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Potremmo definirla una questione… geometrica. Come l’area di una piramide è quella della superficie totale, data dalla somma delle aree di tutte le facce, l’area della piramide della sicurezza è data dall’insieme di tutti gli aspetti essenziali per prevenire il rischio.
A volte, nel luogo di lavoro, può capitare di trovarsi ad affrontare situazioni in cui un istante di distrazione può farci sfiorare un pericolo. Momenti in cui, per un soffio, evitiamo un incidente. Sono i cosiddetti near misses, ovvero i mancati infortuni. Si tratta di eventi correlati al lavoro, che, pur potendo, non hanno dato luogo a lesioni o malattie. In altre parole, i mancati infortuni sono incidenti che non causano danni. Segnalare e analizzare i near misses è una grande opportunità per il miglioramento continuo del processo di valutazione dei rischi e per la prevenzione degli infortuni. Come fare? Un contributo è dato, per esempio, dalla piramide della sicurezza, che rappresenta la relazione tra gravità e frequenza degli infortuni. Uno strumento statistico per valutare e migliorare la sicurezza sul lavoro: conosciamolo meglio e scopriamo come applicarlo concretamente nella pratica quotidiana.

Che cos’è la piramide della sicurezza sul lavoro

Rilevare anomalie e mancati incidenti sul lavoro consente di prevedere situazioni che possono portare a infortuni anche gravi. In tal senso, la piramide della sicurezza sul lavoro è la dimostrazione di quanto, nella gestione degli incidenti, sia importante adottare un approccio olistico. Conosciuta anche come legge di Heinrich-Bird o triangolo della sicurezza, la piramide della sicurezza permette di visualizzare in uno stesso grafico, la relazione tra:

Questa teoria si basa sull’assunto secondo cui, agendo sulla riduzione degli eventi alla base della piramide (near misses), si possono prevenire eventi con conseguenze più serie. Nella maggioranza dei casi, infatti, gli infortuni più gravi rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Osservando il quadro completo, cioè tenendo conto dei near misses e dei comportamenti non sicuri, è possibile individuare le aree in cui possono essere apportati miglioramenti significativi.

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Cosa raffigura la piramide della sicurezza: Heinrich e Bird

Per comprendere come funziona la piramide della sicurezza e cosa raffigura, è utile risalire alle sue origini. Negli anni ’30 del secolo scorso, Herbert William Heinrich, sovrintendente della divisione di Ingegneria e ispezione della compagnia di assicurazioni The Travelers Companies, condusse una serie di ricerche empiriche sulla sicurezza sul lavoro.
Nella sua analisi di oltre 500.000 infortuni in contesti industriali negli Stati Uniti, identificò un rapporto quasi costante tra infortuni gravi, infortuni minori e near miss. Nel dettaglio, emerse che, per ogni infortunio grave (con lesioni gravi o mortali), si erano verificati 29 infortuni minori e 300 near misses. Da allora, il rapporto “1-29-300”, rappresentato sotto forma di piramide, divenne nota come legge di Heinrich.
Un trentennio più tardi, questo principio è stato rivisitato e ampliato dallo statistico Frank E. Bird. Sulle orme di Heinrich, venne introdotto un quarto livello nella piramide, distinguendo gli infortuni mortali dagli infortuni con lesioni gravi. Dopo aver analizzato oltre 1,7 milioni di incidenti segnalati, Bird arrivò alla conclusione secondo cui, per ogni incidente mortale sul lavoro, ci sono 10 infortuni che causano lesioni gravi, 30 infortuni che causano lesioni minori e 600 near misses.

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Come applicare il modello nella pratica

Sviluppata per aiutare le organizzazioni a comprendere meglio i rischi sul lavoro e adottare misure di prevenzione adeguate, la piramide della sicurezza, per anni, ha fornito una base importante di comprensione degli infortuni.
Il modello suggerisce che, rimuovendo abbastanza elementi dalla base della piramide, si potrà diminuire la probabilità di salire più in alto, ai livelli degli incidenti più gravi. Eppure, nonostante la sua popolarità, alcuni esperti hanno contestato la validità delle relazioni proposte da Heinrich e Bird. Mettendo in discussione se, riducendo gli infortuni minori, sia possibile abbassare la probabilità di quelli più gravi. Sebbene questi modelli abbiano il loro valore, per gli esperti è fondamentale evolvere e adattare le strategie di sicurezza all’ambiente lavorativo moderno. Diffondere la cultura della prevenzione utilizzando la piramide della sicurezza, dunque, è possibile se:

Soltanto investendo nella formazione e nella consapevolezza dei lavoratori, è dunque possibile trasformare ogni near miss e incidente minore in un’opportunità di apprendimento. Contribuendo, così, a creare un ambiente di lavoro più sicuro e a dare forma concreta alla piramide della sicurezza. Partire dalla base per puntare in alto.

Quando si dice che il miglior attacco è la difesa, nel mondo delle aziende non si può non pensare al modello organizzativo 231. Si tratta, a tutti gli effetti, di uno scudo che le imprese possono alzare per difendersi dalle conseguenze di azioni illegali dei propri dipendenti. Il Mog 231 non è, però, una semplice raccolta di regole, ma una vera e propria guida. Scopriamo insieme di cosa si tratta e quali sono i vantaggi che possono derivare dall’adozione, non obbligatoria, di questo modello.

Che cos’è il modello 231

Possiamo definire il modello organizzativo 231 come un insieme di procedure finalizzate a regolare e delineare la struttura aziendale e la gestione dei processi sensibili. Questo strumento è adottato dalle aziende per proteggersi dalle implicazioni legali dei reati commessi dai singoli dipendenti.
Il D.Lgs. 231/2001¹ stabilisce la responsabilità penale delle società per i reati commessi da: dipendenti con ruoli di rappresentanza, gestione e amministrazione; entità organizzative autonome; lavoratori soggetti alla direzione e vigilanza. Le sanzioni amministrative e penali possono essere alquanto onerose, senza contare potenziali interdizioni e confische.
Per mitigare questi rischi, le aziende possono adottare il modello organizzativo e di gestione adeguato, previsto dal decreto 231, prima della commissione di un reato per evitare la responsabilità amministrativa e penale.

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Obbligo o necessità?

L’adozione del Mog 231 non è obbligatoria, ma è fortemente consigliata per garantire la responsabilità aziendale. Esistono, tuttavia, situazioni in cui diventa necessario adottare un modello di gestione della sicurezza.

In alcuni casi, poi, la presenza del modello organizzativo 231 può essere richiesta come requisito contrattuale o di licenza per l’avvio o il mantenimento di un’attività.

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I vantaggi del modello organizzativo 231

Il modello organizzativo 231 offre diversi benefici e promuove una cultura aziendale etica e conforme alle normative.

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Come si compila il Mog 231

In primis è fondamentale comprendere il ruolo dell’organo amministrativo responsabile della redazione del Mog 231, il quale nomina l’Organismo di vigilanza (Odv). L’Odv, come stabilito dalla legge, costituisce un ente interno all’azienda, con poteri autonomi sia di iniziativa, sia di controllo. Il suo ruolo primario è quello di sorvegliare per prevenire comportamenti fraudolenti da parte delle figure di vertice all’interno dell’organizzazione.
Nonostante non esista un modello standard che possa essere applicato uniformemente a tutte le situazioni, per redigere il modello organizzativo 231 è comunque necessario seguire un preciso iter.

  1. Mappare le diverse aree dell’azienda per individuare e valutare i rischi di reato.
  2. Condurre un’attività di valutazione del rischio  per valutare l’efficacia del sistema di controllo interno.
  3. Effettuare un’analisi comparativa e preparare un piano di miglioramento, se necessario.
  4. Redigere il modello organizzativo 231, adattandolo alle specifiche dell’azienda.
  5. Fornire una formazione adeguata attraverso l’Organismo di vigilanza, al fine di garantire la corretta comprensione e attuazione delle disposizioni previste dal Mog 231.

Ogni impresa deve adattare il modello alle specifiche caratteristiche della propria attività. Il documento varia, infatti, a seconda delle attività svolte dall’azienda, delle relazioni con altri enti e dei processi produttivi interni.

Modello organizzativo 231 e whistleblowing

Nel microcosmo aziendale, il modello organizzativo 231 non viaggia, ovviamente, da solo. A partire dal 17 dicembre 2023, con l’entrata in vigore del D.Lgs. 24/2023² anche per  le imprese private fino a 249 lavoratori impiegati, è scattato l’obbligo di istituzione di una piattaforma per la segnalazione di illeciti.
Questo in virtù delle novità introdotte dal decreto legge sul whistleblowing, di cui abbiamo parlato in un precedente articolo. L’obiettivo è promuovere la trasparenza e la prevenzione di comportamenti illeciti all’interno delle organizzazioni. Il whistleblowing consente a dipendenti, collaboratori esterni e chiunque sia in contatto con l’azienda,  di segnalare in modo sicuro e anonimo irregolarità, frodi, corruzione o altre violazioni di legge, garantendo loro protezione da possibili ritorsioni o discriminazioni. Questo obbligo è stato introdotto per favorire un ambiente lavorativo più etico, trasparente e conforme alle normative vigenti, consentendo alle aziende di individuare e affrontare tempestivamente i problemi, riducendo così il rischio di sanzioni o conseguenze legali.

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NOTE 

¹ Per approfondire: Decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231

²  Per saperne di più: Whistleblowing - Anac

Whistleblowing in Italia: fischio d’inizio. Il 2023 è stato un anno rilevante per la regolamentazione della pratica di segnalare illeciti o comportamenti scorretti all’interno di un’organizzazione. Un tema, questo, di crescente importanza nel contesto della trasparenza e dell’integrità aziendale. Anche grazie all’impegno di Transparency International Italia¹, un’organizzazione non governativa il cui principale obiettivo è quello di sviluppare strategie efficaci per prevenire la corruzione. Approfondiamo, allora, la normativa che regola il whistleblowing in Italia, scoprendo quali sono gli obblighi (e i benefici) per le aziende virtuose.

Che cosa significa whistleblowing

Già diffuso da tempo negli USA e nel Regno Unito, il whistleblowing è uno strumento di compliance aziendale attraverso il quale i dipendenti di amministrazioni pubbliche e realtà private possono spontaneamente segnalare, in modo riservato e protetto, eventuali illeciti avvenuti all’interno dell’organizzazione. Si tratta, quindi, di uno strumento per far emergere comportamenti, atti od omissioni che ledono l’interesse pubblico o dell’ente privato. È il caso, per esempio, di:

Oltre a quello intrinseco della prevenzione degli illeciti, lo scopo del whistleblowing in Italia è quello di coinvolgere e sensibilizzare i cittadini alla lotta all’illegalità, richiedendo di partecipare attivamente al miglioramento della società.

LEGGI ANCHE: Ecco perché conviene un audit di verifica della conformità normativa

Il whistleblowing in Italia: le novità introdotte

In tema di whistleblowing, in Italia lo scorso marzo è entrato in vigore il D.Lgs. 24/2023², in attuazione della Direttiva (UE) 2019/1937. L’atto normativo sostituisce le disposizioni previste dalla legge n. 179/2017 per il settore pubblico e dal D.Lgs. 231/2001 per quello privato.
La nuova normativa sul whistleblowing in Italia estende la cerchia dei soggetti che possono avanzare una segnalazione, ovvero i whistleblower. Tra questi troviamo:

Tra i soggetti segnalanti troviamo anche volontari e tirocinanti, figure di amministrazione, controllo e vigilanza. La segnalazione può essere presentata attraverso il canale interno, cioè nell’ambito del contesto lavorativo. In alternativa, ci si può rivolgere esternamente, all’Autorità nazionale anticorruzione o tramite una divulgazione pubblica, ma solo in alcuni casi³. Si può optare anche per la denuncia all’autorità giudiziaria o contabile.

Obblighi e scadenze per le aziende in materia di whistleblowing

Le novità introdotte dal decreto legge sul whistleblowing in Italia sono molteplici. Sono previste anche scadenze diverse per l’implementazione delle disposizioni di legge, in base alle dimensioni dell’azienda e a specifici criteri.

Più tutele per chi segnala

La nuova disposizione normativa in materia di whistleblowing ha introdotto importanti cambiamenti anche sul fronte della riservatezza, prevedendo un solido sistema di tutele.
Sarà necessario attivare canali di segnalazione interna che garantiscano, anche grazie all’uso di strumenti di crittografia, la riservatezza dell’identità del whistleblower. Ma anche delle persone oggetto della segnalazione, e, più in generale, di tutti i soggetti coinvolti. La discrezione riguardo i dati sensibili è un requisito obbligatorio per assicurare la conformità della propria azienda alla normativa.
Inoltre, dovrà essere fornita idonea informativa al trattamento dei dati, ai sensi del Regolamento GDPR. Il titolare del trattamento dovrà stabilire i tempi di conservazione della segnalazione, nominare e istruire i soggetti incaricati alla gestione delle stesse ed effettuare una valutazione d’impatto privacy (DPIA).

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Inadempienze e sanzioni per le imprese

In materia di whistleblowing, in Italia, l’ANAC assume la responsabilità esclusiva di valutare le segnalazioni e l’eventuale applicazione delle sanzioni amministrative. Sia per quel che riguarda il settore pubblico sia per quello privato. Tale organo prevede sanzioni che vanno da 10.000 a 50.000€ per le imprese che non hanno istituito canali di segnalazione o che non hanno adottato procedure per la loro effettuazione e gestione. Lo stesso vale nei casi in cui si accerti che:

Le sanzioni, tuttavia, non interessano soltanto le aziende inadempienti. Sono, infatti, previste ammende anche per i segnalanti che incorrono nei reati di diffamazione o calunnia con la denuncia all’autorità giudiziaria o contabile. Per tali figure, l’importo delle contravvenzioni varia da 500 a 2.500 euro.

Benefici e opportunità in ambito aziendale

Sanzioni, ma non solo. Il whistleblowing, in Italia, offre una serie di benefici sia per le aziende, sia per gli stessi segnalatori.
Per le prime, il whistleblowing può rappresentare un’opportunità per rilevare e affrontare tempestivamente eventuali comportamenti illeciti o scorretti. In questo modo possono prevenire perdite finanziarie, eventuali contenziosi legali e potenziali danni reputazionali. Inoltre, il whistleblowing può contribuire a creare un ambiente lavorativo più etico e responsabile, aumentando la fiducia tra dipendenti e clienti.
Dal canto loro, i whistleblower possono sentirsi più tutelati e incoraggiati a segnalare attività illecite senza il rischio di ritorsioni (licenziamento, sospensione, demansionamento, discriminazioni, ecc.). In questo senso, si assiste gradualmente a un cambio di percezione delle figura del whistleblower nel nostro Paese: da “spione” o “delatore” a figura che contribuisce a migliorare la trasparenza e l’etica all’interno di un’organizzazione, facendosi promotore di una cultura dell’integrità.

Siamo a disposizione per offrirti tutta la consulenza necessaria a mettere in regola la tua azienda alla luce delle novità normative in tema di whistleblowing.
Per informazioni,
contatta i nostri esperti.


NOTE
¹ Per approfondire: Whistleblowing, Transparency International Italia
² Leggi il testo completo del Decreto legislativo 10 marzo 2023, n. 24
³ Per saperne di più: Whistleblowing, le novità del D.Lgs. n. 24/2023, ANAC

La sicurezza sul lavoro è un tema cruciale. Per tutti i lavoratori. Ciò indipendentemente dalla nazionalità o dalla lingua madre. Per gli stranieri che vivono e lavorano in Italia, tuttavia, la comprensione della materia sicurezza sul lavoro può talora rappresentare una vera sfida proprio dal punto di vista linguistico. Si tratta di abbattere le barriere. Operando sul campo, abbiamo raccolto per tempo la sfida. Ecco perché, da tempo, eroghiamo formazione sulla sicurezza ai lavoratori stranieri anche in inglese. E non solo: ci siamo testati anche con la lingua indiana. Come? Attraverso un lavoro sinergico con degli interpreti. Del resto, la formazione deve arrivare a tutti i lavoratori. Anche perché non si tratta di un mero attestato per ottemperare agli obblighi di legge. È, piuttosto, un percorso di crescita personale e un’opportunità. Per lavorare meglio, più sicuri.

Sicurezza sul lavoro per tutti: non solo un obbligo morale

La formazione sicurezza ai lavoratori stranieri non è solo un obbligo morale. È prevista dalla legge. In particolare, il Testo Unico sulla Sicurezza stabilisce che:

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Il peso del fattore linguistico

Sempre il TUS sottolinea che, nei confronti dei lavoratori stranieri, i corsi devono essere realizzati previa verifica della comprensione e conoscenza della lingua veicolare e con modalità che assicurino la comprensione dei contenuti.
Una di queste modalità è la presenza di un mediatore interculturale o di un traduttore. È importante, comunque, che il lavoratore straniero apprenda un minimo della lingua italiana, per la comunicazione con gli altri dipendenti e con il datore di lavoro. Al fianco di corsi sulla sicurezza, è necessario anche frequentare corsi di lingua italiana.
Non è tutto. L’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 sottolinea che le imprese che occupano lavoratori stranieri devono garantire una formazione adeguata, anche in materia linguistica. Ciò al fine di favorirne l’inserimento e la qualificazione professionale. La formazione deve tener conto delle competenze e conoscenze pregresse dei lavoratori stranieri e deve essere qualificata, ovvero di livello adeguato alle esigenze del lavoratore e del contesto professionale.

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Il caso Veneto: lavoratori stranieri nella concia, ma non solo

Nello specifico, nel territorio vicentino esiste un problema di lingua dato dall’elevato numero di lavoratori stranieri, soprattutto nei settori che richiedono molta manodopera. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto Immigrazione dell’Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità del Veneto², nel 2021 le percentuali di assunzione di persone straniere hanno riguardato:

Anche la concia vede impiegati molti lavoratori stranieri. Nel 2019 i lavoratori stranieri occupati nel settore conciario in Veneto erano oltre 4.000, circa il 40% degli occupati totali del settore. Presenza di lavoratori stranieri che era ed è particolarmente elevata in alcune province venete, tra cui proprio Vicenza. Un numero così elevato di lavoratori stranieri che possono non comprendere bene la lingua italiana può portare a situazioni di pericolo e a infortuni sul lavoro. L’erogazione di corsi di sicurezza in inglese o in lingua indiana nasce, quindi, anche da una necessità: cercare di prevenire ogni possibile rischio.

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Formazione sicurezza ai lavoratori stranieri: l’importanza dell’interprete

Uno dei capisaldi nella formazione sulla sicurezza è che essa sia recepita e compresa da tutti. Per questo, nell’ambito della formazione sicurezza ai lavoratori stranieri, collaboriamo da tempo con interpreti di lingua inglese e indiana che ci aiutano durante i corsi. Il lavoro dell’interprete è molto importante: non si limita a tradurre ciò che noi formatori diciamo. Bensì, si prepara adeguatamente sugli argomenti che presentiamo, in modo tale da essere più chiaro durante la traduzione.
Al termine del corso, viene erogato un test, anch’esso tradotto in inglese o in indiano, per evitare errori o incomprensioni legati alla lingua italiana. Per noi, la qualità della proposta formativa passa anche da questo intervento corale, senza lasciare indietro nessuno. D’altronde, la formazione sulla sicurezza è un percorso condiviso e che porta benefici a tutti i soggetti coinvolti.

NOTE

¹ Per approfondire: D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul lavoro

² Rapporto Immigrazione 2021 dell’Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità del Veneto

Materiali isolanti come schiume poliuretaniche, ma anche plastica, vernici e pitture. È lunga la lista dei prodotti che contengono diisocianati. Come pure quella degli ambiti in cui questi composti chimici trovano applicazione. Essendo alla base della produzione di oggetti e materiali in poliuretano, infatti, i diisocianati sono utilizzati in un’ampia gamma di settori. Ed è proprio per le aziende di tali settori che, con la pubblicazione della modifica del Regolamento REACH, dal 24 agosto 2023 scatta l’obbligo di formazione sui diisocianati.

Diisocianati: cosa sono

Edilizia, automotive, ma anche industria della plastica: sono solo alcuni degli ambiti in cui i diisocianati vengono abitualmente utilizzati.
Si tratta di un ampio gruppo di composti chimici a cui, secondo la valutazione d'impatto della Commissione Europea, sarebbero esposti oltre 4 milioni di lavoratori. Numeri che impongono una riflessione. L’esposizione professionale ai diisocianati è, infatti, per gli esperti, tra le principali cause di sviluppo dell’asma in età lavorativa.
Il regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio¹ li classifica come sensibilizzanti delle vie respiratorie e della pelle di categoria 1. Una sensibilizzazione ritenuta particolarmente grave, finanche irreversibile e invalidante, specie nei processi di nebulizzazione, schiumatura o in applicazioni a caldo. In queste lavorazioni, le molecole di diisocianati possono diventare particolarmente volatili, rischiando dunque di essere inalate o assorbite dalla cute.

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Modifica del Regolamento REACH: ecco cosa cambia

Con la pubblicazione della modifica del Regolamento REACH², all'interno dell’allegato XVII è stata introdotta la Restrizione n.74 relativa all’uso e immissione sul mercato di prodotti a base di diisocianati.
Secondo quanto previsto dall’atto normativo, tutti i lavoratori che manipolano prodotti contenenti diisocianati in concentrazione superiore allo 0,1% in peso, sono tenuti a frequentare uno specifico corso di formazione. Ma non è tutto. Oltre all’obbligo di formazione sui diisocianati, con la modifica del regolamento, dal febbraio dello scorso anno, non è più possibile immettere sul mercato diisocianati intesi come costituenti di altre sostanze o in miscele per usi industriali e professionali. Questo a meno che:

Sull’imballaggio, inoltre, deve essere riportata la dicitura: “A partire dal 24 agosto 2023 l’uso industriale o professionale è consentito solo dopo aver ricevuto una formazione adeguata”.

LEGGI ANCHE: Nuovo servizio di consulenza REACH CLP e rischio chimico

Obbligo formazione diisocianati: cosa sapere

Quando si impiega un prodotto chimico, oltre a sapere se sia o no pericoloso, è indispensabile conoscere l’entità del rischio a cui espone e le cautele necessarie alla sua manipolazione. Ecco perché la formazione sui diisocianati è fondamentale.
Come anticipato, entro il 24 agosto 2023, i lavoratori dipendenti, così come quelli autonomi e quelli che, pur non direttamente, sono incaricati della supervisione di tali attività, sono tenuti all’obbligo di formazione sui diisocianati. Il datore di lavoro (e il lavoratore autonomo), dal canto suo, deve garantire che gli utilizzatori industriali o professionali abbiano completato con esito positivo il corso sull’uso di questi composti.
Si tratta di corsi formativi, erogabili anche online, che prevedono un modulo di formazione generale ed eventuali moduli intermedi ed avanzati per determinati utilizzi. Una specifica formazione, dunque, che deve essere tenuta da esperti in materia di salute e sicurezza sul lavoro e che va rinnovata almeno ogni cinque anni.

NOTE

¹ Regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio
² Regolamento (UE) 2020/1149 della Commissione

Urgente e indifferibile. L'attualità evidenzia quotidianamente la necessità di intervenire strutturalmente sul tema della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. La formazione una tantum non basta: deve essere continua e, soprattutto, mirata. I comportamenti, individuali e aziendali, fanno la differenza. È il concetto alla base della BBS: sicurezza sul lavoro che parte dall’osservazione, identificazione e miglioramento continuo dei comportamenti critici. In questo articolo scopriamo questo protocollo e come implementarlo all’interno dell’organizzazione.

BBS: sicurezza è partecipazione

Acronimo di Behavior Based Safety, BBS è un protocollo scientificamente riconosciuto. Nato nell’ambito delle scienze del comportamento, è stato elaborato dallo psicologo americano B. F. Skinner. Si tratta di un sistema che fornisce strumenti di analisi e di gestione del comportamento dei lavoratori. Non per controllare ciò che essi fanno, ma per progettare e attuare interventi efficaci a livello di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
L’aspetto centrale è quello della partecipazione. Si tratta, cioè, di coinvolgere attivamente e in modo costante tutti i lavoratori in azioni, progetti e iniziative legate alla sicurezza aziendale. Questo per renderli consapevoli e responsabili circa l’importanza del proprio contributo alla sicurezza dell’intera organizzazione, incentivando comportamenti virtuosi. In tal modo, la sicurezza non viene, dunque, percepita come “fastidioso” obbligo. Piuttosto, come un insieme di buone prassi quotidiane che fanno bene: al singolo e all’azienda.

Leggi anche: RSPP, RLS, Preposti: ruoli e responsabilità della sicurezza

bbs sicurezza

Come funziona il metodo BBS

Potremmo dire: puntare in alto, lavorando dal basso. L’obiettivo del sistema di gestione BBS è, infatti, creare un ambiente lavorativo sicuro, riducendo l'influenza dell’errore umano, responsabile di buona parte degli incidenti sui luoghi di lavoro. Come, concretamente?

Infine c’è la “proiezione al futuro”. È il cosiddetto check act. Questo prevede la valutazione dei dati delle osservazioni, l’elaborazione di fattori di cambiamento strategico e l’adozione di soluzioni per il mantenimento dei risultati nel tempo.

Perché utilizzare il metodo BBS in azienda?

Ragionare di BBS, sicurezza che parte dai comportamenti, è sfidante e ambizioso. Si tratta, infatti, di mettere in atto una piccola grande rivoluzione culturale nell’ambito dell’organizzazione. L’azienda è chiamata a ripensare (e a volte stravolgere) processi ben radicati. Implementare la sicurezza comportamentale, però, porta con sé vari vantaggi. Tra questi:

Perché investire in formazione e partecipare al “sistema sicurezza”

In sostanza, dunque, la BBS introduce in azienda un metodo scientifico di analisi, monitoraggio e intervento. E si pone come valido sprone per la promozione della cultura della sicurezza sul lavoro ed elemento basilare nel processo di rinnovamento organizzativo delle aziende impegnate nel contrastare il fenomeno infortunistico.
Da questo punto di vista, l’unione fa la forza. Oggi più che mai bisogna investire in sicurezza e aumentare la cultura della sicurezza sul lavoro: per imprenditori e lavoratori. Tutto l’organigramma aziendale deve essere coinvolto e sentirsi parte della “sfida sicurezza”. Gli esperti evidenziano che, accanto alla formazione, le aziende devono implementare un sistema di gestione della sicurezza, coinvolgendo maggiormente i dipendenti, rendendoli partecipi del “sistema sicurezza”. E – aggiungiamo – fornendo loro un feedback per ogni segnalazione. Questo per prevenire possibili situazioni di pericolo. Nulla, insomma, deve essere dato per scontato. La nostra esperienza ci insegna che occorre agire partendo dai piccoli casi che si verificano più spesso. Analizzandoli, si riesce a far emergere situazioni anomale e pericoli, favorire l’individuazione delle possibili soluzioni, aumentare il livello di affidabilità e sicurezza.

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Un questionario sul rischio chimico per valutare il livello di sicurezza delle aziende. Sette domande formulate da EU-OSHA: l’agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro. Il risultato sono consigli immediati per la risoluzione di situazioni potenzialmente rischiose. Potete compilarlo on line, ma esclusivamente in inglese. Per questo abbiamo pensato di tradurlo qui per renderne più immediato l’utilizzo.

L’UE contro il rischio chimico

Il questionario sul rischio chimico è stato prodotto nell’ambito della campagna EU-OSHA 2018-2019 che ha come obiettivo il miglioramento della gestione delle sostanze pericolose. Questa campagna conferma l’attenzione dell’Unione europea per le sostanze chimiche. La  stessa attenzione che ha portato all’emanazione dei nuovi regolamenti REACH e CLP, di cui abbiamo già parlato su questo blog.

Il questionario sul rischio chimico

Qui sotto riportiamo le sette domande a risposte multiple. In base alle vostre risposte, più avanti trovate i consigli operativi di EU-OSHA. Dopo aver completato questo primo questionario sul rischio chimico semplificato, è possibile proseguire con un secondo questionario più approfondito. Questo strumento composto di oltre 36 domande (in inglese) offre un’analisi più accurata della gestione del rischio chimico.

1. Sai quali sono i rischi connessi a sostanze chimiche nel tuo luogo di lavoro? Sono documentati?
a. Conosco i rischi, ma non sono documentati
b. Conosco i rischi e sono documentati
c. No

2. Pittogrammi di pericolo: se in azienda ci sono sostanze etichettate con questi simboli, sai cosa significano?

a. 
b. No

3. È disponibile un elenco dei prodotti chimici in uso o conservati nella tua azienda?
a. Sì
b. No

4. Usi e comprendi le schede di sicurezza?
a. 
b. No

5. Nella tua azienda c’è qualche processo in cui si generano sostanze pericolose?
a. 
b. No

6. I lavoratori sono consapevoli dei rischi associati ai prodotti chimici? Sanno come operare in sicurezza e come proteggersi?
a. Sì, conoscono i rischi, ma le routine di sicurezza non sono conosciute o seguite
b. Sì, conoscono i rischi e le routine di sicurezza sono conosciute e seguite
c. No

7. Qualche lavoratore ha avuto problemi di salute o è stato ammalato a causa dell'esposizione a sostanze pericolose presenti o usate nella tua azienda?
a. Sì
b. No

Siamo a disposizione per fornire alle aziende la consulenza necessaria a regolarizzarsi con i nuovi regolamenti REACH e CLP. E in generale, per verificare l’adempimento di tutte le norme sul rischio chimico e progettare le misure adeguate a prevenirlo. Per ulteriori informazioni, contattaci. Ci trovate ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Questionario sul rischio chimico: i consigli di EU-OSHA

Domanda 1: se hai risposto a o c...
Quando si lavora con prodotti chimici, o se nei luoghi di lavoro avvengono contaminazioni dell'aria (polveri, fumi ecc.), è importante conoscere e documentare i rischi connessi per essere in grado di adottare le giuste misure di protezione. Questi rischi dipendono da: 

Domanda 2: se hai risposto b...
I prodotti chimici pericolosi per la salute, nocivi, infiammabili o esplosivi sono contrassegnati con pittogrammi sulla confezione. Lo staff che lavora con prodotti chimici deve sapere cosa significano le etichette. Verificare che le comprendano e assicurarsi di disporre di routine per informare i nuovi impiegati.

Domanda 3: se hai risposto b...
Le aziende devono tenere un elenco dei prodotti chimici pericolosi (come quelli con un pittogramma di pericolo o un simbolo di pericolo) che utilizzano o conservano. Questo è una base per la valutazione del rischio, ma è utile anche per valutare la possibilità di eliminarne o alcuni. Ad esempio quelli sottoutilizzati o quelli che possono essere sostituiti con altri meno pericolosi.

Domanda 4: se hai risposto b…
La Scheda di dati di sicurezza (SDS) è una base importante nella valutazione dei rischi chimici. Una SDS contiene informazioni sui rischi del prodotto, su come prevenire questi rischi e su come proteggersi e se esistono regole specifiche applicabili al prodotto o alle sostanze contenute nel prodotto. Il fornitore di prodotti contrassegnati con pittogrammi di pericolo o simboli di pericolo è tenuto a fornire la SDS aggiornate e nella lingua nazionale. Le aziende che ne risultano comunque prive possono essere sanzionate con multe salate.

Domanda 5: se hai risposto a o b...
Le sostanze pericolose che contaminano l'aria del posto di lavoro possono essere generate da molti processi lavorativi. Alcuni esempi tipici sono:

Per molti di questi processi sono state sviluppate soluzioni tecniche che riducono significativamente la quantità di sostanze pericolose. Tra queste: incapsulamento del processo, scarico, scarico locale vicino alla sorgente, bagnatura, catalizzatori, cambi di processo, ecc.

Domanda 6: se hai risposto a o c...
Lavorare con sostanze chimiche pericolose comporta un alto rischio di malattie gravi, a meno che non si lavori in sicurezza. Quindi sono richiesti:

Domanda 7: se hai risposto a...
Se qualcuno inizia a sentirsi male o contrae una malattia sul posto di lavoro, è importante agire in modo che:

Per attuare misure efficaci e ridurre il rischio di disturbi e malattie, è necessario indagare ciò che contribuisce a tali disturbi e malattie. Quali prodotti chimici e sostanze sono usati e quando un modo in cui i lavoratori entrano in contatto con tali sostanze? Il metodo previsto per chiarire questi aspetti è la valutazione del rischio.

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