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Futuro utopico? No, presente prossimo. L’intelligenza artificiale è, da tempo, un hot topic, in Italia e nel mondo, e uno dei principali ambiti d’interesse della comunità scientifica informatica. Stiamo assistendo alla fase espansiva di una rivoluzione profonda e pervasiva. Anche perché ha innumerevoli settori e ambiti di applicazione, tra cui la sicurezza sul lavoro. Nello specifico, l’integrazione di tecnologie avanzate nelle pratiche di sicurezza può contribuire a prevenire infortuni e a migliorare le condizioni di lavoro complessive. Scopriamo di più sulla relazione, attuale e proiettata al futuro, tra intelligenza artificiale e sicurezza sul lavoro.  

Che cosa s’intende con intelligenza artificiale (AI) 

Prima di addentrarci nel binomio intelligenza artificiale e sicurezza sul lavoro, vale la pena fare un rapido accenno a che cosa sia l’intelligenza artificiale. Un passaggio importante anche per capire come l’AI possa contribuire alla tutela della salute e della sicurezza in ambito professionale.
Con intelligenza artificiale si fa riferimento a una tecnologia legata alla progettazione e allo sviluppo di sistemi dotati di capacità di apprendimento automatico e di adattamento ispirate ai modelli di apprendimento umani¹. Il machine learning è la sottoarea dell’AI focalizzata sullo sviluppo di algoritmi in grado di apprendere e di migliorarsi automaticamente nel tempo tramite l’esperienza e l’analisi dei dati.
Se da un lato si riflette lecitamente sulle connotazioni etiche e filosofiche (le macchine sostituiranno l’uomo?), in questa sede preferiamo guardare a ciò che l’AI può aggiungere. Specialmente nell’ambito della prevenzione, della sicurezza sul lavoro e della riduzione degli infortuni.  Del resto, i numeri impongono di accettare ogni contributo virtuoso che possa dare una mano a migliorare. E, in questo senso, l’AI ha impatti importanti sulle attività delle imprese e dei lavoratori, con già numerose applicazioni dell’intelligenza artificiale sul campo. 

Intelligenza artificiale e sicurezza sul lavoro: binomio vincente

L’intelligenza artificiale è entrata prepotentemente (anche) nell’ambito della sicurezza sul lavoro. Va osservato che, nonostante la portata rivoluzionaria di questa tecnologia, l’AI non impone, bensì offre. Non cala dall’alto, ma contribuisce dal basso. Non opera da sola, ma coopera in un ecosistema in cui formazione, consapevolezza e cultura della sicurezza rappresentano le architravi per dare forma alla prevenzione sul lavoro.
In questo contesto, l'utilizzo di tecnologie proprie dell'intelligenza artificiale può aiutare, per esempio, a identificare situazioni pericolose. La capacità di mettere in relazione dati differenti, infatti, consente di:

In questo modo, è possibile ridurre il numero di incidenti. Un esempio concreto è quello dell’abbinamento di sensori e videocamere potenziate dall’AI per segnalare tempestivamente eventuali pericoli. Tali tecnologie offrono un potenziale significativo anche per migliorare l'efficacia dei dispositivi di protezione individuale (DPI) e il loro utilizzo da parte dei lavoratori. Grazie a particolari sensori incorporati, sarà infatti possibile inviare dati in tempo reale a un sistema centralizzato capace di analizzare se i DPI sono utilizzati in modo corretto e in quali circostanze.

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Intelligenza artificiale: applicazioni pratiche nel mondo del lavoro

Con l’avanzare della digitalizzazione e l’affinamento delle capacità computazionali, intelligenza artificiale e sicurezza sul lavoro stanno diventando sempre più interconnesse. L’addestramento virtuale e le simulazioni alimentate dall’AI, per esempio, rappresentano validi strumenti per rendere più efficienti alcuni corsi di formazione in materia di sicurezza. Queste tecnologie offrono esperienze immersive e interattive, consentendo di acquisire competenze pratiche in contesti controllati. Gli scenari di formazione possono adattarsi dinamicamente alle risposte dei partecipanti, creando situazioni realistiche e personalizzate.
Tra le altre applicazioni dell'intelligenza artificiale per la sicurezza sul lavoro troviamo:

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L’avanzata del Chief AI Officer

Se da un lato l’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo sempre più importante all’interno delle imprese, dall’altro queste avvertono la necessità di disporre di una figura capace di supervisionare l'implementazione di queste tecnologie al loro interno.
È proprio questo il compito dei Chief AI Officer (CAIO). capace di comprendere gli aspetti tecnici dell’intelligenza artificiale e identificarne gli utilizzi più vantaggiosi. Partendo dall'analisi del contesto aziendale, il Chief AI Officer:

Questo profilo, secondo l’AI Priorities Study 2023 di Foundry, è in rapida ascesa negli organigrammi aziendali. Diventerà una delle figure chiave della sicurezza accanto a RSPP, RLS e Preposti? Forse, è presto per dirlo. Di certo, però, è evidente il peso che questa figura può avere, sin da ora, nei contesti più strutturati che vogliono sperimentare per tempo le potenzialità dell’intelligenza artificiale, anche legata alla sicurezza sul lavoro.

NOTE

¹ Per approfondire: Intelligenza Artificiale, significato e applicazioni dell’AI, Osservatorio Artificial Intelligence, Politecnico di Milano

L’acqua è il suo habitat naturale, l’aria condizionata una delle principali fonti di propagazione e di diffusione. E d’estate entra spesso in scena. Parliamo della legionella, il batterio responsabile della legionellosi, un’infezione polmonare che si manifesta spesso come una forma acuta di polmonite. Secondo gli ultimi dati¹, nel 2022 sono stati notificati all’Istituto superiore di sanità 3.111 casi di legionellosi, con un incremento del 14% rispetto all’anno precedente.
La legionella è classificata tra gli agenti biologici per i quali il D.Lgs. 81/2008 prevede l’adozione di specifiche misure di prevenzione a seguito del procedimento di valutazione del rischio. Andiamo, allora, ad approfondire cosa prevedono le linee guida sulla legionella e cosa devono fare le aziende per mitigare il rischio. Anche alla luce delle novità normative in materia di acque potabili.

Che cos’è la legionella

La legionella è un batterio che si nasconde negli ambienti acquatici naturali, come sorgive, fiumi o laghi. Da qui è in grado di raggiungere condotte cittadine e impianti idrici degli edifici. Ciò significa che i sistemi di condizionamento dell’aria, così come serbatoi, fontane e piscine possono agire da amplificatori e disseminatori della legionella, creando una potenziale situazione di rischio per la salute. Specialmente durante i mesi estivi: come spiegato in questo articolo dai colleghi di Pragma Chimica, il rischio legionella si presenta maggiormente nella bella stagione. È in questo periodo che il batterio trova le condizioni ideali per la sua proliferazione. La legionella ha bisogno, infatti, di una temperatura dell’acqua compresa tra i 25° e i 42° C. Influiscono, però, anche condizioni di stagnazione, così come la presenza di incrostazioni, sedimenti e biofilm.
Anche per la sempre maggiore diffusione di sistemi idrici complessi, diventa essenziale rafforzare le misure di prevenzione per limitare la diffusione di questo pericoloso batterio. In questo senso, le linee guida sulla legionella e il D.Lgs. 81/2008 rappresentano i capisaldi legislativi.

Cosa dicono le linee guida legionella

Dal punto di vista normativo, le Linee guida per la prevenzione della legionella², pubblicate dal ministero della Salute, rappresentano il più importante riferimento normativo nazionale in materia.
Articolate in sei capitoli, riportano in un unico testo tutte le indicazioni e le norme tecniche del settore. All’interno degli aspetti generali, per esempio, vengono definite le fonti di infezione, le modalità di trasmissione e le diagnosi di laboratorio. Nella parte relativa alla sorveglianza e indagine epidemiologica vengono, invece, illustrati il sistema di notifica e tutte le procedure per la segnalazione dei casi all’interno del registro nazionale della legionellosi. Inoltre, tra gli argomenti affrontati, vi sono:

Emanate in attuazione al D.Lgs. 81/2008, le linee guida sulla legionella hanno carattere di obbligatorietà. Ciò significa che tutte le strutture potenzialmente a rischio devono rispettare le linee guida ministeriali.

LEGGI ANCHE: Allerta legionella: prevenzione obbligatoria nei luoghi di lavoro

Sos rischio legionella: cosa fare

Classificata dal D.Lgs. 81/2008 tra gli agenti biologici di classe 2, ovvero come microrganismo infettivo e patogeno per l’uomo, per la legionella è prevista l’adozione di misure di prevenzione a seguito della valutazione del rischio.
Il datore di lavoro ha l’obbligo di considerare che il rischio può riguardare ciascun sito di sua responsabilità. Ciò si concretizza nel Documento di valutazione del rischio, che individua e valuta tutti i potenziali rischi presenti in azienda che possono minacciare la sicurezza dei lavoratori. Nel dettaglio, il DVR sulla legionella prevede la valutazione, la gestione e la comunicazione del rischio.

Tale indagine deve essere redatta da personale qualificato e dovrà essere aggiornata ogni tre anni per la maggior parte delle strutture. Fanno eccezione gli stabilimenti ricettivi e le strutture sanitarie, per i quali è richiesto un aggiornamento più frequente. Ricordiamo, inoltre, che la valutazione del rischio legionella deve essere svolta ogniqualvolta vi siano state modifiche degli impianti.

LEGGI ANCHE: DVR: come e quando valutare il rischio

Mancata prevenzione legionella: cosa si rischia

Il mancato adempimento di quanto previsto dalle linee guida sulla legionella e dal D.Lgs. 81/2008 può esporre dirigenti e datori di lavoro a sanzioni di vario tipo. Nello specifico:

Inoltre, potrebbero aggiungersi risarcimenti per danni biologici e alla salute dovuti alla mancata prevenzione del rischio legionella, oltre che un significativo danno reputazionale per l’azienda. Fare le cose per bene, insomma, conviene doppiamente.

LEGGI ANCHE: Ecco perché conviene un audit di verifica della conformità normativa

Prevenzione e contrasto della legionella: un pacchetto di servizi completo per le aziende

La legionella, insomma, è un nemico insidioso che può arrecare danni a più livelli. Tuttavia, come già evidenziato parlando dell’idrogeno solforato, non è un nemico invincibile. La strategia migliore è adottare un approccio globale.
In questo senso, in collaborazione con i tecnici di Pragma Chimica, offriamo alle aziende un pacchetto di servizi completo. Si parte dalla valutazione dei punti di rischio e dall’analisi preliminare degli impianti e si passa attraverso la redazione del protocollo di controllo del rischio legionellosi.
In caso di contaminazione, si procede alla bonifica dell’impianto idrico in questione con prodotti chimici specifici di comprovata efficacia, prevedendo controlli microbiologici periodici di mantenimento.

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NOTE

¹ Fonte: 20/7/2023 - I nuovi dati sulla legionella, Istituto superiore di sanità

² Per approfondire: Linee guida per la prevenzioneed il controllo della legionellosi, ministero della Salute

In un’epoca in cui gli eventi naturali sono diventati parte integrante della nostra realtà, la sicurezza degli edifici si rivela fondamentale per la protezione dai rischi. Un assunto che vale, a maggior ragione, se il territorio in questione è considerato tra quelli a maggior rischio sismico, qual è l’Italia¹. Garantire la sicurezza strutturale delle imprese è, insomma, una priorità. In questo senso, l’adeguamento sismico contribuisce a ridurre il rischio di danni strutturali agli edifici, proteggendo lavoratori e beni aziendali. In più, le aziende possono approfittare di importanti agevolazioni fiscali, il premio assicurativo cala e il valore dell’immobile, dopo l’intervento, aumenta.

I servizi e_labo in ambito adeguamento sismico

Nell’ambito del miglioramento e dell’adeguamento sismico, i consulenti e_labo supportano le imprese offrendo soluzioni calibrate e una gestione integrata degli interventi in edifici industriali, fornendo servizi per garantire la sicurezza e la resistenza sismica delle strutture. Nello specifico, ci occupiamo di:

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Cosa s’intende per adeguamento sismico

Secondo quanto previsto dal D.Lgs. 81/08, il datore di lavoro deve valutare la vulnerabilità e la sicurezza delle strutture, anche in relazione a un potenziale evento sismico. Ecco perché il Documento di valutazione dei rischi (DVR) deve comprendere al suo interno anche la valutazione del rischio sismico.
Una volta individuate eventuali criticità, sarà necessario programmare gli interventi idonei per ridurre il più possibile i fattori di rischio. Attraverso l’adeguamento sismico, dunque, è possibile preservare la stabilità di edifici esistenti, minimizzando il rischio di crollo. Si tratta di una serie di interventi edilizi di rinforzo o di aumento delle prestazioni strutturali. Senza ricorrere a demolizioni o ricostruzioni, quindi, è possibile incrementare il livello di sicurezza della struttura fino a raggiungere i livelli di sicurezza stabiliti dalle norme tecniche per le costruzioni (NTC), ovvero pari a quelli di un edificio di nuova costruzione.

LEGGI ANCHE: Cos’è il documento di valutazione del rischio?

Adeguamento e miglioramento sismico: analogie e differenze

Oggi i rimedi che possono essere adottati per ridurre i rischi e migliorare la sicurezza delle strutture in relazione agli eventi sismici sono diversi. Tra questi, oltre all’adeguamento sismico degli edifici esistenti, vi sono:

Spesso confuso con il miglioramento sismico², il progetto di adeguamento sismico comprende tutti quegli interventi necessari per conferire alle strutture un livello di sicurezza pari a quello previsto per le nuove costruzioni.

Quando intervenire è obbligatorio

Un ulteriore aspetto da chiarire riguarda l’obbligatorietà. A differenza degli interventi di riparazione e miglioramento, infatti, l’adeguamento sismico, in certi casi, rappresenta un obbligo per le aziende. Nel dettaglio, quando si deve:

In ogni caso, il progetto dovrà essere riferito all’intera costruzione e dovrà riportare le verifiche dell’intera struttura post-intervento. Inoltre, rimane l’obbligo di procedere alla verifica locale delle singole parti e/o elementi della struttura, anche se interessano porzioni limitate della costruzione.

Sisma bonus e agevolazioni fiscali: vantaggi per le aziende

Per le aziende, i vantaggi non si fermano al piano della sicurezza. Gli interventi di adeguamento sismico, infatti, consentono alle imprese di usufruire delle detrazioni d’imposta sulle spese sostenute.
La misura, meglio nota come Sisma bonus, permette di detrarre le spese sostenute in base alla tipologia d’intervento. In particolare, per l’adozione di misure antisismiche avvenute tra il 1 gennaio 2017 e il 31 dicembre 2024, la detrazione è pari al 50%. Si sale al 70% o all’80%, qualora gli interventi effettuati permettano il passaggio, rispettivamente, a 1 o a 2 classi inferiori di rischio sismico. Possono beneficiarne persone fisiche e imprese fino al 31 dicembre 2024. La detrazione viene calcolata su un importo massimo di 96.000 euro e viene ripartita in 5 quote annuali uguali³.
Ma non è tutto. Post interventi di adeguamento sismico, le aziende possono avere accesso a condizioni più favorevoli sulle polizze assicurative, poiché dimostrano una gestione del rischio più responsabile. Senza contare che il valore dell’immobile, dopo l’intervento, aumenta.

NOTE

¹ Italia, Grecia, Turchia, Albania e Romania sono i Paesi europei dove vi sono più aree soggette a un elevato rischio sismico. Per approfondire: 2020 European Seismic Hazard Model (ESHM20). ll Veneto, già interamente classificato sismico, è incluso nelle zone 3, 2 e 1 in base alla classificazione sismica Italia, Dipartimento della Protezione Civile.
² L’adeguamento sismico prevede interventi sul patrimonio esistente, approntati per raggiungere un grado di sicurezza sismica equiparabile agli edifici di nuova costruzione. Il miglioramento sismico prevede, invece, una riduzione del rischio (espressa in percentuale) rispetto al grado di sicurezza sismica prevista per i nuovi edifici. La differenza tra miglioramento e adeguamento sismico sta, dunque, nel livello di sicurezza raggiunto.
³ Per approfondire: Sisma bonus, Agenzia delle Entrate

Come recitava un vecchio slogan pubblicitario, prevenire è meglio che curare. Vale in tutti gli ambiti. Vale, soprattutto, quando si parla di sicurezza sul lavoro.
Dopo aver messo insieme, in un precedente articolo, tutti i pezzi del puzzle della sicurezza, andiamo ora ad approfondire l’immagine che abbiamo ottenuto. L’insieme di normative, valutazioni e buone prassi giocano un ruolo fondamentale nella prevenzione di rischi e pericoli per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Ma cosa s’intende per prevenzione sul lavoro e come si attua concretamente in azienda? Scopriamolo insieme.

Prevenzione sul lavoro: definizione

Il concetto di prevenzione sul lavoro è definito dall’art. 2 del D. Lgs. 81/08. Si tratta del complesso di disposizioni e misure necessarie per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e  dell’integrità dell’ambiente esterno.
La prevenzione della sicurezza sul lavoro si ricollega agli obblighi che un datore di lavoro deve rispettare nei confronti dei suoi dipendenti e collaboratori per ridurre il numero di possibili infortuni. Nello specifico, la normativa stabilisce che il titolare di un’azienda è tenuto a mettere in campo tutte le azioni di prevenzione adeguate ai possibili rischi dell’attività lavorativa specifica. Ciò in modo tale da eliminare o ridurre il più possibile gli incidenti sul luogo di lavoro (detto che il rischio zero non esiste).
Le principali misure di prevenzione che si devono adottare partono da una valutazione dei rischi dell’attività con la redazione del Documento di valutazione dei rischi (DVR). Altrettanto importanti sono la formazione e il continuo aggiornamento, in tema di sicurezza del lavoro, per tutti i lavoratori. Infine, la prevenzione sul lavoro si attua anche nell’ambiente dove si svolge l’attività lavorativa. Passa, per esempio, attraverso una corretta progettazione delle macchine e delle attrezzature per il lavoro e l’utilizzo di dispositivi di sicurezza.

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Sicurezza e prevenzione: il primo passo è la valutazione dei rischi

In tema di prevenzione sul lavoro, la valutazione dei rischi è un aspetto cruciale. Il datore è tenuto, per legge, a condurla in modo completo e accurato redigendo il DVR. Questa valutazione è un processo essenziale per identificare, valutare e gestire i rischi professionali che i lavoratori possono incontrare nei loro ambienti di lavoro e nelle diverse attività svolte. Esistono tre principali tipi di rischi professionali, ciascuno dei quali richiede una valutazione specifica.

La valutazione dei rischi è obbligatoria quando si costituisce una nuova impresa. In questo caso, il datore di lavoro deve avviare immediatamente il processo di valutazione dei rischi, anche se la stesura del DVR può avvenire entro 90 giorni dall’inizio dell’attività. La valutazione dei rischi è richiesta anche in caso di riorganizzazione della produzione, introduzione di nuove mansioni o cambiamenti significativi nell’organizzazione del lavoro. Inoltre, una nuova valutazione può essere necessaria in caso di infortuni sul lavoro o se i risultati della sorveglianza sanitaria rivelano la necessità di ulteriori misure preventive. La sorveglianza periodica è, pertanto, un elemento fondamentale nella prevenzione sul lavoro per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori.

LEGGI ANCHE: Cos’è il documento di valutazione del rischio?

Il ruolo chiave dei lavoratori per la prevenzione sui luoghi di lavoro 

Ripetiamo spesso che, oggi più che mai, bisogna aumentare la cultura della sicurezza sul lavoro. In questo senso, la prevenzione sul lavoro è un gioco di squadra: tutto l’organigramma aziendale deve essere, infatti, coinvolto e sentirsi parte della “sfida sicurezza”.
Pensiamo, per esempio, ai dispositivi di protezione. Sappiamo che giocano un ruolo fondamentale nel ridurre l’esposizione dei lavoratori ai rischi professionali. Inizialmente, il datore di lavoro dovrebbe privilegiare l’adozione di dispositivi di protezione collettiva. Infatti, questi strumenti agiscono direttamente sulla sorgente del rischio e, quindi, contribuiscono in modo significativo a ridurlo.
Tuttavia, vi sono situazioni in cui questo potrebbe non essere sufficiente. Entrano in gioco, quindi, i dispositivi di protezione individuale (DPI). Questi devono rispettare alcune importanti caratteristiche: devono essere adatti alla tipologia di rischio professionale da prevenire e non devono aumentare il rischio. Inoltre, devono tener conto delle esigenze ergonomiche e della salute dei lavoratori, conformarsi agli standard qualitativi stabiliti dalla legge² ed essere adattabili alle condizioni di lavoro. Infine, i dispositivi di protezione devono essere personalizzabili per soddisfare le esigenze specifiche di ciascun lavoratore. L’efficacia dei DPI richiede soprattutto l’impegno attivo dei dipendenti, che devono saperli utilizzare in maniera corretta seguendo una specifica formazione e trattarli con cura per evitare danni o usura prematura. Nel caso di malfunzionamento o guasti, bisogna segnalarlo tempestivamente al datore di lavoro. I lavoratori devono contribuire attivamente alla sicurezza e alla prevenzione sul lavoro partecipando a corsi di formazione e sottoponendosi a visite mediche periodiche di sorveglianza sanitaria.

LEGGI ANCHE: Il metodo BBS: la sicurezza che parte dai comportamenti

La formazione: un asso nella manica

C’è, poi, la formazione dei lavoratori, un pilastro essenziale per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro. Non si tratta solo di ottemperare agli obblighi di legge: è un investimento strategico per un’azienda. Per ogni azienda.
Da questo punto di vista, la normativa prevede che un’adeguata formazione informi i lavoratori sui rischi ordinari, specifici e da interferenza associati al loro ambiente di lavoro. Inoltre, si devono ricevere istruzioni e addestramento su procedure di primo soccorso e antincendio. Come evidenziato in un precedente articolo dedicato al tema, la formazione generale e quella specifica costituiscono le fondamenta (obbligatorie) su cui poi va costruita la “casa della formazione”. Andranno, cioè, aggiunti i corsi specifici previsti da norme e accordi. La prevenzione sul lavoro si attua, insomma, anche attraverso una formazione e un aggiornamento puntuali in base al settore e alla mansione.

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NOTE
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L’inizio, sosteneva Platone, è la parte più importante del lavoro. Un assunto che resta valido anche oggi. Pensiamo all’avvio di una nuova azienda, che richiede una pianificazione accurata e attenzione a numerosi dettagli. Anche, e soprattutto, a livello di obblighi da rispettare in materia di salute e sicurezza. In questo articolo ci concentriamo proprio su questo aspetto, chiarendo quali sono i principali adempimenti sulla sicurezza sul lavoro che le aziende di nuova costituzione devono rispettare.

Quali sono gli adempimenti sulla sicurezza sul lavoro per le nuove aziende

Qualsiasi sia l’ambito e il settore di appartenenza, la sicurezza sul lavoro è una questione di importanza cruciale. Non si tratta solo di un obbligo sancito dal Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08). Come evidenziato in un precedente articolo, la sicurezza sul lavoro va intesa come un investimento. Per tutti: datore di lavoro, dipendenti e collaboratori, per l’azienda stessa.
Delle varie figure chiave coinvolte nella gestione della sicurezza aziendale, molto è in capo al datore di lavoro, tra obblighi non delegabili e altri delegabili. È lui il principale responsabile della sicurezza in azienda, esercitando poteri decisionali e di spesa. Nello specifico, in caso di inizio di una nuova attività (o di ampliamento di una realtà già avviata), al datore di lavoro spettano vari compiti. Tra questi:

Qualora, poi, l’attività da avviare fosse ritenuta insalubre, sarà obbligatorio darne comunicazione allo Sportello Unico per le Attività Produttive, che provvederà alla trasmissione della pratica all’ASL per la proposta di classificazione. Inoltre, Il Testo Unico Ambientale indica che, per tutti gli stabilimenti che producono emissioni, debba essere richiesta una specifica autorizzazione¹.

Gli obblighi del datore di lavoro in materia di sicurezza

Accanto a questi obblighi per le aziende di nuova costituzione, esistono degli adempimenti sulla sicurezza sul lavoro che riguardano le aziende, indipendentemente dal loro ciclo di vita.
Tra questi, la valutazione dei rischi: è la prima, fondamentale misura generale di tutela dei lavoratori. Si tratta dell’obbligo più importante, poiché è in grado di identificare i rischi e di individuare le misure di sicurezza da adottare per prevenire infortuni e malattie professionali. Grazie al Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), obbligatorio in tutta le aziende con almeno un lavoratore, è possibile svolgere un’analisi dettagliata e sistematica dei potenziali pericoli e delle misure preventive da adottare per mitigarli. Tale documento, lo ricordiamo, è da aggiornare ogniqualvolta vengano, per esempio, introdotti nuovi macchinari o significative modifiche al processo produttivo. Inoltre, tra gli adempimenti per la sicurezza sul lavoro che il datore di lavoro deve garantire vi sono le:

Il datore di lavoro, dunque, è chiamato a creare condizioni di lavoro conformi agli standard di sicurezza. Ciò include anche l’adozione di idonei presidi di sicurezza come DPI, mezzi estinguenti e cassette di primo soccorso.

LEGGI ANCHE: DVR: come e quando valutare il rischio

Check list degli adempimenti per la sicurezza sul lavoro

Gli adempimenti per la sicurezza sul lavoro obbligatori, abbiamo visto, sono numerosi e riguardano ogni aspetto della sicurezza aziendale. A volte, specie in caso di avvio di una nuova attività, il dedalo di normative da rispettare e documentazioni da produrre può rappresentare uno scoglio per un imprenditore. Con l’aggiunta che, in caso di errore o dimenticanze, il conto rischia di essere salato, non solo dal punto di vista economico. Sapevi, per esempio, che la mancata elaborazione del DVR può determinare la sospensione dell’attività imprenditoriale? Uno stop, proprio all’inizio di una nuova avventura, non è proprio il massimo.
È qui che entrano in gioco i consulenti e_labo. In vista del sopralluogo presso la sede di un’azienda, ci avvaliamo di una check list. Si tratta di uno strumento pratico che fornisce un elenco dettagliato dei principali adempimenti per la sicurezza sul lavoro da rispettare e dei documenti fondamentali da avere in azienda, definendo e condividendo lo stato dell’arte. Dal CPI, se presente, all’agibilità, dalla dichiarazione di conformità degli impianti elettrico e termoidraulico al registro delle verifiche periodiche. Passando, tra gli altri, per l’elenco dei prodotti chimici in uso, i manuali d’uso e manutenzione dei macchinari, le valutazioni dei rischi specifiche. Tale strumento consente di applicare correttamente le procedure lavorative rilevando eventuali problematiche in grado di compromettere la sicurezza. La check list non è vincolante, ma può costituire un utile metodo di autovalutazione.

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NOTE

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¹ Per approfondire: Autorizzazione alle emissioni in atmosfera

La salute e la sicurezza sul lavoro sono una questione che interessa ogni settore, professione e mansione. È una prerogativa imprescindibile che vale tanto per i lavoratori dipendenti quanto per quelli autonomi. Operando in proprio, infatti, il lavoratore autonomo deve prendersi cura in prima persona della propria salute e sicurezza, così da scongiurare eventuali infortuni e malattie professionali. In questo articolo esploriamo, allora, le facoltà e gli obblighi del lavoratore autonomo in materia di salute e sicurezza.

Obblighi del lavoratore autonomo in materia di salute e sicurezza

Parlando di lavoratori autonomi, ci si riferisce a quelle figure professionali che svolgono il proprio lavoro senza vincoli di subordinazione nei confronti del committente. Si distinguono dalle imprese individuali, in quanto non hanno personale dipendente a carico.
Essere autonomo non significa essere esente da doveri e responsabilità in materia di sicurezza sul lavoro. Questa è la conditio sine qua non per svolgere le proprie mansioni senza esporre se stessi e altri a rischi e pericoli. A tal proposito, l’articolo 21 del D. Lgs. 81/2008 individua gli obblighi del lavoratore autonomo in materia di salute e sicurezza. Vale a dire:

Inoltre, nel caso si operi in un luogo di lavoro in cui si svolgono attività in regime di appalto o subappalto, il libero professionista dovrà munirsi di un’apposita tessera di riconoscimento corredata di fotografia e contenente le proprie generalità.

LEGGI ANCHE: I lavori in appalto e la valutazione dei rischi

Obblighi e facoltà: la sicurezza dei lavoratori autonomi

Il TUS non prevede soltanto obblighi del lavoratore autonomo in materia di salute e sicurezza. Per gli autonomi che compiono opere o servizi ai sensi dell’articolo 2222 del Codice Civile è prevista la facoltà di beneficiare della sorveglianza sanitaria. Ciò significa che, a differenza dei lavoratori dipendenti, per queste figure la sorveglianza sanitaria non è obbligatoria, ma volontaria. Pertanto, qualora il lavoratore decidesse di sottoporsi a tali accertamenti sanitari, gli oneri saranno a suo carico.
Il D. Lgs. 81/2008 prevede, inoltre, che il lavoratore abbia la facoltà di partecipare a corsi di formazione specifica (anche finanziata) incentrati sui rischi propri delle attività svolte. Dunque, fermi restando gli obblighi previsti da speciali norme, la formazione dei lavoratori autonomi non è obbligatoria. Come, però, ribadiamo spesso, la formazione non va intesa solo come un mero rispetto della legge vigente. SI tratta, piuttosto, di un investimento e di un’opportunità. A maggior ragione, se si parla di lavoratori autonomi e di liberi professionisti.

LEGGI ANCHE: Quali sono i corsi obbligatori di sicurezza sul lavoro?

Il ruolo delle aziende e l’idoneità tecnico-professionale dei lavoratori autonomi

Per essere proattivi nella gestione della sicurezza sul lavoro, lavoratori autonomi e liberi professionisti dovrebbero tenere in considerazione i rischi delle proprie attività e agire di conseguenza per gestirli in modo adeguato.
Di norma, in un contratto d’opera, il committente inserisce un articolo in cui declina ogni responsabilità in caso di eventuali danni che dovessero occorrere al lavoratore autonomo. Questo nel caso in cui risultasse che tali danni non si sarebbero prodotti senza l’inosservanza, da parte dello stesso, delle norme al cui rispetto è tenuto. Facciamo un esempio. La redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) non rientra tra gli obblighi per la sicurezza del lavoratore autonomo. Tale obbligo resta unicamente in capo al datore di lavoro. Quest’ultimo, qualora decidesse di avvalersi del servizio di un lavoratore autonomo, è tenuto a fornirgli tutte le informazioni concernenti i rischi sul lavoro e a verificare l’effettiva idoneità tecnico-professionale del professionista. Il lavoratore autonomo dovrà, pertanto, esibire:

In questo modo, si potranno accertare le capacità tecniche e professionali del lavoratore autonomo che consentono di svolgere il lavoro in sicurezza.

Come abbiamo visto in un precedente articolo, il DVR è il documento fondamentale per la valutazione rischi sul lavoro. Grazie a esso, infatti, il datore di lavoro può adottare tutte le misure necessarie per tutelare i propri dipendenti. Il documento di valutazione dei rischi ha la funzione di riportare in maniera dettagliata tutti i possibili rischi professionali a cui i lavoratori sono esposti durante la loro attività. Oltre al DVR, un altro documento di valutazione rischi di notevole importanza è il DUVRI, che viene redatto quando ci sono possibili rischi da interferenza. Prima di scoprire il DUVRI come modello di valutazione dei rischi, facciamo chiarezza su cosa si intende per rischi da interferenza e lavori in appalto.

Lavori in appalto: il nodo interferenze

Il prototipo dei rapporti che si creano tra più aziende per l’esecuzione di opere e servizi è rappresentato dall’appalto. Si tratta di un contratto con cui un richiedente affida a un impresario il compimento di un’opera. I requisiti per cui si verifichi l’appalto sono:

I rischi da interferenza nascono proprio da quest’ultimo punto. Si tratta di un contatto rischioso tra il personale del committente e quello dell’appaltatore. Questo si può verificare quando i lavoratori di due o più aziende diverse si trovano a svolgere mansioni differenti all’interno della medesima area. In questo caso si può creare un’interferenza dovuta al fatto che l’attività lavorativa di un’azienda può influenzare negativamente le condizioni di sicurezza degli operai dell’altra.
Per evitare che ciò avvenga, viene redatto il DUVRI, nel quale vengono riportati tutti i rischi correlati all’affidamento di appalti all’interno dell’azienda produttiva. La valutazione dei rischi da interferenza deve pervenire non solo ai lavoratori interni, ma anche a tutti gli utenti che possono essere presenti nel cantiere durante i lavori. Come precisa l’art. 26 del D.Lgs 81/2008, l’obbligo di redazione DUVRI spetta al committente dell’opera.

LEGGI ANCHE: DVR, DUVRI (e POS): che differenza c’è tra questi documenti?

I principali obblighi connessi ai contratti d’appalto o d’opera o di somministrazione

Giacché stiamo parlando dei contratti d’appalto, riepiloghiamo i principali obblighi connessi al contratto d’appalto. Come indicato dal D.Lgs 81/2008, occorre:

Inoltre, i datori di lavoro devono cooperare per la prevenzione di rischi di incidenti, coordinando gli interventi di protezione per i lavoratori esposti. Devono anche informarsi reciprocamente per evitare rischi dovuti alle interferenze tra i dipendenti delle diverse imprese.

LEGGI ANCHE: I documenti fondamentali da avere in azienda: ecco la check list 

Il modello di valutazione dei rischi DUVRI

Il Documento unico di valutazione dei rischi da interferenza (DUVRI) fornisce una visione esaustiva e sistematica per l’organizzazione e la gestione delle attività in appalto durante le attività di produzione. Si tratta di un riferimento prezioso per le ditte appaltatrici e, per questo, va costantemente aggiornato durante l’esecuzione delle attività. L’obiettivo che si pone questo documento è identificare puntualmente le possibili interferenze che si potrebbero venire a creare nell’esecuzione degli appalti, e i rischi derivanti connessi. Andando a definire le misure di prevenzione e protezione al fine di ridurre o eliminare le interferenze stesse.
La redazione del DUVRI deve rispecchiare le norme ai sensi del Decreto legislativo del 18 aprile 2016 n.50¹. Esistono dei casi in cui la redazione del DUVRI è obbligatoria. La Determinazione dell’autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici di Lavori, Servizi e Forniture n.3 del 5 marzo 2008², infatti, ha asserito che la compilazione del documento unico di valutazione dei rischi va eseguita solo nei casi siano presenti delle interferenze. Nello specifico possiamo considerare rischi interferenti quelli che:

Non è, invece, obbligatorio redigere il DUVRI in caso di appalti di servizi di natura intellettuale, qualora vi sia mera fornitura di materiali o attrezzature. Come pure in caso di lavori o servizi di durata non superiore a 5 uomini giorno, a patto che essi non comportino rischi derivanti dal rischio d’incendio di livello elevato.

Il DUVRI in cantiere

Per comprendere meglio il documento di valutazione dei rischi nei lavori in appalto, vediamo cosa succede nei cantieri edili. L’obbligo di redazione del DUVRI nel campo della cantieristica avviene quando si verificano tre condizioni

  1. non si può nominare il coordinatore per la sicurezza e quindi non si può redigere il PSC, che verrà sostituito dal documento di valutazione dei rischi.
  2. Il committente delle opere deve essere “qualificato”, quindi può essere anche un datore di lavoro. In questo caso, l’imprenditore avrà la disponibilità giuridica del luogo dove si svolgono i lavori.
  3. La durata dei lavori non deve essere superiore ai cinque uomini giorno, ovvero a 40 ore di lavoro (8 ore per 5 lavoratori). In caso contrario, il DUVRI non va compilato, a meno che questi lavori non comportino un rischio d’incendio, si svolgano in ambienti  confinati o in quota.

Una volta verificate queste tre condizioni nel cantiere edile, il DUVRI riporterà solo un obbligo formale: dovrà essere allegato al contratto di appalto e mantenuto in continuo aggiornamento. Inoltre, il documento di valutazione dei rischi dovrà essere redatto prima dell’inizio dei lavori. Ciò in modo tale da scongiurare qualsiasi tipo di situazione che possa mettere in pericolo i lavoratori.

NOTE

Foto in evidenza: Freepik

¹ Decreto legislativo del 18 aprile 2016 n.50

² Determinazione dell’autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici di Lavori, Servizi e Forniture n.3 del 5 marzo 2008

Totalmente o parzialmente chiuso, non adatto alla permanenza di persone, ma occupabile temporaneamente per interventi lavorativi particolari. È la definizione di spazio confinato. In un precedente articolo abbiamo analizzato i principali rischi del lavoro in spazi confinati e cosa dice la legislazione in merito. Torniamo sull’argomento, allargando lo sguardo. Analizziamo, nel dettaglio, quanto sia importante censire gli spazi confinati, valutare i rischi, le misure di prevenzione e le soluzioni d’emergenza da adottare. Del resto, gli ambienti confinati sono, per loro stessa natura, luoghi di lavoro che presentano molteplici potenziali fattori di rischio. Sapere cosa fare e cosa no può, insomma, aiutare a prevenire gravi infortuni.

Valutare i rischi del lavoro in spazi confinati

Il lavoro in spazi confinati è regolamentato dal D.lgs. n. 81/2008, ovvero il Testo Unico sulla Sicurezza e il DPR n.171/2011¹. In particolare, gli articoli 17 e 28 del TUS impongono ai datori di lavoro di fare una precisa valutazione di tutti rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, redigendo il DVR, il documento di valutazione del rischio.
Effettuare una valutazione specifica per gli spazi confinati è un punto di partenza di fondamentale importanza. Il processo di valutazione dei rischi comprende una serie di passaggi che devono essere seguiti. Nello specifico:

Ultima, ma non per importanza, c'è la compilazione di schede specifiche per ogni spazio confinato. In esse sono indicate tutte le misure e le persone che possono lavorare al loro interno.

Il censimento degli spazi confinati e la creazione di checklist specifiche

Per eseguire un censimento completo degli spazi confinati presenti in un luogo di lavoro devono essere svolte le seguenti attività.

Viene poi posizionata una segnaletica specifica per gli spazi confinati che individui i fattori di rischio, limitando l’accesso alle sole persone autorizzate. Si redige, inoltre, una planimetria in cui siano indicati gli ambienti confinati presenti in azienda.
Per effettuare un censimento è possibile utilizzare alcune specifiche check­list che devono essere compilate dal consulente esperto che segue il processo di valutazione dei rischi. In questi documenti devono essere indicati il nome e la localizzazione dello spazio. Inoltre, bisogna verificare che il luogo preso in considerazione rispetti le caratteristiche indicate dalle OSHA 1910.146², affinché possa essere considerato uno spazio confinato. Si deve segnalare la presenza di pericoli e le attività che si svolgono al suo interno, specificando la descrizione del lavoro in spazi confinati, la frequenza, la durata e chi lo svolge.

Lavoro in spazi confinati

Procedure e prevenzione per il lavoro in spazi confinati

Abbiamo visto che, come prima cosa, il datore di lavoro deve valutare se sia possibile o meno far entrare i dipendenti in spazi confinati. Talvolta può succedere che, attraverso un’attenta pianificazione, si riesca ad evitare la necessità di svolgere mansioni all’interno di spazi confinati.

Il lavoro in spazi confinati implica l’identificazione dei pericoli presenti, la valutazione dei rischi e l’individuazione, quindi, di misure precauzionali. Per una corretta valutazione, si dovranno prendere in considerazione il tipo di attività e di ambiente di lavoro, i materiali e le attrezzature usati, l’idoneità degli addetti e le soluzioni da adottare per interventi d’emergenza. Nel caso in cui non sia possibile evitare l’ingresso nello spazio confinato è opportuno assicurarsi di disporre di adeguate procedure operative. Occorre, poi, prevedere adeguate soluzioni d’emergenza, prima dell’inizio dei lavori. Inoltre, bisogna:

Tra le altre azioni da mettere in atto, la formazione si ritaglia un ruolo di primo piano. I corsi specifici fornisco le informazioni di base necessarie per affrontare i pericoli derivanti dall’ingresso in locali confinati.

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Gestione e intervento in caso di emergenza

Perché fare tutto ciò? Per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori. Anche perché, in caso di incidente, i lavoratori all’interno di uno spazio confinato sono esposti a un serio e immediato pericolo. In questo senso, stabilire misure efficaci per la segnalazione dell’emergenza e per lo svolgimento delle operazioni di soccorso, è decisivo. Le misure di emergenza variano a seconda del rischio. In linea generale bisogna:

Ovviamente, purtroppo, non esiste il rischio zero quando si parla di lavoro in spazi confinati. È più opportuno parlare di rischio residuo. Si tratta di quel margine di pericolo che resiste dopo aver messo in campo tutte le misure e le procedure organizzative. Con una postilla non proprio irrilevante: la cultura della prevenzione e un’adeguata formazione possono fare la differenza.

NOTE

¹ Per approfondire: Regolamento recante norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinati

² Occupational Safety and Health Administration, 1910.146 - Permit-required confined spaces

Siamo agli sgoccioli. Manca sempre meno, infatti, al 4 ottobre 2022. È la data in cui è prevista l’entrata in vigore del Decreto Ministeriale del 2 settembre 2021. Come avevamo anticipato in un precedente articolo, l’atto stabilisce i criteri per la gestione dei luoghi di lavoro in esercizio e in emergenza e le caratteristiche dello specifico servizio di prevenzione e protezione antincendio. Novità in vista anche sul fronte della formazione antincendio: una materia che ci riguarda da vicino. Scopriamo insieme cosa cambia e quel che c’è da sapere sul tema.

Corsi di formazione antincendio: cosa cambia

Fare formazione in azienda, come noto, significa investire sulle persone per aumentare le competenze, del singolo e del gruppo di lavoro. Non fa eccezione la formazione antincendio, cui l’allegato III del Decreto Ministeriale del 2 settembre 2021¹ fa riferimento. Il provvedimento illustra le nuove indicazioni circa i corsi di formazione e aggiornamento per gli addetti al servizio antincendio. Vengono, inoltre, definiti tre livelli in funzione della complessità dell’attività e del livello di rischio. A seconda di tali distinzioni, ogni corso si articolerà in maniere differente.

LEGGI ANCHE: Perché la formazione antincendio è un investimento strategico 

Corsi di aggiornamento: occhio alle scadenze

Parlare di formazione antincendio ci dà l’opportunità di aprire una parentesi anche sulla questione dei corsi di aggiornamento. Il nuovo decreto, infatti, prevede l’aggiornamento almeno ogni 5 anni della formazione per gli addetti antincendio. Da questo punto di vista, coloro che hanno sostenuto l’ultimo aggiornamento prima dell’entrata in vigore del nuovo decreto dovranno completare la prossima formazione entro 5 anni. Se, invece, al 4 ottobre 2022 dovessero essere trascorsi più di 5 anni dall’ultimo corso, gli addetti antincendio dovranno aggiornare la propria formazione entro il 4 ottobre 2023. Oltre questa data sarà necessario ripetere l’intero coso antincendio. Mai come in questo caso, dunque, porre attenzione alle scadenze è fondamentale.

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Modifiche anche per docenti e formatori

Con il DM 02 settembre 2021, novità in vista anche per docenti e formatori, partendo dai requisiti di qualificazione. I professionisti dovranno, infatti, essere in possesso almeno del diploma di scuola secondaria di secondo grado. Tra gli altri requisiti:

In mancanza del diploma, i docenti con esperienza almeno quinquennale di formazione antincendio (minimo 400 ore anno) saranno ritenuti comunque idonei.

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Gestione della sicurezza: le novità in vista

Si diceva che il DM 02/09/2021 prevede diversi cambiamenti. Non solo a livello di formazione antincendio, ma anche di informazione e designazione dei lavoratori e degli addetti. Nello specifico, nei primi due allegati viene approfondita la gestione della sicurezza antincendio e le misure da adottare nel normale esercizio e in emergenza. A tal proposito, una delle principali novità riguarda la stesura del piano di emergenza. È obbligatorio per:

L’obbligo riguarda anche le aziende soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco. Vale a dire quelle presenti nell’elenco dell’Allegato I al Decreto del Presidente della Repubblica 151/2011². Infine, all’interno del piano di emergenza dovranno essere indicati i nomi degli addetti alla prevenzione incendi.

Le giuste misure

Per gli ambienti di lavoro che non rientrano nei casi sopra elencati sarà necessario adottare idonee misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio. Parametri che andranno riportati nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Infine, come già previsto dal DM 10 marzo 1998, tutte le aziende con l’obbligo di predisporre il piano di emergenza dovranno effettuare una volta l’anno un’esercitazione antincendio. Su questo fronte, il decreto specifica delle azioni aggiuntive in carico al datore di lavoro. Infatti, se il numero dei lavoratori dovesse subire un incremento significativo, o qualora vengano apportate modifiche al sistema d’esodo, si dovrà predisporre un’esercitazione extra. Inoltre, sarà necessario adottare provvedimenti nel caso in cui emergano gravi carenze durante tali esercitazioni.

NOTE

¹ Per approfondire: Allegato III, decreto 2 settembre 2021

² Decreto del presidente della Repubblica 1° agosto 2011 , n. 151

È, in fondo, una questione di autofocus. Non si parla, però, di fotografia. In ambito aziendale, come sai, non è semplice occuparsi e stare al passo con tutte le norme e i requisiti legali da rispettare. Sono, infatti, tanti e i cambiamenti sono frequenti. Tuttavia, bisogna farlo: anche la minima disattenzione a livello burocratico, potrebbe tradursi in multe salate. In questo contesto, un audit della verifica della conformità normativa della propria impresa è una soluzione valida. Già obbligatorio per le certificazioni ISO 14001 e 45001, può essere svolto anche in autonomia, con il supporto di professionisti certificati.

Stiamo rispettando tutte le norme vigenti?

Come svela il nome, un audit della conformità normativa serve a verificare che un’azienda o un ente stia rispettando tutte le normative. Ci si riferisce sia alle norme del proprio settore specifico sia a quelle legate all’ambiente e al territorio. L’audit si concentra sul rispetto della legislazione vigente, dal punto di vista operativo e amministrativo.
Al termine dell’audit, un tecnico specializzato elabora un verbale riepilogativo sulle criticità rilevate. «Secondo gli obblighi di conformità – spiega Clarissa Serafini, consulente di e_labo –, l’azienda deve essere in grado di riconoscere le norme che le si applicano. Questo è facile quando si osservano le norme generali, come le autorizzazioni alle norme in atmosfera o agli scarichi idrici. Lo diventa un po’ meno quando si scende nello specifico. Per esempio, quando si parla di agibilità dello stabile, della zona paesaggistica o dell’autorizzazione delle insegne. Sono tutte norme di cui spesso non si tiene conto».

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Percorso specifico per ogni azienda

Il percorso dell’audit verifica della conformità normativa è unico per ogni azienda. Ogni settore, infatti, ha le sue peculiarità che, a livello legislativo, si traducono in esigenze diverse. In questo senso, il ruolo (cruciale) dell’operatore è valutare caso per caso le necessità dell’azienda. «Un conto è occuparsi di un’azienda conciaria, i cui obblighi a livello di sicurezza riguardano perlopiù estintori e uscite di emergenza – sottolinea Serafini –. Discorso diverso è se, per esempio, l’azienda si occupa di materiale esplosivo. In questo caso, esistono sicuramente più prescrizioni che devono essere controllate. Ma non parliamo solo di casi estremi. Già avere una caldaia richiede un controllo delle emissioni che rientra nella conformità normativa». Insomma: aziende diverse, analisi differenti.

Perché realizzare un audit di verifica della conformità normativa

Vi sono molte ottime ragioni per realizzare un audit di verifica della conformità normativa. Tra le principali, possiamo ricordare che:

«Nell’industria conciaria – evidenzia Serafini –, sta spopolando la certificazione LWG, che all’interno contiene una serie di domande che ricalcano i concetti di sostenibilità. Frequentemente ci troviamo a gestire questi argomenti con le aziende, anche se queste non sanno bene di cosa parliamo. Un discorso simile può essere fatto sul fronte della sicurezza, con i vari obblighi del D.Lgs. 81/2008 che spesso non sono conosciuti a fondo e nella loro totalità. È essenziale, invece, avere un’idea chiara e completa della situazione normativa: anche la più piccola dimenticanza, apparentemente insignificante, può tradursi in una multa salata».

LEGGI ANCHE: Certificazione LWG: che cos’è e come ottenerla

audit di verifica della conformità normativa

Un esempio di check list

Ma, nel concreto, in cosa consiste un audit di verifica della conformità normativa? Si tratta di un esame documentale che dura qualche giorno. Il punto di partenza è una check list, analoga a quella che trovi qui sotto. Questo strumento operativo aiuta l’operatore a verificare che tutti i requisiti siano rispettati, per poi realizzare un registro. La checklist riporta tutti gli adempimenti e le scadenze: dalla redazione del DVR e del DUVRI alla nomina di RSPP e addetti antincendio; dalla formazione generale e specifica sulla sicurezza dei lavoratori alla valutazione del rischio da stress lavoro correlato, solo per fare degli esempi.

Esempio di checklist per audit di verifica della conformità normativa

Requisiti  Legislazione Ambientale C NC NA Riferimenti azienda
1 Consumi energetici

Legge ordinaria del Parlamento n° 10 del 09/01/1991

2 Nomina del tecnico responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia (energy manager)
3 Comunicazione annuale
Prelievi idrici
4 In atto misure per l’eliminazione degli sprechi, l’incremento del riciclo e del riutilizzo, la riduzione dei consumi
5 Concessione approvvigionamento idrico autonomo
6 Denuncia pozzi
7 Denuncia annuale dei prelievi
8 Pagamento canone annuo per utenze di acqua pubblica
9 Installazione apparecchiature per la misura delle portate
Emissioni in atmosfera
10 Disponibile elenco aggiornato delle emissioni (identificazione e origine) e dati sulle caratteristiche degli effluenti e degli impianti di abbattimento
11 Richiesta di autorizzazione per emissioni da impianti nuovi, esistenti, modificati sostanzialmente, trasferiti
12 Autorizzazione emissioni
13 Procedura semplificata per emissioni a ridotto inquinamento
14 Comunicazione emissioni a inquinamento poco significativo
15 Rispetto dei limiti e delle prescrizioni dell’autorizzazione
16 Appartenenza a una delle 54 tipologie di impianto dell’all.2 del DM 12/7/90
17 Impiego di metodi di campionamento, analisi e valutazione delle emissioni indicati nell’all.4 del DM 12/7/90
18 Misurazione emissioni con sistemi di rilevamento in continuo
19 Limitazione di emissioni diffuse (movimentazione e stoccaggio materie prime/prodotti, tenuta giunzioni, flange, guarnizioni, gestione solventi organici volatili)

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DVR, DUVRI, POS. La gestione della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, si sa, prevede la redazione di un gran numero di documenti. Tra questi, DUVRI e DVR rivestono una notevole importanza. La “matrice” è comune: entrambi, infatti, afferiscono alla valutazione dei rischi. Tuttavia, le differenze sono marcate. E al dibattito si aggiunge anche il POS. Da non intendere qui come il terminale di pagamento elettronico di recente diventato obbligatorio per commercianti e lavoratori che offrono servizi. Parliamo, piuttosto, del Piano operativo di sicurezza. Come questo si integra con gli altri due? Facciamo chiarezza.

Cos’è il DVR

Andiamo con ordine. Nella nostra analisi su DVR, DUVRI e POS partiamo dal DVR, acronimo di Documento di valutazione dei rischi. Ne abbiamo già parlato a più riprese. Del resto, la sua corretta redazione è una delle azioni fondamentali in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Sintetizzando, il DVR serve a individuare e a valutare tutti i potenziali rischi presenti in azienda che possono minacciare la sicurezza dei lavoratori.
In base a quanto stabilito dal Testo Unico sulla Sicurezza, il DVR deve prendere in considerazione ogni tipologia di rischio in cui i lavoratori di un’azienda possono incorrere. Viene redatto dal datore di lavoro: a firmarlo, con il DL, sono il medico competente, l’RSPP e l’RLS aziendali. Al suo interno, il Documento di valutazione dei rischi deve contenere tutte le informazioni relative all’azienda, alla valutazione dei rischi e soprattutto alle misure adottate per ridurli. Tutte le aziende con almeno 1 dipendente devono elaborare un DVR: le uniche eccezioni riguardano le imprese familiari¹ e i liberi professionisti.

LEGGI ANCHE: DVR, come e quando valutare il rischio 

Cosa s’intende per DUVRI

DUVRI sta, invece, per Documento unico di valutazione dei rischi da interferenze. Si tratta, anche in questo caso, di un documento obbligatorio, disciplinato dall’articolo 26 del D.Lgs 81/2008. Il fascicolo è finalizzato alla raccolta delle misure da adottare per evitare o ridurre, per l’appunto, i rischi da interferenze. Parliamo di tutti quei rischi per la salute dei lavoratori derivanti dall'intervento di una ditta esterna. Messi a confronto, DVR e DUVRI già qui differiscono. Il DUVRI non riguarda direttamente i rischi legati all'attività dell’impresa appaltatrice o del singolo lavoratore autonomo. Favorisce una virtuosa sinergia, piuttosto, in merito all’attuazione delle misure di sicurezza quando più aziende operano all’interno di una medesima area di lavoro. L’obbligo di redigere il DUVRI² nasce quando il datore di lavoro affida a un’impresa in appalto una o più attività all'interno del proprio luogo di lavoro³. È obbligatorio se, sommando tutti gli interventi che si faranno nell’anno, si superano i 5 uomini/giorno. Questo a meno che i lavori e i servizi in questione non comportino rischi derivanti da:

LEGGI ANCHE: Spazi confinati: valutare il rischio per prevenirlo  

Qual è la differenza tra DVR e DUVRI

Sintetizzando, potremmo dire che la differenza fondamentale tra DVR e DUVRI sta nella presenza o meno di una ditta esterna. Il primo è il caposaldo della sicurezza in azienda, il secondo è il faro (o uno dei fari) della sicurezza degli appalti. Uno riguarda un’azienda specifica, l’altro un’attività particolare. I due documenti presentano delle analogie: l’onere della redazione spetta, per esempio, al datore di lavoro, dell’azienda committente nel caso del DUVRI. Le principali differenze sono legate a tipologia dei rischi e modalità di aggiornamento. Nel dettaglio:

LEGGI ANCHE: Quando il rischio sta alla scrivania: il DVR per gli uffici

C’è anche il POS

Abbiamo visto fin qui analogie e differenze DUVRI e DVR. E il POS? Si tratta del Piano operativo di sicurezza. Regolato sempre dal D.Lgs 81/2008, va redatto prima d’iniziare le attività operative in un cantiere temporaneo o mobile. La compilazione spetta al datore di lavoro dell’impresa esecutrice e fa riferimento al singolo cantiere interessato. Anche il POS, dunque, come DVR e DUVRI, opera nell’ambito della valutazione dei rischi cui sono sottoposti i lavoratori. Tuttavia, questo documento fa riferimento solo al singolo cantiere interessato dalle attività operative. Oltre ai dati identificativi dell’impresa esecutrice, deve contenere le specifiche mansioni inerenti la sicurezza svolte nel cantiere da ogni figura nominata allo scopo dalla stessa impresa. Insomma, parlando di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, potremmo dire: a ciascuno il suo (documento).

NOTE

¹ Per “impresa familiare” s’intende un’attività economica cui collaborano, in modo continuativo, il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo. Come chiarito dal ministero del Lavoro, il DVR è obbligatorio solo nel caso in cui le parti (i familiari) abbiano dato vita a un diverso qualificato rapporto (società di fatto, rapporto di lavoro subordinato, etc.).

² È compito e obbligo del datore di lavoro dell’azienda committente dell’appalto redigere il DUVRI. Il Documento va allegato al contratto d’appalto o al contratto d’opera, di cui costituisce parte integrante.

³ La compilazione del DUVRI non è contemplata per servizi in appalto di natura intellettuale o per mere forniture di materiali o attrezzature.

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Per un’azienda attenta alla tutela della sicurezza sul lavoro, le procedure Loto possono essere… un fiore all’occhiello. Giochi di parole a parte, il lockout tagout riveste grande rilevanza in ambito industriale. Interviene, infatti, nelle fasi di manutenzione, laddove rappresenta un efficace strumento per innalzare il livello di sicurezza. Scopriamo insieme come e perché.

Manu(at)tenzione

La manutenzione, si sa, gioca un ruolo fondamentale per preservare apparecchiature e impianti industriali durante il loro ciclo di vita. Lo scopo è quello di consentire ai macchinari di eseguire al meglio le funzioni richieste e per cui sono stati progettati. La fase di manutenzione degli impianti, tuttavia, espone a un rischio elevato di infortuni di vario tipo. Una delle cause più frequenti di incidenti è la riattivazione imprevista di fonti di energia. Proprio partendo da questo assunto, la procedura di lockout tagout garantisce che gli impianti più pericolosi rimangano correttamente inattivi durante la manutenzione. Uno strumento di controllo, dunque, capace di impedire l’avvio dei sistemi mentre è in corso un intervento.

LEGGI ANCHE: Manutenzione in azienda: strumenti per la sicurezza sul lavoro 

Cosa significa lockout tagout

Perché parliamo di questo argomento proprio ora? Perché la chiusura estiva è, per molte aziende, occasione di mettere in atto attività manutentive che spesso non è possibile svolgere durante l’anno.
Affinché il tutto si possa svolgere in piena sicurezza per gli operatori, è fondamentale implementare sistemi ad hoc, come, appunto il, lockout tagout. Si tratta di una procedura che, come anticipato, consente di proteggere i lavoratori dalle sorgenti di energia pericolose durante le operazioni di manutenzione (ordinaria e straordinaria) e, in generale, di “service”. Per comprendere al meglio il procedimento di lock out tag out è necessario partire dal significato della parola. Lockout vuol dire letteralmente “bloccare l’accesso”. Consiste, di fatto, nel posizionamento di uno o più lucchetti in corrispondenza della posizione off di un dispositivo di isolamento di una qualsiasi fonte energetica. Con tagout, invece, ci si riferisce al posizionamento di un cartello segnalatore riportante il nominativo dell’operatore autorizzato in corrispondenza del lucchetto.

LEGGI ANCHE: Servizio di controllo e verifica per attrezzature a pressione 

Lock out tag out: vantaggi e obblighi

Già da qui si percepisce il valore aggiunto dato dall’implementazione di queste procedure in nel contesto aziendale. Consente, infatti, di:

A livello normativo, è la direttiva macchine 2006/42/CE a richiedere che tutte le fonti di alimentazione di energia di cui è dotata una macchina siano isolabili¹. Questo in modo da poter eseguire interventi in condizioni di sicurezza. Ricordiamo che, per legge, il datore di lavoro deve garantire la sicurezza e la salute di tutti i suoi lavoratori, compresi gli addetti alla manutenzione. Sul fronte degli obblighi del datore di lavoro, il Testo Unico sulla Sicurezza chiarisce, tra l’altro, che egli deve agire in modo che gli impianti e i dispositivi siano sottoposti a regolare manutenzione tecnica. Deve, inoltre, fare un’accurata valutazione del rischio, compilando il DVR.

Procedure Loto: come funzionano

In linea generale, il lockout tagout richiede che l’isolamento e la messa in sicurezza di una macchina o di un impianto avvengano secondo una sequenza preordinata. Si tratta di una serie di passaggi che consente di preparare la macchina stessa all’applicazione dei dispositivi di isolamento e di lucchettaggio. Nel dettaglio, la procedura lock out tag out consiste nel:

Arrivati a questo punto è possibile procedere alla manutenzione dell’impianto, il tutto in massima sicurezza. Le procedure Loto, infatti, sono una metodologia chiara ed efficace per salvaguardare ragionevolmente gli operatori dal rischio di incidenti durante le operazioni di manutenzione. C’è un altro vantaggio, non da poco. Il lock out tag out è un valido aiuto nel promuovere la cultura della sicurezza in ambito aziendale, a tutti i livelli. Un aspetto, questo, che non può mai andare in vacanza.

NOTE

¹ Gli altri riferimenti normativi sono: ANSI/ASSE Z244.1 - 2016 The Control of Hazardous Energy Lockout, Tagout and Alternative Methods; OSHA 29 CFR 1910.147 The control of hazardous energy (lockout/tagout); CEI 11-27:2014 – Lavori su impianti elettrici; EN 60204-1:2006 Sicurezza del macchinario - Equipaggiamento elettrico delle macchine.

Nel nostro lavoro, uno degli acronimi da monitorare con attenzione è Dms: disturbi muscolo scheletrici. Sono, infatti, diffusi in ambito professionale, come approfondiamo più avanti, e costituiscono una delle principali cause di assenza per malattia in molti settori. L’argomento torna di grande attualità dopo l’entrata in vigore, lo scorso marzo, della nuova versione dell’UNI ISO 11228-1:2022. La normativa, infatti, riguarda l’analisi del rischio da sollevamento e trasporto in ambito movimentazione manuale dei carichi. C’è un altro acronimo sul piatto, dunque, da considerare: Mmc. Del resto, operazioni di sollevamento, trascinamento, spinta o spostamento di pesi interessano da vicino numerosi comparti produttivi. E si tratta di azioni che generano buona parte dei Dms. Da questo punto di vista, cosa cambia con la nuova legge? Scopriamolo insieme.

La nuova UNI ISO 11228-1:2022

Come noto, alla questione Dms e movimentazione manuale dei carichi il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro dedica un Titolo apposito, il Titolo VI. Si sottolinea che il datore di lavoro è tenuto ad adottare tutte misure necessarie di prevenzione. Vengono, inoltre, indicate alcune norme tecniche come criteri di riferimento.
La nuova UNI ISO 11228-1:2022 va a intervenire sull’allegato XXXIII del D.Lgs. 81/2008. Questo richiama espressamente la norma tecnica come “criterio di riferimento” per il datore di lavoro. In particolare, vengono stabiliti i limiti raccomandati per le attività di sollevamento e trasporto di carichi. Non tratta, invece, le attività di traino e spinta, per cui si continua ad applicare la UNI ISO 11228-2, e quelle di sovraccarico degli arti superiori, che è materia della UNI ISO 11228-3.

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Movimentazione manuale dei carichi: cosa cambia

Nello specifico, la nuova disciplina in tema di movimentazione manuale dei carichi fornisce dei limiti raccomandati circa il sollevamento, l’abbassamento e il trasporto manuale. Ciò tenendo conto di intensità, frequenza e durata del compito. La norma si riferisce alla movimentazione manuale di oggetti con massa di 3 o più kg. Questi devono procedere a una velocità di cammino compresa tra 0,5 m/s e 1,0 m/s, lungo una superficie orizzontale. Il documento fa riferimento a una giornata lavorativa di 8 ore, considerando però anche i tempi di lavoro fino a 12 ore.
Entrando nel dettaglio della nuova UNI ISO 11228-1:2022, per le azioni che comportano sollevamento/abbassamento di un carico, si introduce un processo di valutazione a step successivi. Vengono, inoltre, ampliate le modalità di calcolo dell’Indice di Sollevamento nella fase di valutazione approfondita. Ancora, vengono rivisti i pesi limite di riferimento e, infine, vengono modificate le fasce di rischio associate ai valori finali dell’Indice di Sollevamento. Per le azioni che comportano trasporto in piano di un carico viene, invece, introdotto un processo di valutazione a step successivi che permette di verificare le condizioni di accettabilità del rischio.

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Dms, il quadro europeo e italiano

Come anticipato, i Dms sono un tema caldo sul fronte della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. La portata della questione è fornita dall’Agenzia Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro. Nel suo ultimo rapporto¹, l’ente delinea un quadro piuttosto serio. Il 60% dei lavoratori europei dichiaranti problemi di salute legati al lavoro identificano i Dms come il problema più grave. Inoltre, circa 3 lavoratori su 5 nell’UE riferiscono di soffrire di Dms. I disturbi maggiori riguardano:

Il report riporta poi le statistiche dell’Inail, che offrono un quadro della gravità del fenomeno in Italia. I Dms sono i principali disturbi lavoro-correlati che colpiscono i lavoratori nel nostro Paese. Si tratta, inoltre, di un fenomeno in crescita: nel 2008 la percentuale di chi ne soffriva era del 40%, oggi siamo al 70%.

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L’importanza della prevenzione

Prevenzione: è questa la parola d’ordine per evitare i danni da Dms. Con due coordinate di riferimento: una di queste è la formazione, per tutte le figure aziendali. Un percorso per apprendere le buone prassi per evitare l’insorgenza dei disturbi muscolo scheletrici nella pratica lavorativa quotidiana. Con un accento sulle attività che possono innalzare il rischio da movimentazione manuale dei carichi.
Un altro elemento essenziale è il Documento di valutazione dei rischi. D’altronde, il Dvr serve proprio per analizzare, valutare e cercare di prevenire le varie situazioni di pericolo per i lavoratori. In questo caso, fondamentale è la figura del preposto. Del resto, è lui che è chiamato a:

A lui spetta, inoltre, il compito di verificare che alle zone che espongono a specifici rischi accedano solo lavoratori adeguatamente formati e istruiti.

I rischi connessi alla mancata o fallace valutazione delle procedure di movimentazione

Si diceva della stretta attualità della questione Dms e movimentazione manuale dei carichi. Se ne è occupata di recente la Cassazione, con una sentenza che merita un rilievo. Anche per capire cosa possa succedere a un datore di lavoro che non valuti correttamente le procedure di movimentazione. La vicenda riguarda il proprietario un’azienda di ceramica, condannato per non aver vigilato sulle modalità di movimentazione di pezzi pesanti. Si trattava di oggetti di oltre 25 chili, che avrebbero dovuto essere spostati dal tornio al carrello di trasporto da una coppia di operai. Al contrario, essi sono stati trasportati da un unico lavoratore, il quale ha poi riportato un infortunio.
In seguito alla condanna, il datore di lavoro aveva presentato ricorso alla Cassazione. La Corte Suprema ha respinto, però, le motivazioni, ribadendo la condanna². Il datore di lavoro – si legge – ha omesso l’adozione delle misure idonee protettive e controllo e vigilanza erano insufficienti per accertare che tali misure fossero adottate dai lavoratori. Ciò «costituisce un inadempimento agli obblighi protettivi tale da esaurire il nesso eziologico dell’infortunio occorso al lavoratore, così da radicarne in via esclusiva la responsabilità».

NOTE:

Foto in evidenza: Freepik

¹ Per approfondire: Focus EU-Osha su disturbi muscolo scheletrici

² Sentenza Cassazione Civile, Sez. 6, 06 aprile 2022, n. 11227

Cosa accomuna una carrozzeria e un’azienda chimica? O l’attività metallurgica e  lo stoccaggio di cereali? Il rischio esplosione. Si tratta di un tema di grande rilievo sul fronte della sicurezza sul lavoro. Spesso, tuttavia, c’è confusione tra i termini incendio ed esplosione. Facciamo, dunque, chiarezza, approfondendo gli obblighi del datore di lavoro in questo campo e analizzando come fare una corretta valutazione del rischio esplosione.

Differenze tra incendio ed esplosione

Iniziamo dal chiarire le differenze che sussistono tra incendio ed esplosione. Il termine incendio indica un fenomeno di combustione non controllata che si svolge in uno spazio non appositamente destinato a contenerla. La combustione dipende dal cosiddetto “triangolo del fuoco”. Si tratta della combinazione di tre elementi: materiale combustibile, comburente (normalmente l’ossigeno presente nell’aria) e innesco.

Per esplosione, invece, s’intende una liberazione di energia rapida e localizzata. Questa consiste nella decomposizione esotermica di alcune sostanze (definite esplosive), generalmente in seguito ad accensione. O nella rapida espansione di un gas compresso, accompagnata da effetti acustici, termici, e meccanici.

Gli obblighi del datore di lavoro

L’articolo 289 del D.Lgs. 81/2008 affronta la questione degli obblighi del datore di lavoro per prevenire il rischio esplosione. Si afferma che il datore di lavoro adotta le misure tecniche e organizzative adeguate alla natura dell’attività. Ciò ai fini della prevenzione e della protezione contro le esplosioni, sulla base della valutazione dei rischi e dei principi generali di tutela. In particolare, il datore di lavoro deve prevenire la formazione di atmosfere esplosive¹. Tuttavia, se la natura dell’attività non consente di farlo, occorre:

La valutazione del rischio esplosione

Oltre agli obblighi del datore di lavoro, il D.Lgs. 81/08 tratta anche della valutazione del rischio esplosione. L’art. 290 chiarisce che il datore di lavoro valuta i rischi specifici derivanti da atmosfere esplosive. Ciò tenendo conto almeno della probabilità e della durata della presenza di atmosfere esplosive. Deve, inoltre, valutare la probabilità che le fonti di accensione, comprese le scariche elettrostatiche, siano presenti e diventino attive ed efficaci. Il datore di lavoro deve tenere a mente, inoltre, le caratteristiche dell’impianto, le sostanze utilizzate, i processi e le loro possibili interazioni. Un altro parametro da non dimenticare è l’entità degli effetti prevedibili. Nella valutazione del rischio esplosione vanno considerati anche i luoghi che sono o che possono essere in collegamento, tramite aperture, con quelli in cui possono formarsi atmosfere esplosive.

Documento sulla protezione contro le esplosioni

Documento sulla protezione contro le esplosioni

Tra i compiti del datore di lavoro, per quanto riguarda il rischio esplosione, c’è anche l’elaborazione e l’aggiornamento del Documento sulla protezione contro le esplosioni. Il DPCE deve precisare, tra l’altro, che:

Il Documento sulla protezione contro le esplosioni è parte integrante del documento di valutazione dei rischi (DVR). Deve essere compilato prima dell’inizio dell’attività. E bisogna aggiornarlo qualora luoghi di lavoro, attrezzature o l’organizzazione del lavoro subiscano modifiche, ampliamenti o trasformazioni rilevanti.

Leggi anche: Manutenzione in azienda: strumenti per la sicurezza sul lavoro

Le direttive ATEX: riferimento normativo

La sicurezza nei luoghi di lavoro con pericolo di esplosione è regolamentata, a livello europeo, da due direttive comunemente denominate ATEX. L’acronimo sta per Atmosphères Explosibles. Si tratta del riferimento normativo per la valutazione del rischio esplosione.

La classificazione dei prodotti e delle aree

Sul fronte della classificazione dei prodotti², vengono individuati due macro gruppi (I e II) con varie sottocategorie. Nella classificazione delle aree con rischio esplosione, invece, per quanto riguarda la presenza di gas, si divide in zona:

Per la classificazione delle aree, si fa riferimento a criteri come la quantità e la posizione delle sorgenti di emissione dei gas e la disponibilità della ventilazione. Anche nella classificazione delle zone con polveri combustibili vengono individuate tre aree (Zona 20, Zona 21, Zona 22) sulla base di criteri analoghi.

Leggi anche: Spazi confinati: valutare il rischio per prevenirlo

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NOTE

¹ Per “atmosfera esplosiva” s’intende una miscela con l’aria, a condizioni atmosferiche, di sostanze infiammabili allo stato di gas, vapori, nebbie o polveri in cui, dopo accensione, la combustione si propaga nell’insieme della miscela incombusta (D.Lgs. 81/08, art. 288).

² Per approfondire: direttiva 2014/34/UE.

Manca poco, meno di un anno. Entrerà, infatti, in vigore dal 4 ottobre 2022. Stiamo parlando del Decreto Ministeriale del 2 settembre scorso. L’atto normativo introduce novità in materia di gestione della sicurezza antincendio, formazione dei lavoratori e degli addetti alla prevenzione incendi. Cambiamenti, dunque, all’orizzonte per le aziende: vediamoli nello specifico.

La nuova normativa antincendio

Il D.M. stabilisce i  criteri  per  la  gestione  in esercizio e in emergenza della sicurezza antincendio. Ciò in attuazione dell'art. 46 del D.Lgs. 81/2008. Trova applicazione nei luoghi di lavoro, così come definiti nell’articolo 62 del D.Lgs. 81/08¹. Per quanto riguarda i cantieri temporanei o mobili, invece, tali disposizioni si applicano in maniera limitata.
Il decreto affronta vari aspetti riguardo la sicurezza antincendio. Per prima cosa, disciplina la gestione della sicurezza antincendio (GSA) in esercizio e in emergenza. Segnala, poi, gli obblighi correlati all’informazione e formazione dei lavoratori. Riporta, infine, indicazioni per gli addetti al servizio antincendio, toccando anche i vari aspetti transitori relativi all’aggiornamento pregresso.

Leggi anche: Nuovo codice di prevenzione incendi: cosa è cambiato?

Gestione della sicurezza 

Il decreto comprende cinque allegati. Nei primi due documenti viene approfondita, nello specifico, la gestione della sicurezza antincendio e le misure da adottare nel normale esercizio e in emergenza. Dall’indicare i nomi degli addetti alla prevenzione incendi ed emergenza ai criteri da rispettare all’interno dei piani di emergenza.
Una delle novità più rilevanti sta nel fatto che la necessità della redazione del piano di emergenza dipende dal numero degli occupanti presenti a qualsiasi titolo all'interno dell'attività. Il piano di emergenza dovrà essere presente in luoghi di lavoro occupati da meno di 10 lavoratori, ma non solo. Anche in luoghi di lavoro aperti al pubblico con presenza contemporanea di più di 50 persone (indipendentemente dal numero dei lavoratori). E nei luoghi di lavoro rientranti nell’elenco dell’Allegato I al Decreto del Presidente della Repubblica 151 del 1° agosto 2011. È il caso, ad esempio, di stabilimenti e impianti dove si producono e/o impiegano gas infiammabili.
Per quanto riguarda i luoghi di lavoro fuori da questi elenchi il piano di emergenza non è obbligatorio. Ferma restando la necessità di adottare misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio, da riportare nel Documento di Valutazione dei Rischi.

La formazione antincendio

L’allegato III della nuova normativa antincendio² specifica le nuove indicazioni circa i corsi di aggiornamento e formazione antincendio. Sono definiti tre livelli in base al rischio delle attività in questione. I corsi di formazione antincendio si articoleranno in maniera differente a seconda del livello dell’attività:

Formare i formatori

I corsi previsti dalla nuova normativa antincendio, tuttavia, non si rivolgono solamente ai lavoratori. Anche i formatori devono, infatti, ricevere un’adeguata formazione antincendio. Questa, secondo quanto previsto dall’Allegato V, si suddivide in tre categorie, a seconda se si voglia diventare formatore di tipo teorico, pratico o di entrambi i tipi. I corsi per formatori si dividono nei seguenti tipi:

Ci sono, infine, novità anche per i requisiti di qualificazione dei docenti antincendio. Questi, infatti, dovranno essere in possesso almeno del diploma di scuola secondaria di secondo grado. E almeno uno tra i requisiti, differenti a seconda che il soggetto si dedichi alla docenza di tipo teorico e pratico o solo a uno dei due.

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NOTE

¹ Per “luoghi di lavoro” s’intendono i luoghi destinati a ospitare posti di lavoro, ubicati all’interno dell’azienda o dell’unità produttiva, nonché ogni altro luogo di pertinenza dell’azienda o dell’unità produttiva accessibile al lavoratore nell’ambito del proprio lavoro.

² Per approfondire: Decreto 2 settembre 2021.

Il tema della sicurezza sul lavoro resta di grande attualità. Anche perché l’attualità racconta di un contesto in cui resta molto da fare. Lo dicono i numeri¹: più di 100 morti al mese anche quest’anno in Italia tra gennaio e settembre, con un aumento dell’8,1% delle denunce complessive. Insomma, è tempo di agire: dai controlli alla formazione, passando per una nuova cultura in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Recentemente si è messo mano, per esempio, al Testo Unico sulla sicurezza. Vediamo cosa prevede il D.Lgs. 81 aggiornato e cosa cambia per imprese e lavoratori.

Cosa prevede il D.Lgs. 81 aggiornato

Semplificare e incentivare l’attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro. E favorire il coordinamento dei soggetti competenti a presidiare il rispetto delle norme di prevenzione. Così il ministero del Lavoro ha presentato le modifiche alla normativa vigente.
Il D.L. 146/2021, pubblicato in Gazzetta Ufficiale a fine ottobre, ha apportato alcune modifiche al TUS. L’aggiornamento del Testo Unico sulla sicurezza riguarda principalmente due campi:

Parlando di sanzioni, con il D.Lgs. 81 aggiornato vengono inasprite le multe, amministrative e pecuniarie. Lo vediamo, nel dettaglio, più in basso. Per quanto riguarda l’attività degli enti di controllo, invece, vengono ampliate le competenze dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL). Inoltre, aumenta il personale ispettivo.

Leggi anche: RSPP, RLS, Preposti: ruoli e responsabilità della sicurezza

Le novità del D.Lgs 81/2008

Le modifiche al TUS, come abbiamo visto, interessano l’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Con il D.Lgs. 81 aggiornato si assiste a un ampliamento delle competenze ispettive dell’INL negli ambiti della salute e sicurezza del lavoro. È, inoltre, previsto un coordinamento tra ASL e INL per quanto riguarda le attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro a livello provinciale.
Il D.Lgs. 81/2008 aggiornato contempla anche un aumento dell’organico: verranno, infatti, assunte oltre mille nuove unità. Aumenta anche il personale del Comando Carabinieri per la tutela del lavoro. Saranno, poi, investiti poco meno di 4 milioni di euro in nuove tecnologie nel biennio 2022/2023. Tra le novità del Testo Unico sulla Sicurezza spicca il rafforzamento del Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione nei luoghi di lavoro². Con un SINP più “forte”, si punta a una definitiva messa a regime e a una maggiore condivisione delle informazioni in esso contenute.

Leggi anche: Spazi confinati: come valutare il rischio per prevenirlo

Occhio alle multe per chi “sgarra”

L’allegato I del D.Lgs. 81 aggiornato va a sostituire l’omonimo allegato del D.Lgs. 81/2008. In particolare, a una serie di fattispecie di violazione viene associato l’importo di una somma aggiuntiva. Ad esempio:

Gli introiti derivanti dalle sanzioni emanate dal personale dell’Ispettorato in materia di prevenzione andranno a finanziare l’attività di prevenzione nei luoghi di lavoro. Analogamente a ciò che avviene per le sanzioni adottate dal personale ispettivo delle Aziende sanitarie locali. 

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Più bassa la percentuale per la sospensione dell’attività in caso di violazioni

Il D.Lgs. 81 aggiornato vede, infine, aggiornata la percentuale che fa scattare l’adozione del provvedimento cautelare della sospensione dell’attività imprenditoriale interessata dalle violazioni. Avverrà, infatti, in presenza del 10% e non più del 20% del personale “in nero”. Inoltre, non sarà più richiesta alcuna “recidiva” ai fini dell’adozione del provvedimento. Questo, dunque, sarà subito operativo a fronte di gravi violazioni di prevenzione.
La nuova disciplina prevede anche, per l’impresa destinataria del provvedimento, l’impossibilità di contrattare con la Pubblica Amministrazione durante la sospensione. Fare i “furbi” in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, insomma, conviene sempre meno. 

Leggi anche: Investire in sicurezza conviene: 1 euro ne genera 2

NOTE

¹ Fonte: Inail.

² Il SINP fornisce dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare l’efficacia delle attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Ciò relativamente ai lavoratori iscritti e non iscritti agli enti assicurativi pubblici. Così dispone l’articolo 8 del Testo unico sulla sicurezza. Il Sistema contribuisce, inoltre, a indirizzare le attività di vigilanza. Questo attraverso l’uso integrato delle informazioni disponibili negli attuali sistemi informativi, anche tramite l’integrazione di specifici archivi e la creazione di banche dati unificate.

Un rischio in conceria, ma non solo. Abbiamo spesso nominato gli “spazi confinati”, evidenziando alcuni dei rischi che si possono incontrare all’interno di essi. Ma di cosa si tratta con esattezza? Lo vediamo insieme in questo articolo, approfondendo i principali pericoli connessi e cosa dice la legislazione in merito.

Cosa sono gli spazi confinati

L’ambiente confinato, come suggerisce il nome, è un ​​luogo totalmente o parzialmente chiuso, con poche aperture di accesso e una ventilazione naturale sfavorevole. Ciò, tuttavia, non basta a definire uno spazio come confinato. Questo, infatti, deve rispondere a certe caratteristiche. Non deve, ad esempio, essere stato progettato e costruito per essere occupato in permanenza da persone, né destinato a esserlo. All’occasione, però, può essere occupato in forma temporanea per l’esecuzione di interventi come:

Rientrano nella categoria degli spazi confinati: vasche, canalizzazioni, tubazioni, serbatoi, recipienti, silos. Ma anche pozzi neri, fogne, camini, fosse, gallerie, caldaie e simili. A dirlo è il D.Lgs. 81 del 2008.

I principali rischi

È proprio il Testo Unico sulla sicurezza a prevedere, in una sua appendice, un elenco esemplificativo dei possibili fattori di rischio in ambienti confinati, con le cause potenziali. I fattori di rischio negli ambienti chiusi sono molteplici e vanno dall’esplosione all’incendio, dall’intossicazione alla caduta. Ma possono esserci anche:

Vi sono, poi, il rischio biologico e quello chimico. In questo senso, uno dei principali fattori di rischio è rappresentato dalla possibile formazione di gas nocivi, primo fra tutti l’idrogeno solforato.

Cosa dice la legislazione italiana

Di spazi confinati non parla solo il D.Lgs. 81/2008. È anche il tema attorno a cui ruota il Dpr 177/11. All’articolo 2 si dice che negli spazi confinati le attività possono essere svolte unicamente da imprese o da lavoratori autonomi qualificati. Questi devono possedere specifici requisiti elencati nel decreto stesso. Il datore di lavoro committente deve informare tutti i lavoratori che andranno a operare in ambienti confinati o sospetti di inquinamento su:

Valutazione del rischio e spazi confinati: gli obblighi del datore di lavoro

Tra i diversi obblighi del datore di lavoro vi è quello di fare una precisa e puntuale valutazione di tutti i rischi. A seguito della quale va elaborato il documento di valutazione del rischio (DVR). Tra i rischi da valutare rientrano anche quelli legati agli spazi confinati. Questi, infatti, non sempre sono chiaramente identificabili come tali. È il caso, ad esempio, di vasche interrate e serbatoi pensili per l’acqua potabile. Nel DVR devono essere riportati sia i lavori in ambienti confinati sia i possibili pericoli riscontrabili in tali luoghi. Nel documento di valutazione del rischio va, inoltre, precisato che si sono prese tutte le misure possibili per eliminare il rischio alla fonte. Come, ad esempio, modalità di lavoro alternative all’ingresso in ambienti o spazi confinati.

Ambienti confinati e OT23

È importante, dunque, approfondire il rischio connesso all’attività in spazi confinati. Il datore di lavoro deve individuare, mappare e valutare il rischio per ciascun ambiente confinato. Del tema si occupa anche il modello OT23. Alle aziende viene riconosciuto un punteggio, se queste adottano misure di prevenzione negli ambienti confinati e sospetti di inquinamento.

OT23, lo ricordiamo, è l’agevolazione che ha preso il posto, ormai da qualche anno, di OT24. Con questo incentivo, le aziende ottengono dall’Inail uno sconto sul tasso medio applicato, che varia dal 5 al 28% in ragione della dimensione aziendale. Tuttavia, per potervi accedere, è necessario dimostrare di aver eseguito investimenti in materia di salute e sicurezza. Tra gli interventi ammessi per il raggiungimento dei 100 punti necessari all’accesso all’incentivo, ci sono anche quelli relativi agli spazi confinati. Più precisamente, questi si trovano nella categoria A-1: Ambienti confinati e/o sospetti di inquinamento. Gli investimenti in materia di ambienti confinati, in particolare, contribuiscono da un minimo di 50 a un massimo di 80 punti.

OT23: cosa fare per accedere all’incentivo

Nel paragrafo precedente abbiamo analizzato come l’incentivo OT23 tratta gli ambienti confinati e/o sospetti di inquinamento. Più nello specifico si attribuiscono:

I punti A-1.3 e A-1.4 del modello di domanda di riduzione del tasso Inail necessitano di una valutazione preliminare del rischio ambienti confinati e/o sospetti di inquinamento. Questo per capire i corretti sistemi per un lavoro sicuro e per fare la formazione necessaria.

Siamo al tuo fianco per supportarti su questo tema: scopri il nostro corso locali confinati.

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185. Tante sono state nel primo trimestre 2021 le denunce di infortunio mortale arrivate all’INAIL. Si tratta di 19 in più dello scorso anno, in cui sono state 1.270 complessivamente le morti bianche, oltre 3 al giorno. In lieve calo, invece, nei primi tre mesi dell’anno le denunce di infortunio sul lavoro, ma il dato (128.671) seguita a essere elevato. Il tema della salute e della sicurezza sul lavoro resta, insomma, e deve restare in primo piano. Una sfida che passa anche dalla manutenzione delle strumentazioni di lavoro. Ne parliamo in questo articolo, chiarendo quali sono gli obblighi del datore di lavoro in materia.

Manutenzione: che cos’è?

La manutenzione è la combinazione di tutte le azioni tecniche, amministrative e gestionali eseguite nel ciclo di vita di un’apparecchiatura, impianto o luogo di lavoro. È la norma UNI EN 13306:2018 a definirla così. Queste azioni sono destinate a preservare o a riportare l’apparecchiatura/impianto in uno stato da cui si possa eseguire la funzione richiesta.

Si distingue tra manutenzione correttiva e preventiva. La prima è volta a riparare un sistema per renderlo nuovamente funzionante in caso di un guasto imprevisto. La seconda è eseguita, invece, a intervalli predeterminati o secondo criteri prestabiliti per ridurre la probabilità di guasto o di degrado del funzionamento di un elemento. È il caso, per esempio, della sostituzione di componenti, della lubrificazione o della pulizia.

I rischi legati alla manutenzione

Perché è importante parlare di manutenzione? Perché anche in questa fase, specie nella manutenzione correttiva, si possono verificare infortuni. L’INAIL li quantifica tra il 15 e il 20% del totale. Senza dimenticare che anche una manutenzione inadeguata o assente può essere causa di situazioni pericolose, infortuni e problemi di salute.

La legge stabilisce che il datore di lavoro deve garantire la sicurezza e la salute di tutti i suoi lavoratori. Tra questi sono compresi gli addetti alla manutenzione. Nella valutazione del rischio, infatti, il datore di lavoro deve tener conto anche dei pericoli durante le fasi di manutenzione. E, qualora tale attività sia affidata a ditte esterne, si accerterà che l’appaltatore ottemperi alle prescrizioni previste dalla verifica di idoneità tecnica. Lo vedremo meglio più sotto. Gli addetti alla manutenzione, svolgendo una vasta gamma di attività, possono essere esposti a numerosi pericoli:

Non bisogna scordare, poi, i pericoli psicosociali, legati per esempio a una scarsa organizzazione del lavoro e al rischio di stress lavoro-correlato.

Gli obblighi del datore di lavoro

Il D.lgs. 81 del 2008 elenca, all’articolo 64, gli obblighi del datore di lavoro. Egli deve agire in modo che:

Il datore di lavoro deve fare un’accurata valutazione del rischio, compilando un DVR (Documento di valutazione del rischio). Deve, inoltre, adottare adeguate misure di protezione, di tipo tecnico e organizzativo. Una di queste misure di prevenzione è proprio la manutenzione continua delle attrezzature di lavoro.

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Qualifica professionale delle ditte incaricate

Il datore di lavoro, nel caso affidi la manutenzione delle attrezzature a terzi, deve verificare la loro idoneità tecnico professionale. Ciò in relazione ai lavori, ai servizi e alle forniture da affidare, sia in appalto sia mediante contratto d’opera o di somministrazione. Deve, inoltre, fornire informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui questi sono destinati a operare. E sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività.

L’imprenditore committente risponde con l’appaltatore e con gli eventuali subappaltatori per i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato a opera dell’INAIL o dell’Istituto di previdenza per il settore marittimo (IPSEMA). Il personale occupato dall’impresa appaltatrice o subappaltatrice deve essere munito di tessera di riconoscimento con le sue generalità e l’indicazione del datore di lavoro.

Strumenti e buone pratiche per la manutenzione in azienda

Abbiamo, dunque, visto che la manutenzione è un elemento cruciale  in azienda. Un’attenta pianificazione delle attività manutentive è essenziale per ridurre al minimo i rischi.  

I sistemi di gestione generale prevedono di rispettare la legge cogente, quindi anche la salute e sicurezza sul lavoro. Prevedono, inoltre, di gestire l’ambiente di lavoro (e, quindi, anche la manutenzione). Non c’è, però, solo il rispetto degli obblighi di legge. Una buona gestione delle attività di manutenzione produce, infatti, anche effetti sulla qualità di ciò che l’azienda produce. In questo senso, dotarsi di un sistema di gestione della sicurezza sul lavoro (SGSL) non è un obbligo di legge ma un’opportunità. Nell’ottica di migliorare gli standard di salute e sicurezza. 

La messa in atto di sistemi di lavoro sicuri consente una pianificazione proficua della manutenzione per ridurre al minimo i tempi di fermo. E ciò garantisce anche tempo e risorse sufficienti per effettuare l’attività. Un approccio alla manutenzione di questo tipo prevede:

Coinvolgere i dipendenti di tutte le parti dell’organizzazione, infine, può favorire il raggiungimento dell’obiettivo, ovvero una manutenzione efficiente e sicura.

Siamo a disposizione per offrirti consulenza specifica in materia.
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Ci trovi ad Arzignano in provincia di Vicenza.

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Che il contagio da Coronavirus sia un rischio che deve essere attentamente considerato da tutte le aziende è cosa ormai nota e acquisita. Sono 54 mila, da febbraio, gli infortuni sul lavoro a seguito Covid-19 registrati dall’Inail. Ora il virus SARS-CoV-2 è stato ufficialmente inserito nell’elenco degli agenti biologici oggetto di valutazione del rischio nei luoghi di lavoro. Ciò significa che, oltre ad adottare le misure di prevenzione previste per legge, ogni datore di lavoro dovrebbe verificare la necessità di aggiornare il Documento di Valutazione del Rischio. Questo per adeguarsi al nuovo contesto sanitario globale.

Valutazione del rischio Covid-19: le nuove norme

Sotto l’aspetto normativo, la valutazione del rischio Covid-19 consegue al DPCM 24 ottobre 2020. Questo provvedimento, tra le altre cose, ha dato infatti attuazione alla Direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno, la quale ha sancito l’inserimento del SARS-CoV-2 nell’Elenco degli agenti biologici di cui è noto che possono causare malattie infettive nell’uomo. (Modificando cioè l’allegato III della direttiva 2000/54/CE relativa alla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un'esposizione ad agenti biologici durante il lavoro).

Anche l’Agenzia Europea per la salute e la sicurezza sul lavoro EU OSHA ha precisato nel Documento COVID-19 EU-OHCA guidance for the workplace, che le misure contro il COVID-19 dovrebbero essere incluse nella valutazione del rischio sul luogo di lavoro che copre tutti i rischi, compresi quelli causati da agenti biologici, come stabilito dalla legislazione nazionale e dell'UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.

Siamo a disposizione per analizzare la specifica situazione della vostra azienda e supportarvi, se necessario, nella valutazione del rischio Covid-19 e nell'aggiornamento del DVR, o degli altri protocolli aziendali. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Chi deve eseguire la valutazione del rischio Covid-19?

L’inserimento del Coronavirus nel DVR dopo una specifica valutazione del rischio è necessaria per tutti i contesti di lavoro in cui la probabilità di esposizione al Covid-19 sia maggiore rispetto a quello della popolazione in generale.  Tale requisito può verificarsi, ad esempio, nel caso in cui i lavoratori abbiano contatti con il pubblico, con clienti o fornitori o con soggetti potenzialmente infetti, oppure siano tenuti a trasferte di lavoro in paesi con un maggior rischio di esposizione al Coronavirus, ecc.

Si applica in questi caso il Titolo X del Testo unico sulla Sicurezza sul lavoro (D.Lgs 81/08) relativo al rischio biologico. Secondo le prescrizioni dell’Art. 28 dello stesso decreto, inoltre, la valutazione del rischio Covid-19 ed il relativo aggiornamento del DVR vanno svolte anche nel caso che il rischio più alto rispetto alla popolazione generale riguardi non l’intera forza lavoro, ma gruppi specifici di lavoratori.

Valutazione del rischio Coronavirus e protocollo aziendale

La necessità o meno di aggiornare il DVR con specifica valutazione del rischio Covid-19, perciò è un’attività che va di pari passo (pur senza avere attinenza diretta) all’applicazione del Protocollo condiviso per il contrasto dell’epidemia di Covid-19 nei luoghi di lavoro e l’adozione del relativo protocollo aziendale. Resta valida quindi l’indicazione relativa all’opportunità di rivedere e armonizzare con le ultime disposizioni anche il Protocollo aziendale anti Covid adottato nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria.

DVR: cos’è e quando va aggiornato

Il Documento di valutazione del rischio è uno degli adempimenti fondamentale nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro è tenuto ad adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. 

Il DVR è lo strumento primario per assolvere a quest’obbligo. Realizzare correttamente il DVR è il primo passo per il datore di lavoro per sollevarsi dalle conseguenze di un incidente sul lavoro. A livello legale, ma non solo. Se un’azienda è sicura, infatti, ne beneficia anche la sua efficienza e produttività. Il documento di valutazione dei rischi non ha una scadenza. Deve, però, essere aggiornato entro 30 giorni a seguito di:

La legge richiede al datore di lavoro di non tralasciare alcuna fonte di possibile danno per i lavoratori. Tra queste il rischio biologico, rappresentato da microrganismi nocivi quali virus, ad esempio il Coronavirus, ma anche tossine o batteri come la legionella.

Quante scadenze deve rispettare un’azienda (e in particolare quelle di nuova apertura) in ambito salute e sicurezza? Riassumiamo qui di seguito le principali.

Valutazione e prevenzione del rischio

Le figure della sicurezza

Corsi di formazione e aggiornamento

Sorveglianza sanitaria

Estintori

Gli estintori devono essere sottoposti a una manutenzione periodica in base alla loro tipologia:

Impianti elettrici

Gli impianti elettrici vanno sottoposti a verifiche ispettive obbligatorie ogni 2 o 5 anni per ambienti rispettivamente a rischio di incendio alto od ordinario (medio – basso). Le verifiche sono da svolgersi:

Ascensori

Apparecchiature per il sollevamento e in pressione

Le attrezzature per il sollevamento (come carroponti e gru) ed in pressione (come caldaie, compressori e serbatoi) sono a loro volta sottoposte a verifiche periodiche di cui abbiamo già parlato negli articoli linkati qui sopra.

Quando pensiamo ai rischi che corrono i lavoratori, le prime cose che vengono in mente sono l’utilizzo di macchinari o i carichi sospesi, gli impianti in tensione o le sostanze chimiche. Insomma: rischi legati ai reparti produttivi delle aziende. Non si pensa invece che anche gli uffici sono ambienti di lavoro che presentano dei rischi. Che come tali devono essere presi in considerazione al fine di adottare le opportune contromisure. Oggi parliamo del documento di valutazione del rischio negli uffici

DVR: il documento fondamentale

Abbiamo già visto che il DVR è il documento fondamentale nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. I titolari, com’è noto, sono tenuti ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare “l’integrità fisica e la personalità morale” dei lavoratori. A questo fine il primo passo è la valutazione dei rischi a cui essi sono sottoposti e l’elaborazione del DVR entro 90 giorni dall’inizio dell’attività. (Il documento poi sarà da aggiornare in determinate circostanze). Come valutare il rischio negli uffici?

La valutazione del rischio negli uffici

I fattori di rischio per gli impiegati sono legati in particolare a prassi scorrette (ad esempio la postura) o a un utilizzo non conforme delle apparecchiature (come il computer o le stampanti). Il datore di lavoro, una volta analizzato le fonti di rischio negli uffici, ha l’obbligo di informare i lavoratori sulle modalità corrette di lavoro e verificare che le disposizioni in materia di salute e sicurezza siano rispettate.

Esempi di fattori di rischio negli uffici

Tra gli elementi da valutare durante la redazione di un DVR per gli uffici ci sono per esempio:
 
- disturbi muscolo-scheletrici causati da posture scorrette, movimenti ripetitivi, o movimentazione manuale dei carichi;
- affaticamento visivo (o astenopia): un disturbo che colpisce in particolar modo chi trascorre molte ore al giorno davanti allo schermo di un computer;
- esposizione a sostanze chimiche (es. polvere di toner);
- stress, che è favorito soprattutto dalle modalità organizzative del lavoro e dalla gestione della comunciazione interna;
- radiazioni non ionizzanti (campi magnetici);
- scivolamenti o cadute;
- elettrocuzione o incendio;

Applicativo OiRA (Online Interactive Risk Assessment)

Nel 2010, l’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (Eu-Osha) ha realizzato un software di valutazione interattiva dei rischi dedicato all’individuazione delle appropriate misure di prevenzione e protezione per le attività svolte negli uffici chiamato OiRA (Online Interactive Risk Assessment). Questo servizio gratuito permette di farsi un’idea dei fattori di rischio collegati all’attività lavorativa nella propria azienda e di individuare possibili contromisure.

Siamo a disposizione per affiancare le aziende nella redazione del documento di valutazione del rischio a partire dall’analisi iniziale fino all’assunzione dell’incarico di RSPP e alla formazione delle altre figure previste dalla legge. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano in provincia di Vicenza.

La corretta redazione del DVR è una delle azioni fondamentali che, secondo le normative vigenti, il datore di lavoro deve compiere in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In un precedente articolo abbiamo parlato di che cosa sia il Documento di Valutazione del Rischio, di quali siano le leggi che ne regolano l’utilizzo e del perché sia importante redigerlo in modo preciso. Oggi invece vogliamo parlarvi delle modalità e delle regole da seguire quando si elabora il DVR.  

Di cosa si ha bisogno prima della redazione del DVR?

Prima di tutto il DVR ha bisogno di un’attenta analisi dell’ambiente di lavoro nella sua totalità. In particolare si vanno ad indagare gli aspetti strutturali e le condizioni ambientali, ma anche le attività e le mansioni che i lavoratori svolgono e le attrezzature che essi utilizzano.  I dati acquisiti durante l’indagine preliminare vengono poi a loro volta analizzati e si procede con l’individuazione di possibili fonti di pericolo.

Con quali criteri si valuta il rischio per ogni possibile fonte?

La valutazione del rischio può essere espressa con un criterio di Probabilità/Gravità. Si definisce la probabilità che quell’evento possa accadere e se ne valuta la gravità qualora accadesse. Per adempiere a questo compito esistono delle procedure standardizzate proposte dal Ministero del Lavoro da utilizzare come guida per la compilazione del DVR. È importante ricordare che all’interno del DVR dovranno comparire inoltre tutte le misure di prevenzione e protezione messe in atto dall’azienda a seguito della valutazione del rischio.

Quando si deve compilare?

Il datore di lavoro è tenuto ad effettuare immediatamente la valutazione dei rischi e ad elaborare il relativo documento entro 90 giorni dalla data di inizio della propria attività. Per dimostrare di aver effettuato immediatamente la valutazione dei rischi è comunque opportuno predisporre il DVR prima dell’inizio attività.

Il DVR ha una scadenza?

No, il documento di valutazione dei rischi non ha una scadenza. Deve però essere aggiornato entro 30 giorni a seguito di:

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La valutazione del rischio (DVR) è il documento fondamentale nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro, infatti, è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Il DVR è quindi lo strumento primario per assolvere a quest’obbligo.

Realizzare correttamente il Documento di Valutazione del Rischio è dunque il primo passo per il datore di lavoro per sollevarsi dalle conseguenze di un incidente sul lavoro. A livello legale, ma non solo. Un’azienda sicura infatti, come diciamo sempre, è anche un’azienda più efficiente e produttiva.

Le norme sulla valutazione del rischio

Una primaria fonte in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro è l’articolo 2087 del Codice Civile, entrato in vigore nel 1942. Già nel 1930, comunque, il Codice Penale aveva introdotto il reato di “Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro” (Art.  437).

La norma fondamentale in questo ambito in ogni caso è il Testo unico della Salute e Sicurezza sui luoghi di lavoro (D. Lgs. 81/2008 - Ex legge 626/94). Ed è proprio tale testo unico a introdurre lo strumento che è divenuto obbligatorio per tutti i datori di lavoro: il Documento di Valutazione dei Rischi.

Quali rischi deve valutare il datore di lavoro?

Il DVR come disciplinato dal Testo unico, deve prendere in considerazione ogni tipologia di rischio in cui i lavoratori di un’azienda possono incorrere. Viene redatto dal datore di lavoro e firmato da egli stesso insieme al Medico competente, al Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e al Rappresentante dei lavoratori sulla sicurezza (RLS).

La legge obbliga il datore di lavoro di non tralasciare alcuna fonte di possibile danno per i lavoratori. Tra queste ricordiamo: 

Nel prossimo articolo vi parleremo invece di come viene redatto il Documento di Valutazione del Rischio.

Siamo a disposizione per affiancare le aziende nella redazione del documento di valutazione del rischio a partire dall’analisi iniziale fino all’assunzione dell’incarico di RSPP e alla formazione delle altre figure previste dalla legge. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano in provincia di Vicenza.

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