e in emergenza. Segnala, poi, gli obblighi correlati all’informazione e formazione dei lavoratori. Riporta, infine, indicazioni per gli addetti al servizio antincendio, toccando anche i vari aspetti transitori relativi all’aggiornamento pregresso.

Leggi anche: Nuovo codice di prevenzione incendi: cosa è cambiato?

Gestione della sicurezza 

Il decreto comprende cinque allegati. Nei primi due documenti viene approfondita, nello specifico, la gestione della sicurezza antincendio e le misure da adottare nel normale esercizio e in emergenza. Dall’indicare i nomi degli addetti alla prevenzione incendi ed emergenza ai criteri da rispettare all’interno dei piani di emergenza.
Una delle novità più rilevanti sta nel fatto che la necessità della redazione del piano di emergenza dipende dal numero degli occupanti presenti a qualsiasi titolo all'interno dell'attività. Il piano di emergenza dovrà essere presente in luoghi di lavoro occupati da meno di 10 lavoratori, ma non solo. Anche in luoghi di lavoro aperti al pubblico con presenza contemporanea di più di 50 persone (indipendentemente dal numero dei lavoratori). E nei luoghi di lavoro rientranti nell’elenco dell’Allegato I al Decreto del Presidente della Repubblica 151 del 1° agosto 2011. È il caso, ad esempio, di stabilimenti e impianti dove si producono e/o impiegano gas infiammabili.
Per quanto riguarda i luoghi di lavoro fuori da questi elenchi il piano di emergenza non è obbligatorio. Ferma restando la necessità di adottare misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio, da riportare nel Documento di Valutazione dei Rischi.

La formazione antincendio

L’allegato III della nuova normativa antincendio² specifica le nuove indicazioni circa i corsi di aggiornamento e formazione antincendio. Sono definiti tre livelli in base al rischio delle attività in questione. I corsi di formazione antincendio si articoleranno in maniera differente a seconda del livello dell’attività:

Formare i formatori

I corsi previsti dalla nuova normativa antincendio, tuttavia, non si rivolgono solamente ai lavoratori. Anche i formatori devono, infatti, ricevere un’adeguata formazione antincendio. Questa, secondo quanto previsto dall’Allegato V, si suddivide in tre categorie, a seconda se si voglia diventare formatore di tipo teorico, pratico o di entrambi i tipi. I corsi per formatori si dividono nei seguenti tipi:

Ci sono, infine, novità anche per i requisiti di qualificazione dei docenti antincendio. Questi, infatti, dovranno essere in possesso almeno del diploma di scuola secondaria di secondo grado. E almeno uno tra i requisiti, differenti a seconda che il soggetto si dedichi alla docenza di tipo teorico e pratico o solo a uno dei due.

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NOTE

¹ Per “luoghi di lavoro” s’intendono i luoghi destinati a ospitare posti di lavoro, ubicati all’interno dell’azienda o dell’unità produttiva, nonché ogni altro luogo di pertinenza dell’azienda o dell’unità produttiva accessibile al lavoratore nell’ambito del proprio lavoro.

² Per approfondire: Decreto 2 settembre 2021.

Il magazzino è un reparto centrale in azienda. Lo abbiamo già sottolineato in un precedente articolo. La sua corretta gestione è, dunque, di vitale importanza. Come pure la verifica delle scaffalature. Sapevi che quelle leggere, tra cui le scaffalature da magazzino, non sono considerate attrezzature di lavoro? Fanno parte dell’arredo dell’azienda e sono da controllare periodicamente per evitare possibili criticità. Ecco tutto quel che c’è da sapere.

La verifica delle scaffalature è un obbligo 

Le scaffalature presenti nel magazzino di un’azienda con il tempo possono usurarsi. Ogni giorno, del resto, sono messe a dura prova dal peso della merce. Vanno, inoltre, considerati il picking (il prelievo parziale di materiali) e lo stoccaggio tramite carrelli elevatori. Ecco perché la manutenzione periodica e la verifica delle scaffalature assumono grande rilievo. Questo per controllare lo “stato di salute” degli arredi e per salvaguardare la salute e la sicurezza del personale. Una deformazione degli elementi verticali dovuta a urti accidentali con forche può, per esempio, modificare la sezione del montante. Si crea, così, un’anomala distribuzione dei pesi sullo scaffale, con il rischio di superamento del limite di portata e di cedimenti.

La verifica delle scaffalature non è solo una buona prassi: è un obbligo stabilito dalla legge. Ne parlano, tra gli altri:

Le principali fonti di pericolo per le scaffalature

Sono molteplici le fonti di pericolo per le scaffalature. In primis, una progettazione inadeguata della struttura. Anche il sovraccarico e la corrosione delle strutture possono, però, contribuire a possibili cedimenti degli arredi. Da considerare è anche il tema manutenzione. Sostituzioni non tempestive, ricambi non adeguati, verifiche e controlli insufficienti possono rappresentare potenziali fonti di rischio per la sicurezza dei lavoratori.
La verifica delle scaffalature è, dunque, un’azione di prevenzione. Consente di ridurre al minimo rischi e danni a persone e strutture, assicurando un funzionamento più sicuro del magazzino. Una sfida che passa anche attraverso la corretta formazione del personale.

Verifica scaffalature: ogni quanto va fatta?

La norma UNI EN 15635 stabilisce che l’utilizzatore del magazzino debba far verificare le scaffalature durante l’arco di vita delle stesse. Tale operazione, condotta da personale qualificato e indipendente, va fatta a intervalli non superiori a un anno.
Al termine della verifica delle scaffalature, viene rilasciata un’apposita relazione con osservazioni e azioni da intraprendere per ridurre al minimo i rischi. Nel resoconto viene riportata la valutazione e la classificazione dei danni suddivisa in 3 livelli: 

La relazione costituisce la prova della regolare verifica e corretta manutenzione delle scaffalature. Deve essere conservata dall’azienda ed esibita in caso di ispezioni da parte dell’autorità competente.

Come si controllano le scaffalature 

Nel dettaglio, la verifica delle scaffalature viene fatta da personale qualificato con un controllo visivo delle strutture. Si identificano le non conformità riconducibili a danni dei vari elementi, ma anche eventuali problemi e difetti di progettazione. Vengono, inoltre, effettuati rilievi come quello delle tolleranze di montaggio, di verticalità delle strutture e degli spazi di manovra. Si verificano, ancora, la presenza e la correttezza delle tabelle di portata.
Come abbiamo visto, le non conformità sono classificate secondo livelli di danno e di rischio. Perché siano efficaci, la verifica e la manutenzione delle scaffalature devono essere, dunque, periodiche. Non a caso, la norma UNI EN 15635 specifica che va redatto un piano di ispezioni periodiche. Inoltre, l’utilizzatore deve nominare il PRSES. Sarà quest’ultimo a stabilire, tra l’altro, la frequenza delle operazioni di controllo in base alle condizioni operative.

PRSES: chi è costui?

PRSES sta per Person responsible for storage equipment safety. Tradotto: è il responsabile della sicurezza dell’attrezzatura di immagazzinaggio. Insomma, una figura chiave all’interno del sistema azienda, al pari del RSPP e del preposto. Il suo compito è verificare che le attrezzature siano in buone condizioni e che i metodi di lavoro degli operatori siano sicuri. Deve, inoltre, garantire che le ispezioni dei sistemi di stoccaggio avvengano a intervalli regolari e mantenere un registro delle stesse. Una figura, quindi, di grande rilievo. Anche perché una buona (e sicura) gestione del magazzino ha buone conseguenze sul business. E, perché sia buona ed efficiente, non si può improvvisare. 

Hai bisogno di supporto? Contattaci.
Siamo a disposizione per un primo sopralluogo gratuito nel tuo magazzino.

Con la “fase tre” riprende la possibilità di erogare anche in presenza corsi di formazione per lavoratori in materia di salute e sicurezza. In ogni caso, la normativa prevede ancora limitazioni. In questo articolo parliamo delle misure di prevenzione che applicheremo fino al 14 luglio (salvo diverse comunicazioni).

I nostri prossimi corsi

Per conoscere tutti i nostri prossimi corsi consulta il nostro calendario online. Per richiedere attività formative presso la propria sede aziendale o ulteriori informazioni contattaci.

Norme generali di prevenzione

In generale, per garantire i maggiori standard di sicurezza per docenti e corsisti:

Riprendono i corsi sulla sicurezza in presenza

Nella prima fase della crisi Coronavirus la formazione in materia di sicurezza sul lavoro era stata sospesa (con l’esclusione di quella online). A fine maggio il Ministero del Lavoro aveva riammesso i corsi in presenza, dando adito però ad una serie di dubbi interpretativi. Il DPCM 11 giugno fa chiarezza in materia:

Linee guida per i corsi sulla sicurezza in presenza

Ecco nel dettaglio le nostre linee guida per lo svolgimento dei corsi sulla sicurezza per lavoratori in presenza definite per garantire la sicurezza di corsisti e docenti in ottemperanza alla normativa vigente.

Formazione presso la sede del cliente

Formazione presso la nostra sede

Visto che le normative in materia sono tuttora in costante aggiornamento, queste linee guida potranno essere modificate in ottemperanza alle indicazioni delle autorità Vi ringraziamo fin da ora per la collaborazione.

In queste settimane si parla molto di legionella, un batterio che quest’estate ha causato molti contagi e addirittura alcuni decessi nel Nord Italia. Ma cos’è la legionella? Dove e come si diffonde? Come avviene il contagio e quali sono i sintomi? Come prevenire la sua diffusione, in particolare nei luoghi di lavoro? Il datore di lavoro è infatti tenuto per legge a valutare e prevenire tutti i rischi, compreso quello biologico.

Cos’è la legionella?

La legionella è il batterio che causa la legionellosi o Malattia del legionario. Si tratta di una malattia che colpisce l’apparato respiratorio in modo più o meno grave. Viene trasmessa per inalazione attraverso l’acqua nebulizzata, ambiente in cui il batterio responsabile si annida e si riproduce. È causata in particolare dal batterio Legionella pneumophila, ma esistono circa una cinquantina di sottospecie in grado di attaccare l’uomo

Come avviene la diffusione?

La legionella prolifera in serbatoi, tubature, bacini, tra i 25° C e i 55° C, facilitata da condizioni di stagnazione e scarsa igiene. Per questo i contagi sono più facili d’estate. Il batterio diventa pericoloso per l’uomo quando entra nelle vie respiratorie attraverso microscopiche gocce di acqua infetta (aerosol). Come spiegato sul sito dell'Istituto Superiore di Sanità, "le goccioline si possono formare sia spruzzando l'acqua che facendo gorgogliare aria in essa, o per impatto su superfici solide”.

Quali sono i sintomi?

La legionella ha un periodo di incubazione che va dai 2 ai 10 giorni dopo il contagio. I sintomi sono legati ovviamente alle vie aeree e possono essere di diversa intensità. Si va dai più lievi come una leggera febbre di 3/4 giorni. Nei casi più gravi e pericolosi, tuttavia, può causare polmonite. In queste circostanze è richiesto un trattamento antibiotico. La legionella in ogni caso non si trasmette da persona a persona.

Riferimenti normativi

La legionella infatti è classificata tra gli agenti biologici per i quali la il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro (Titolo X e allegato XLVI del decreto legislativo n. 81 del 2008) prevede l’adozione di specifiche misure di prevenzione a seguito del procedimento di valutazione del rischio.

La prevenzione nei luoghi di lavoro?

I luoghi deputati al proliferare del batterio Legionella pneumophila sono quelli legati alla rete idrica. Pertanto è innanzitutto fondamentale per il datore di lavoro operare una valutazione del rischio che permetta di prendere le contromisure adeguate, prima fra tutte una bonifica di tubature e serbatoi. È opportuno utilizzare tutti i DPI necessari se si è a contatto con aerosol e pulire spesso filtri di rubinetti, serbatoi d’acqua e aria condizionata.

Siamo a disposizione per supportare le aziende per una attenta valutazione dei rischi specifica per la legionella e altri agenti biologici e collabora con Partner di esperienza per la corretta gestione delle misure di prevenzione e per un’eventuale bonifica. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad arzignano in provincia di Vicenza.

Anche se non lo sappiamo, ogni giorno ciascuno di noi potrebbe venire a contatto con sostanze pericolose per la salute. Sostanze chimiche potenzialmente dannose infatti sono ancora largamente impiegate in molti prodotti. Dalle colle alle vernici ai prodotti di pulizia, fino a fotocopiatrici e stampanti. Fra i più frequenti inquinanti interni al di sopra dei limiti ci sono: formaldeide, benzene e terpeni.

L’esposizione a sostanze pericolose

Le sostanze pericolose sono liquidi, gas o solidi che mettono a repentaglio la salute o la sicurezza dei lavoratori. I lavoratori esposti ad agenti chimici o biologici sul posto di lavoro sono milioni. Nel 2015, il 17% dei lavoratori dell’UE ha riferito di venire a contatto con sostanze chimiche per almeno un quarto del proprio tempo lavorativo. Una percentuale praticamente invariata rispetto al 2000.

Valutazione del rischio da sostanze pericolose

Al fine di proteggere i lavoratori dalle sostanze pericolose, il primo passo è effettuare una valutazione dei rischi. Successivamente, è necessario attuare le misure volte a rimuovere o ridurre i rischi nei limiti del possibile. Infine, occorre monitorare regolarmente la situazione nonché valutare l’efficacia delle azioni intraprese. Per saperne di più, EU-OSHA mette a disposizione diversi strumenti consultabili on line.

Gerarchia della prevenzione

La legislazione europea (della quale fa parte anche il regolamento REACH) relativa alla tutela dei lavoratori stabilisce una gerarchia di misure che i datori di lavoro devono intraprendere al fine di controllare il rischio rappresentato dalle sostanze pericolose per i lavoratori.

  1. Eliminare l’uso delle sostanze pericolose modificando il processo in cui vengono utilizzate.
  2. Se l’eliminazione di una sostanza non è possibile, sostituirla con una meno pericolosa.
  3. Se non è possibile sostituire una sostanza:
    1. controllare le emissioni alla fonte (sistema chiuso o impianti di ventilazione;
    2. ridurre il numero di lavoratori esposti, la durata e l’intensità dell’esposizione.
  4. Dotare i lavoratori di adeguati dispositivi di prevenzione individuale (DPI).
  5. Valutare attentamente le modalità di stoccaggio e le incompatibilità tra prodotti.

Limiti di esposizione professionale

Per una serie di sostanze pericolose, l’UE e gli Stati membri hanno fissato limiti di esposizione professionale (OEL)  che devono essere rispettati. Tali valori possono essere vincolanti (devono essere rispettati) o indicativi (nel senso che esplicitano l’obiettivo da raggiungere). Gli OEL sono stabiliti anche nelle direttive europee in materia di sicurezza sul lavoro.

Siamo a disposizione per un sopralluogo gratuito in tutte le aziende preliminare alla valutazione del rischio chimico. E in generale, per verificare l’esposione a sostanze pericolose e stabilire misure di prevenzione in linea con la normativa. Per ulteriori informazioni, contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

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