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Una prima luce in fondo a un lungo tunnel. Dopo due anni, lo scorso 31 marzo è terminato lo stato di emergenza legato alla pandemia di Covid-19. Un primo passo verso il ritorno alla normalità, anche se permangono alcune restrizioni. Attraverso il Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022¹, il governo italiano ha tracciato i prossimi passi nel superamento dell’emergenza. E a inizio aprile sono entrate in vigore le nuove Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali², che riducono e semplificano le misure di prevenzione. Facciamo il punto delle principali novità per imprese e lavoratori, dalla formazione all’accesso in azienda fino ai protocolli anti contagio.

Fine stato emergenza: cosa cambia per i corsi di formazione

Partiamo dai corsi di formazione. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali portano una sola novità, di fatto, ma rilevante. Nel documento aggiornato, infatti, cade l’obbligo di mantenere l’elenco dei soggetti che hanno partecipato alle attività formative. Secondo le precedenti direttive, doveva essere conservato per un periodo di 14 giorni. Per il resto, vengono confermate le altre principali disposizioni. Tra queste:

Devono, inoltre, continuare a essere utilizzati, se previsti, gli ordinari dispositivi di protezione individuale associati ai rischi delle singole attività. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali sono valide fino al 31 dicembre 2022.

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E i protocolli di sicurezza anti contagio?

I protocolli di sicurezza anti contagio continuano a costituire il riferimento per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e produttive. Comincia con queste parole la nota di Confindustria del 18 marzo 2022, relativa al nuovo Decreto Legge. Attraverso il documento, l’organizzazione esorta a continuare ad applicare i protocolli anti contagio, ai fini dell’art. 29-bis del D.L. n. 23/2020. La sua operatività, infatti, non è legata al perdurare dello stato di emergenza. L’associazione di categoria ritiene, dunque, che l’applicazione dei protocolli anti contagio, con le dovute integrazioni, continui a garantire la piena copertura. Ciò si traduce in: controllo del Green pass, sanificazione dei locali e presenza di igienizzanti, distanziamento interpersonale e contingentamento dei locali. Inoltre, rimane consigliato il controllo della temperatura all’ingresso.

Mascherine, Green pass, obbligo vaccinale: il punto

In questi due anni di pandemia, l’utilizzo della mascherina è ormai diventato una consuetudine. In base al nuovo D.L., fino al 30 aprile permane l’obbligo di mascherine al chiuso, seguendo i protocolli anti contagio. Si specifica che nei luoghi di lavoro è sufficiente usare quella chirurgica o equivalente. Dal primo maggio, salvo nuovi decreti, l’obbligo dovrebbe decadere. Rimangono inalterati gli obblighi riguardanti la tipologia di mascherina, da utilizzare a seconda del contesto.
Sul fronte Green Pass non si registrano particolari modifiche in ambito professionale. L’unica vera novità riguarda gli over 50. Come noto, a questi ultimi, fino a fine marzo, era richiesto il cosiddetto Super Green pass per lavorare, ottenibile soltanto tramite vaccinazione. A partire dall’1 aprile, invece, il Green pass rafforzato non è più richiesto. Perdura, di contro, l’obbligo di Green pass base, ottenibile tramite tampone. In assenza, fino al 30 aprile non sarà possibile accedere al luogo di lavoro. Con una novità, anche in questo caso: infatti, chi è senza Green pass non è più considerato assente ingiustificato. Non scatta, dunque, la sospensione dello stipendio, ma resta solo la sanzione pecuniaria, da 600 a 1.500 euro. Per tutti gli over 50, inoltre, perdura fino al 15 giugno l’obbligo vaccinale. La mancata vaccinazione comporta una sanzione pecuniaria di 100 euro.

LEGGI ANCHE: Super Green pass e obbligo vaccinale: novità per le aziende

Quarantena e smart working

Un’importante novità con la fine dello stato d’emergenza riguarda la quarantena. Dall’1 aprile, infatti, valgono le stesse regole per tutti, senza distinzione tra chi è vaccinato e chi no. Chi non è vaccinato non è, quindi, obbligato a mettersi in quarantena in seguito a un contatto con un positivo. In questo caso, la procedura comporta che:

Dovrà rimanere in isolamento solamente chi ha contratto il virus. Per quanto riguarda lo smart working, nel privato vige fino al 30 giugno la possibilità di ricorrervi in regime semplificato. Lo stesso vale riguardo allo svolgimento del lavoro agile per i lavoratori fragili.

LEGGI ANCHE: Stress da pandemia: il lato nascosto del Covid

NOTE

¹ Per approfondire: Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022.

² Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali.

Varianti e cambiamenti. Come noto, Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge 1/2022. L’atto normativo introduce nuove misure urgenti per fronteggiare l’emergenza Covid-19. In particolare nei luoghi di lavoro (dove debutta l’obbligo vaccinale per gli over 50) e nelle scuole. Obiettivo: “rallentare” la curva di crescita dei contagi dovuta alla variante Omicron e proteggere le categorie maggiormente esposte e a più alto rischio di ospedalizzazione. Vediamo le principali novità che riguardano le aziende.

Obbligo vaccinale per gli over 50

Dal 15 febbraio 2022 i lavoratori pubblici e privati che hanno compiuto i 50 anni sono tenuti a esibire il Green pass rafforzato. Ricordiamo che dall’8 gennaio 2022 è in vigore l’obbligo vaccinale per gli over 50. Il cosiddetto Super Green pass si ottiene con il vaccino o con la guarigione dal Covid-19. Chi non lo farà:

È vietato l’accesso ai luoghi di lavoro senza certificato che attesti vaccino o guarigione. Chi non rispetta il divieto subirà una sanzione amministrativa tra 600 e 1.500 euro. Tutte le imprese, senza eccezione sul numero complessivo di dipendenti, potranno sostituire i lavoratori sospesi perché sprovvisti di certificazione verde. La sostituzione rimane di 10 giorni (rinnovabili fino al 31 marzo 2022). Come sottolineato in un precedente articolo, il controllo delle certificazioni può essere effettuato dal personale aziendale, scaricando e usando l’app gratuita VerificaC19.

Leggi anche: Consulenza protocollo Covid-19 per imprese

Come cambia la quarantena

Non solo l’obbligo vaccinale sul lavoro per gli over 50: vi sono novità anche sul fronte della quarantena. Come chiarito dal ministero della Salute, in caso di contatti stretti ad alto rischio:

Per quanto riguarda, invece, i contatti a basso rischio¹, non è necessaria la quarantena, qualora abbiano indossato sempre mascherine chirurgiche o FFP2. In caso contrario, dovranno sottostare a sorveglianza passiva². Vanno, comunque, sempre mantenute le comuni precauzioni igienico-sanitarie.

LEGGI ANCHE: Vaccino Covid e privacy nei luoghi di lavoro

Vaccinati ma contagiati? Diminuisce il periodo di isolamento

Accanto al tema dell’obbligo vaccinale sul lavoro e del Super Green pass, per lavoratori e datori di lavoro si pone anche un’altra questione. Quella dell’isolamento per coloro che risultano positivi nonostante la dose booster o il completamento del ciclo vaccinale da meno di 120 giorni. Cosa fare, in questo caso? L’isolamento può essere ridotto da 10 a 7 giorni, purché i soggetti siano sempre stati asintomatici oppure tali risultino da almeno 3 giorni. Il tutto a condizione che, al termine di tale periodo, risulti eseguito un test molecolare o antigenico con risultato negativo.

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NOTE

¹ Tra questi: una persona che ha avuto un contatto diretto con un caso Covid-19 a una distanza inferiore ai 2 metri e per meno di 15 minuti. O una persona che si è trovata in un ambiente chiuso, come una sala riunioni, per meno di un quarto d’ora. Fonte: Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.

² La sorveglianza passiva è un monitoraggio delle proprie condizioni di salute da effettuarsi nei giorni successivi alla data di esposizione a basso rischio con un caso Covid-19 accertato. Al presentarsi di sintomi anche lievi è opportuno avvisare il proprio medico.

Torniamo a occuparci di Covid-19. Questa volta per parlare di una conseguenza del virus forse meno evidente delle altre. Si stanno, infatti, moltiplicando i casi di stress da pandemia.  E a risentirne può essere anche la sfera professionale. Diventa, quindi, importante per i lavoratori e per i datori di lavoro saper riconoscere i segnali di questa sindrome per gestirla al meglio. 

Stress da pandemia: che cos’è?

Tra i nuovi termini che il Covid-19 ha aggiunto al nostro vocabolario c’è “coronaphobia”. Si tratta di un’eccessiva risposta innescata dalla paura di contrarre il virus, ma anche dall’incertezza a livello personale e lavorativo. Si manifesta a livello psicologico con ansia, disturbi del sonno, fino allo stress post-traumatico nei casi più gravi.

C’è, poi, la pandemic fatigue (stanchezza pandemica). È un mix di demotivazione e fatica nel seguire i comportamenti protettivi necessari per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Come evidenzia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è “una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica”. La gravità e la dimensione della pandemia hanno richiesto misure invasive. Queste hanno avuto un impatto senza precedenti nel quotidiano della collettività. Compreso chi non è stato direttamente toccato dal virus.
Si deve fare in conti con un panorama diverso dal recente passato. E l’ “ambientamento” non sempre è facile. L’Agenzia italiana del farmaco segnala, per esempio, un aumento del ricorso a farmaci ansiolitici (+12% nel 2020), anche a causa della pandemia. 

Conseguenze (e opportunità) sul lavoro

Poiché non siamo fatti a compartimenti stagni, se c’è un malessere nel privato, questo finisce inevitabilmente per ripercuotersi anche sulla sfera professionale. Aumentando, per esempio, le assenze e creando possibili criticità sul fronte della sicurezza.
C’è, tuttavia, anche il rovescio della medaglia. Il posto di lavoro, infatti, anche in tempi di Covid-19, è un luogo naturale di aggregazione. E i gruppi di lavoro possono influenzare positivamente i comportamenti dei singoli. Inoltre, si possono sviluppare spontanee azioni di contenimento dei disagi individuali da cui possono derivare rabbia e frustrazione.
Il contributo imprenditoriale, in questo senso, è essenziale: non solo dal punto di vista di rispetto delle norme, come quelle sul fronte della privacy. Anche come guida e sostegno emotivo e culturale. Si tratta, in primo luogo, di riconoscere lo stress da pandemia e di adottare le opportune misure per prevenirlo e contrastarlo. Fondamentale, da questo punto di vista, è il coinvolgimento attivo dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), oltre che dei lavoratori stessi. Anche di quelli che lavorano da casa, come vediamo più sotto.

Cosa fare in azienda

Vediamo ora alcune importanti azioni da intraprendere in azienda per prevenire e gestire al meglio situazioni di stress da pandemia stress sul luogo di lavoro:

È opportuno, infine, non dimenticare di fare esercizio fisico. Studi, infatti, dimostrano che i benefici e gli effetti terapeutici sui sintomi depressivi e ansiosi sono notevoli.

Home working: quando lo stress “gioca in casa”

Per ridurre lo stress da pandemia è bene, dunque, promuovere una politica del benessere psicologico. Vale per chi lavora in azienda, vale per chi lo fa da casa. Il ricorso all’home working e allo smart working è sensibilmente aumentato dall’avvento del SARS-CoV-2. Accanto a indubbi benefici e varie opportunità, vi sono anche alcuni svantaggi o, perlomeno, criticità da monitorare. Lavorando da casa, lo stress lavoro-correlato può aumentare.

Stress lavoro-correlato: servono nuove linee guida?

Il maggior ricorso all’home working ha cambiato molto lo scenario lavorativo nell’ultimo anno. E il lavoro da remoto, secondo le previsioni, rimarrà (almeno parzialmente) anche a pandemia finita. In questa nuova cornice, per alcuni, sarebbe necessario ripensare il modo di valutare i rischi sul luogo di lavoro. In particolare quelli legato allo stress lavoro-correlato. E rivedere le Linee Metodologiche dell’INAIL in materia, “aggiungendo” le fattispecie imposte dal Covid-19.

Riprendendo quanto accennato nel paragrafo precedente, andrebbero di certo considerati alcuni potenziali fattori di stress legati all’home working. Si parla, per esempio, di “Zoom fatigue”, ovvero la stanchezza da videoconferenze. Le riunioni virtuali sono aumentate, di numero e di durata, e spesso si passa dall’una all’altra senza soluzione di continuità. Varie ricerche dimostrano che le serie continue di meeting riducono la capacità di concentrazione e possono rappresentare una fonte di stress. 

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Il 6 aprile è stato sottoscritto il Protocollo di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2 negli ambienti di lavoro. Il documento rivede le misure dei protocolli sottoscritti nel marzo e aprile 2020. Tiene conto, inoltre, dei vari provvedimenti adottati dal Governo e di quanto emanato dal Ministero della Salute. Vediamo insieme le principali novità del protocollo di contenimento del Covid-19. Con un focus sulle attività di formazione in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Il nuovo protocollo di contenimento del Covid-19

Mascherine in ogni ambiente di lavoro a prescindere dal distanziamento e nuovo impulso allo svolgimento della formazione anche a distanza. Il nuovo protocollo di contenimento del Covid-19 si muove tra conferme e novità. Da un lato si ribadiscono indicazioni contenute nelle precedenti versioni. Permane, per esempio, l’obbligo di controllo della temperatura corporea all’interno dei locali tramite termoscanner.
Sul fronte delle novità, invece, emerge che:

Covid-19 e formazione: cosa cambia

Dicevamo di novità anche in materia di formazione introdotte dall’aggiornamento del protocollo di contenimento del Covid-19. Approfondiamole:

  1. formazione in azienda esclusivamente per i dipendenti dell’azienda stessa;
  2. formazione interaziendale svolta in locali diversi da quelli delle aziende dei lavoratori interessati;
  3. corsi di formazione in materia di Protezione Civile;
  4. corsi di formazione individuali o che necessitano di attività di laboratorio.

Capitolo scadenza degli aggiornamenti. Viene eliminata la previsione in base alla quale il mancato completamento dell’aggiornamento professionale in materia di salute e sicurezza sul lavoro non avrebbe comportato l’impossibilità a continuare lo svolgimento dello specifico ruolo/funzione. Il consiglio è di recuperare quanto prima la formazione scaduta nell’arco temporale della pandemia. Questo per evitare l’insorgenza di eventuali dubbi interpretativi e di sanare le posizioni ad oggi in sospeso.

Novità sulle trasferte

Il protocollo di contenimento del Covid-19 affronta, tra le altre, anche la questione delle trasferte in Italia e all’estero. Queste, precedentemente sospese o annullate, possono essere riattivate. Ciò previa valutazione con il medico competente e il RSPP. E tenendo conto del contesto in cui si trovano le diverse tipologie di aziende e dell’andamento epidemiologico delle sedi di destinazione.

A tal proposito, una circolare del Ministero della Salute chiarisce la fattispecie delle trasferte internazionali. Fino al 30 aprile saranno valide le misure già adottate con l’Ordinanza del 30 marzo scorso per gli ingressi dai Paesi in elenco C dell’Allegato 20 del DPCM del 2 marzo scorso.

Sempre fino a fine aprile, sono vietati l’ingresso e il transito in Italia alle persone che nei 14 giorni antecedenti abbiano soggiornato o siano transitate dal Brasile.

Per quanto riguarda Austria, Regno Unito, Irlanda del Nord e Israele, si applica la disciplina prevista per gli Stati e i territori di cui al già citato elenco C integrata dalle disposizioni di cui all’ordinanza del Ministro della salute 30 marzo 2021.

Trasferte brevi per motivi di lavoro

In  caso  di  soggiorno  o  transito  nei  14  giorni antecedenti all'ingresso in Italia in uno o più Stati e territori di cui al succitato elenco C dell’allegato 20, gli ingressi/rientri sono subordinati al rispetto delle seguenti condizioni: 

Permane l’obbligo di autodichiarazione e di comunicare il proprio ingresso nel Paese al Dipartimento di Prevenzione dell’ASL competente. Così come sono confermate le fattispecie di esonero da tali obblighi previste all’art. 51 comma 7 del DPCM del 2 marzo. Tra queste vi sono anche le trasferte brevi per motivi di lavoro di durata non superiore alle 120 ore.

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Tra i molti ambiti che hanno subito gli effetti della pandemia da una parte e delle numerose modifiche normative introdotte per tutelare la salute pubblica e contrastare la diffusione del virus dall’altra, va inserito sicuramente quello della formazione professionale. Non esclusa, naturalmente, quella  in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

In questo campo si sono susseguiti numerosi provvedimenti, tanto da creare una certa confusione. Uno dei dubbi più frequenti fra i datori di lavoro riguarda gli attestati di sicurezza scaduti nel 2020: sono ancora validi? E per quanto riguarda gli aggiornamenti? In questo post cerchiamo di fare chiarezza.

Cosa dice la normativa

La legge di conversione 27 novembre 2020 n. 159 (all’articolo 3 bis: Proroga degli effetti di atti amministrativi in scadenza) stabilisce che si intendono validi tutti i certificati, attestati, permessi, concessioni, autorizzazioni e atti abilitativi comunque denominati scaduti tra il 1° agosto 2020 e la data di entrata in vigore della legge stessa (5 dicembre 2020) e non rinnovati. Questo provvedimento riguarda anche gli attestati di sicurezza scaduti nel 2020?

Attestati di sicurezza scaduti nel 2020

In relazione a quanto indicato dalla lettura coordinata del decreto legge 125/2020, della legge di conversione 159/2020 e del decreto legge 18/2020, tutti gli attestati relativi ai corsi di formazione in scadenza durante il periodo di emergenza conservano la loro validità fino ai novanta giorni successivi alla cessazione dello stato di emergenza dovuto alla pandemia di Covid-19. 

Il Consiglio dei ministri si è riunito il 13 gennaio e ha deliberato una nuova proroga dello stato d’emergenza, che durerà fino al 30 aprile 2021. Pertanto, gli attestati di sicurezza scaduti nel 2020 conservano la loro validità fino al 29 luglio 2021. È tuttavia necessario fare alcuni importanti distinguo.

Formazione e aggiornamento

Nella sezione relativa alle domande frequenti relative al Covid-19 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha introdotto una distinzione tra formazione e aggiornamento. Infatti, viene qui specificato che la proroga della validità degli attestati di sicurezza scaduti nel 2020 è valida solo nel secondo caso, quello dell’aggiornamento.

Corsi di primo soccorso

Un discorso specifico meritano i corsi di primo soccorso. Il Ministero della Salute ha sottolineato infatti che i soccorritori aziendali rappresentano un presidio essenziale di tutela nei luoghi di lavoro, anche nell'attuale situazione di emergenza. 

Questo vale in particolare per l’addestramento BLSD (Basic Life Support and Defibrillation), dato che, come riporta la circolare 499/2021: "Le malattie cardiovascolari  responsabili del 35% di tutti i decessi nel nostro paese e rappresentano la principale causa di morte". 

Permane, pertanto, l'obbligo di frequenza ai corsi di primo soccorso e relativi aggiornamenti, che continueranno ad essere erogati in presenza nel rispetto delle misure anti contagio. Scopri i nostri prossimi corsi sul nostro calendario online.

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Tra gli ambiti che hanno dovuto rispondere più in fretta alla pandemia di Coronavirus a livello globale c’è sicuramente quello della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La possibilità di proseguire le attività lavorative minimizzando i rischi per la salute, in effetti, è stata ovunque uno degli obiettivi primari di istituzioni sanitarie e aziende. 

La necessità di definire linee guida univoche, per la protezione di tutti i tipi di lavoratori di qualsiasi organizzazione e in tutto il mondo, ha portato l’International organization for standardization (ISO) alla produzione di un documento dedicato specificamente alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro durante la pandemia: ISO/PAS 45005:2020. 

A cosa serve la ISO Covid-19

La nuova ISO “Covid-19” non fornisce indicazioni su come implementare specifici protocolli di controllo del contagio in ambito clinico o sanitario. È stata pensata, invece, come una guida per i responsabili della sicurezza aziendale per sviluppare o migliorare i propri sistemi di gestione della sicurezza, coadiuvati dai propri consulenti.

Servono circa tre anni, in genere, per sviluppare, produrre e stabilizzare e divulgare un nuovo documento ISO.  In questo caso, invece, è stata sviluppata in soli tre mesi grazie al lavoro congiunto di esperti del settore provenienti da 26 paesi che hanno condiviso le migliori prassi introdotte a livello pubblico e privato.

I contenuti della nuova ISO Covid-19

La norma 45005:2020 dal titolo “Linee guida generali per il lavoro sicuro durante la pandemia COVID-19” è, come abbiamo detto, una ISO “PAS”, cioè “public available specification”: una specifica pubblicamente accessibile e liberamente consultabile. Il testo originale in lingua inglese si può scaricare a questo link.

Di seguito riportiamo una sintesi dei contenuti della ISO “Covid-19”. Molti di essi sono già presenti nel “Protocollo condiviso”, che rappresenta il punto di riferimento italiano in materia,  approvato ad aprile 2020. Tuttavia i molti cambiamenti normativi introdotti da allora possono rendere necessario un aggiornamento delle procedure aziendali.

Siamo a disposizione per supportarvi:

Pianificazione e valutazione dei rischi

Per capire i rischi specifici per i lavoratori e per le altre persone che possono essere influenzate dalle sue attività (ad esempio visitatori, clienti, gli utenti del servizio, il pubblico in generale), l’azienda dovrebbe prendere in considerazione:

In specifici casi, questa analisi deve essere formalizzata attraverso un aggiornamento del Documento di valutazione del rischio (DVR).

Casi sospetti o confermati di Covid-19

Il datore di lavoro dovrebbe stabilire e comunicare processi per gestire casi sospetti e confermati di Covid-19.

Per limitare una possibile introduzione di Covid-19 nel luogo di lavoro, ogni azienda dovrebbe attuare misure di controllo degli accessi e impedire l’ingresso di coloro che hanno sintomi (ad esempio tramite l’uso corretto del termoscanner), oppure che hanno viaggiato di recente verso o da aree con una significativa diffusione comunitaria della malattia o che sono stati a contatto con individui affetti da Covid-19.

Salute e benessere psicologico

Le aziende dovrebbero anche stabilire processi per gestire l'impatto della pandemia sulla salute e sul benessere psicologico dei lavoratori.

La salute e il benessere psicologico possono essere influenzati da rischi psicosociali come:

Inclusività

Il datore di lavoro dovrebbe assicurare che le azioni prese per gestire i rischi derivanti dal Covid-19 nei confronti della salute, sicurezza e benessere lavoro correlati tengano conto degli effetti sui diversi gruppi di lavoratori e altre parti pertinenti interessate. Ad esempio:

Comunicazione

L'organizzazione, anche al fine di ridurre l’impatto psicologico e il rischio di un aumento del livello di stress lavoro correlato, dovrebbe comunicare il proprio impegno a gestire i rischi legati al Covid-19 e informare i lavoratori e le altre parti interessate riguardo:

Igiene

Il datore di lavoro dovrebbe implementare processi per mantenere sicuri gli ambienti dell’azienda attraverso specifiche attività di sanificazione e ridurre il rischio di trasmissione di Covid-19 da superfici contaminate e consentire una buona igiene durante l'orario di lavoro e alla fine di ogni turno di lavoro.

Dovrebbe garantire anche che i lavoratori siano consapevoli dell'importanza delle fondamentali misure individuali di igiene (lavaggio delle mani, uso del disinfettante, sanificazione delle superfici, attenzione nell’utilizzo promiscuo di strumenti e ambienti di lavoro) per limitare la trasmissione del Covid-19. 

Reparti operativi

Le aziende dovrebbero non solo garantire che siano in atto misure di prevenzione e protezione per affrontare i rischi specifici legati al Coronavirus (distanziamento, DPI, ecc.), ma anche valutare se le misure introdotte hanno un impatto negativo sulle misure di sicurezza precedenti o introducono nuovi rischi per la sicurezza e intraprendere azioni per affrontare questi rischi.

L'organizzazione, in particolare, dovrebbe adottare misure per ridurre il rumore di fondo, soprattutto laddove è difficile o impossibile l’allontanamento fisico, per ridurre la necessità per le persone di alzare la voce, circostanza che può aumentare il range di trasmissione dei droplets.

Valutazione delle prestazioni

L’organizzazione dovrebbe usare un approccio sistematico per monitorare e valutare:

Miglioramento

L'organizzazione dovrebbe valutare l’efficacia delle misure con cui gestisce i rischi relativi al Covid-19 e:

Siamo a disposizione per supportarvi nel valutare l’efficacia delle misure di prevenzione del rischio Covid-19. Per informazioni contattaci.

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Uno dei principali sintomi da infezione dovuta al Covid-19 è l’alzarsi della temperatura corporea oltre i 37,5° C. Per questo nel Protocollo condiviso per il contrasto del virus negli ambienti di lavoro ha stabilito che “il personale, prima dell’accesso al luogo di lavoro, potrà essere sottoposto al controllo della temperatura corporea. Se tale temperatura risulterà superiore ai 37,5°C l’ingresso ai luoghi di lavoro non sarà consentito”. Naturalmente le modalità classiche di rilevazione della temperatura (in bocca o nell’incavo ascellare o inguinale) non sono applicabili in azienda. Il metodo che offre maggiori garanzie igieniche è l’utilizzo di un termoscanner o termometro a infrarossi. Ma come si usa il termoscanner in modo corretto per rilevare la temperatura corporea? A questo proposito, l’Inail ha redatto un documento che fornisce indicazione sul corretto utilizzo di questi strumenti sia nei luoghi pubblici sia in quelli privati.

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Pregi e difetti dei termoscanner

Con il termine termoscanner si indica, più propriamente, un termometro a raggi infrarossi (termometro IR). Si tratta di uno strumento portatile che misura la temperatura a partire dalla misurazione dell’energia termica emessa dai corpi. 

I termoscanner per uso umano forniscono misurazioni nell’intervallo compreso tra 32 °C e 42 °C. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la temperatura corporea di un individuo in salute è compresa tra 36,5°C e 37,5°C. 

I vantaggi principali di questo tipo di termometri è che possono essere utilizzati senza contatto con il corpo da misurare ed il tempo di risposta è immediato. Lo svantaggio è che possono presentare margini d’errore significativi: fino a ±1°C. 

Se non usati correttamente, quindi, c’è il rischio di rilevare falsi positivi o negativi. Un rischio a cui si può ovviare attraverso un’appropriata metodologia di utilizzo. Vediamo quindi come si usa il termoscanner corretamente.

LEGGI ANCHE: VALUTAZIONE DEL RISCHIO COVID: CHI DEVE AGGIORNARE IL DVR

Come si usa il termoscanner correttamente

Un parametro molto importante da tenere in considerazione nell’utilizzo del termoscanner è la distanza dal soggetto. In generale, è sufficiente porsi a una distanza tra 1 a 5 cm per rilevare la temperatura in modo corretto. 

Altrettanto importante è misurare la temperatura nella zona corporea giusta. È noto che nei diversi distretti corporei la temperatura della cute si differenzia in modo più o meno grande rispetto a quella interna del corpo.

 Le aree dove misurare correttamente la temperatura corporea con un termoscanner sono:

Come misurare la temperatura corporea all’ingresso

Sapere come si usa il termoscanner è importante nell’ambito di una procedura corretta di misurazione della temperatura all’ingresso dell’azienda. Ecco, a questo proposito, le principali raccomandazioni fornite dall’Inail:

SCARICA IL FILE: Istruzione operativa controllo temperatura

Temperatura corporea e privacy

La rilevazione della temperatura corporea con termoscanner (o altri strumenti analoghi) pone anche delle questioni relative alla privacy anche alla luce dei cambiamenti introdotti dal GDPR. A questo proposito si è espresso anche il Garante della Privacy nella sezione F.A.Q. del suo sito web.

L’ente ha precisato la rilevazione in tempo reale della temperatura corporea, quando è associata all’identità dell’interessato, costituisce un trattamento di dati personali (art. 4, par. 1, 2) del Regolamento (UE) 2016/679). 

Quindi, stabilisce, non è ammessa la registrazione del dato a meno che non sia superata la soglia stabilita dalla legge e comunque solo quando sia necessario documentare le ragioni che hanno impedito l’accesso al luogo di lavoro.Nel caso in cui la temperatura corporea venga rilevata a clienti o visitatori occasionali, anche qualora la temperatura risulti superiore alla soglia indicata nelle disposizioni emergenziali, non è, di regola, necessario registrare il dato relativo al motivo del diniego di accesso.

Che il contagio da Coronavirus sia un rischio che deve essere attentamente considerato da tutte le aziende è cosa ormai nota e acquisita. Sono 54 mila, da febbraio, gli infortuni sul lavoro a seguito Covid-19 registrati dall’Inail. Ora il virus SARS-CoV-2 è stato ufficialmente inserito nell’elenco degli agenti biologici oggetto di valutazione del rischio nei luoghi di lavoro. Ciò significa che, oltre ad adottare le misure di prevenzione previste per legge, ogni datore di lavoro dovrebbe verificare la necessità di aggiornare il Documento di Valutazione del Rischio. Questo per adeguarsi al nuovo contesto sanitario globale.

Valutazione del rischio Covid-19: le nuove norme

Sotto l’aspetto normativo, la valutazione del rischio Covid-19 consegue al DPCM 24 ottobre 2020. Questo provvedimento, tra le altre cose, ha dato infatti attuazione alla Direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno, la quale ha sancito l’inserimento del SARS-CoV-2 nell’Elenco degli agenti biologici di cui è noto che possono causare malattie infettive nell’uomo. (Modificando cioè l’allegato III della direttiva 2000/54/CE relativa alla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un'esposizione ad agenti biologici durante il lavoro).

Anche l’Agenzia Europea per la salute e la sicurezza sul lavoro EU OSHA ha precisato nel Documento COVID-19 EU-OHCA guidance for the workplace, che le misure contro il COVID-19 dovrebbero essere incluse nella valutazione del rischio sul luogo di lavoro che copre tutti i rischi, compresi quelli causati da agenti biologici, come stabilito dalla legislazione nazionale e dell'UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.

Siamo a disposizione per analizzare la specifica situazione della vostra azienda e supportarvi, se necessario, nella valutazione del rischio Covid-19 e nell'aggiornamento del DVR, o degli altri protocolli aziendali. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Chi deve eseguire la valutazione del rischio Covid-19?

L’inserimento del Coronavirus nel DVR dopo una specifica valutazione del rischio è necessaria per tutti i contesti di lavoro in cui la probabilità di esposizione al Covid-19 sia maggiore rispetto a quello della popolazione in generale.  Tale requisito può verificarsi, ad esempio, nel caso in cui i lavoratori abbiano contatti con il pubblico, con clienti o fornitori o con soggetti potenzialmente infetti, oppure siano tenuti a trasferte di lavoro in paesi con un maggior rischio di esposizione al Coronavirus, ecc.

Si applica in questi caso il Titolo X del Testo unico sulla Sicurezza sul lavoro (D.Lgs 81/08) relativo al rischio biologico. Secondo le prescrizioni dell’Art. 28 dello stesso decreto, inoltre, la valutazione del rischio Covid-19 ed il relativo aggiornamento del DVR vanno svolte anche nel caso che il rischio più alto rispetto alla popolazione generale riguardi non l’intera forza lavoro, ma gruppi specifici di lavoratori.

Valutazione del rischio Coronavirus e protocollo aziendale

La necessità o meno di aggiornare il DVR con specifica valutazione del rischio Covid-19, perciò è un’attività che va di pari passo (pur senza avere attinenza diretta) all’applicazione del Protocollo condiviso per il contrasto dell’epidemia di Covid-19 nei luoghi di lavoro e l’adozione del relativo protocollo aziendale. Resta valida quindi l’indicazione relativa all’opportunità di rivedere e armonizzare con le ultime disposizioni anche il Protocollo aziendale anti Covid adottato nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria.

DVR: cos’è e quando va aggiornato

Il Documento di valutazione del rischio è uno degli adempimenti fondamentale nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro è tenuto ad adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. 

Il DVR è lo strumento primario per assolvere a quest’obbligo. Realizzare correttamente il DVR è il primo passo per il datore di lavoro per sollevarsi dalle conseguenze di un incidente sul lavoro. A livello legale, ma non solo. Se un’azienda è sicura, infatti, ne beneficia anche la sua efficienza e produttività. Il documento di valutazione dei rischi non ha una scadenza. Deve, però, essere aggiornato entro 30 giorni a seguito di:

La legge richiede al datore di lavoro di non tralasciare alcuna fonte di possibile danno per i lavoratori. Tra queste il rischio biologico, rappresentato da microrganismi nocivi quali virus, ad esempio il Coronavirus, ma anche tossine o batteri come la legionella.

È stata pubblicata la bozza del nuovo DPCM 12 ottobre 2020 con nuove disposizioni in materia di contenimento dell’epidemia di Coronavirus, nonché una nuova Circolare del Ministero della Salute. Inoltre, ha aggiornato le indicazioni riguardo la durata e il termine dell’isolamento e della quarantena. 

Dal punto di vista delle aziende, le numerose disposizioni che si sono susseguite, anche con il recente DL 125/2020, hanno portato diversi cambiamenti. (P.es: gestione dei sospetti casi di Covid-19, formazione, trasferte, ecc.). Il protocollo aziendale anti Covid-19 già adottato, quindi, dovrebbe essere riesaminato per evitare contrasti con la normativa in vigore. Siamo a disposizione per assistervi nella verifica ed aggiornamento del protocollo e per formare i lavoratori ad operare in sicurezza e nel rispetto delle norme. Per informazioni contattaci. 

DPCM 12 ottobre e mascherina

Il nuovo DPCM rende obbligatorio, su tutto il territorio nazionale, l’uso della mascherina nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private. (Resta, tuttavia, consigliata nel caso si sia in presenza di persone non conviventi). È, inoltre, obbligatoria, in tutti i luoghi all’aperto con l’eccezione dei casi in cui sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi. Si possono utilizzare mascherine monouso, ma anche quelle lavabili (e autoprodotte), in materiali multistrato idonei a fornire un’adeguata barriera. Inoltre, è confermato l’obbligo di mantenere una distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.

Chi è escluso dall’obbligo

Restano esclusi dall’obbligo di indossare la mascherina le seguenti categorie:

Corsi di formazione: il DPCM 12 ottobre non introduce nuove proroghe 

Il nuovo DPCM 12 ottobre, come il precedente D.L. 125/2020, non ha introdotto ulteriori proroghe alla scadenza degli attestati obbligatori connessi alla formazione per lavoratori. Resta valida quindi la precedente disposizione, introdotta dal D.L. 18/2020 “Cura Italia”, in base alla quale tutti gli atti abilitativi in scadenza tra il 31 gennaio 2020 e il 31 luglio 2020, conservano la loro validità fino al 31 ottobre 2020. Gli attestati in scadenza in una finestra successiva al 31 luglio dovranno invece essere aggiornati seguendo le normali procedure richieste dalla normativa di riferimento. 

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Raccomandazioni per le attività produttive e professionali

In merito alle attività produttive industriali e commerciali il DPCM 12 ottobre raccomanda il rispetto del protocollo per il contenimento del Covid-19 in vigore dal 24 maggio 2020, fatte salve le nuove misure introdotte. Per questo è opportuno che il protocollo aziendale interno già adottato sia verificato e aggiornato in modo da essere coerente con le norme attualmente in vigore.

Per quanto riguarda le attività professionali,  siano svolte anche mediante modalità di lavoro agile dal proprio domicilio o in modalità a distanza. Inoltre, consiglia di incentivare le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti. Viene, inoltre, raccomandato alle aziende il rispetto di protocolli anti contagio e che siano incentivate le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro.

Limitazione degli spostamenti da e per l’estero

Sono vietati gli spostamenti da e per Stati e territori di cui all’elenco E dell’allegato 20 del nuovo DPCM, l’ingresso e il transito nel territorio nazionale delle persone che hanno transitato o soggiornato negli stessi Stati o territori nei quattordici giorni antecedenti. Inoltre, sono proibiti gli spostamenti verso gli Stati o territori dell’elenco F sempre dell’allegato 20. Tutto questo vale con l’eccezione di alcuni casi, che vanno comprovati mediante la dichiarazione di cui all’articolo 5, comma 1, del nuovo DPCM. Alcune di queste eccezioni sono le seguenti:

Sono vietati, inoltre, l’ingresso e il transito nel territorio nazionale alle persone che hanno transitato o soggiornato negli Stati e territori di cui all’elenco F dell’allegato 20 del nuovo DPCM nei quattordici giorni antecedenti.

Inoltre, chiunque faccia ingresso in Italia (per qualunque durata) dagli Stati o dai territori esteri previsti dal nuovo DPCM, è tenuto a consegnare a chi sia deputato a effettuare controlli, una dichiarazione resa ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000, n. 445 che consenta di verificare, tra le altre cose:

All’ingresso in Italia

Chi ha soggiornato o transitato, nei quattordici giorni precedenti, negli Stati o nei territori previsti dal nuovo DPCM, devono essere sottoposte alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario. A questa abitazione o dimora, inoltre, ci si deve recare esclusivamente con il mezzo privato, fatto salvo il caso di transito aeroportuale. Nel caso ciò non sia possibile, l’Autorità sanitaria competente per territorio provvede subito a informare la Protezione Civile. Questa, in coordinamento con il Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri, determina le modalità e il luogo dove svolgere la sorveglianza sanitaria e l’isolamento fiduciario. Le spese, in questo caso, sono a carico esclusivo delle persone sottoposte alla predetta misura. Tutto questo, anche nel caso di individui asintomatici. In caso di insorgenza di sintomi da Coronavirus, i soggetti sono obbligati a segnalare la situazione all’Autorità sanitaria.

Circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020

La nuova Circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020 aggiorna le indicazioni riguardo la durata e il termine dell’isolamento e della quarantena. In primo luogo, rende chiara la differenza tra isolamento e quarantena in quanto il primo si riferisce a casi di documentata infezione da SARS-CoV-2. La seconda, fa riferimento alla restrizione dei movimenti di persone sane per la durata del periodo di incubazione, ma che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l’obiettivo di monitorare l’eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi.

Casi positivi asintomatici

Le persone asintomatiche risultate positive alla ricerca di SARS-CoV-2 possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa della positività. Al termine del quale risulti eseguito un test molecolare con risultato negativo (10 giorni + test).

Casi positivi sintomatici

Le persone sintomatiche risultate positive alla ricerca di SARS-CoV-2 possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa dei sintomi. (Non considerando anosmia e ageusia/disgeusia che possono avere prolungata persistenza nel tempo). Accompagnato da un test molecolare con riscontro negativo eseguito dopo almeno 3 giorni senza sintomi (10 giorni, di cui almeno 3 giorni senza sintomi + test).

Casi positivi a lungo termine

Le persone che, pur non presentando più sintomi, continuano a risultare positive al test molecolare per SARS-CoV-2, in caso di assenza di sintomatologia (fatta eccezione per ageusia/disgeusia e anosmia che possono perdurare per diverso tempo dopo la guarigione) da almeno una settimana, potranno interrompere l’isolamento dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi. Questo criterio potrà essere modulato dalle autorità sanitarie d’intesa con esperti clinici e microbiologi/virologi, tenendo conto dello stato immunitario delle persone interessate (nei pazienti immunodepressi il periodo di contagiosità può essere prolungato).

Contatti stretti asintomatici

I contatti stretti di casi con infezione da SARS-CoV-2 confermati e identificati dalle autorità sanitarie, devono osservare:

Nella circolare, si raccomanda, inoltre, di:

Con l’arrivo dell’estate, molte aziende hanno pianificato le ferie annuali. Ma come fare i conti con il successivo rientro, data l’attuale allerta sanitaria?
Il Consiglio dei Ministri ha deliberato la proroga dello stato d’emergenza dichiarato lo scorso 31 gennaio fino al 15 ottobre 2020. Ciò in conseguenza della dichiarazione di “emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale” da parte della Organizzazione mondiale della sanità (OMS). In questo articolo parleremo di come devono attrezzarsi le aziende per prevenire contagi “di rientro”, mettendo a disposizione un modello di Informativa  e autocertificazione per il ritorno dalle ferie e Covid-19.

L’informativa per il ritorno dalle ferie e Covid-19

Al fine di proteggere il più possibile sia i dipendenti dal contagio, sia l’Azienda dai danni economici della scoperta di un caso al suo interno, l’Azienda può distribuire a tutto il personale, dietro ricevuta,  un’informativa per il rientro dalle ferie e Covid 19.

Con questo documento, il datore di lavoro comunica al lavoratore che, in caso di:

egli deve comunicarlo subito al Dipartimento di prevenzione dell'ULSS (tramite modulo online), che provvederà a sottoporlo a sorveglianza sanitaria e restare in quarantena fiduciaria per un periodo di 14 giorni. 

SCARICA IL MODELLO DI INFORMATIVA
CON L’AUTOCERTIFICAZIONE

Procedura per il ritorno dalle ferie e Covid-19

Dopo che l’azienda ha distribuito l’informativa a tutto il personale (dietro apposita ricevuta) ogni dipendente, per accedere al lavoro:

Restituendo compilata e firmata l’autocertificazione per il rientro dalle ferie e Covid 19 il lavoratore dichiara di NON:

Rientro dalle ferie e responsabilità del datore di lavoro

Se il Datore di Lavoro, non deve ammettere il dipendente al lavoro se sa per certo, o ha il dubbio fondato che il lavoratore sia rientrato dall’estero senza rispettare l’obbligo di segnalazione al Dipartimento di prevenzione dell'ULSS e di quarantena fiduciaria da Stati diversi da quelli elencati nell’informativa o da aree che, pur comprese negli Stati elencati nell’informativa, sono considerate pericolose in base ai dati epidemiologici del momento. In questo caso egli deve invece:

Altre informazioni sulla fruizione delle ferie durante l’epidemia di coronavirus qui (link).

Foto: Freepik - it.freepik.com

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