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Dall’edilizia alla manutenzione industriale, dai cantieri ai capannoni. Sono diversi i settori e i contesti in cui vengono abitualmente impiegate le piattaforme di lavoro mobili elevabili (PLE). Del resto, si tratta di attrezzature imprescindibili quando si tratta di raggiungere altezze considerevoli. Conosciute anche come piattaforme aeree o di sollevamento, il loro utilizzo può comportare diversi rischi per la sicurezza dei lavoratori. Ecco perché è obbligatorio che gli addetti all’uso siano in possesso di una specifica abilitazione, conseguibile attraverso un’apposita formazione: scopriamo le caratteristiche del corso PLE.

Cosa sono le piattaforme di lavoro mobili elevabili

Utilizzata per spostare persone in posizioni di lavoro in quota, la piattaforma mobile elevabile è solitamente impiegata per raggiungere altezze superiori ai due metri rispetto a un piano stabile. Una soluzione in grado di garantire un modo sicuro e pratico per accedere a luoghi elevati o difficilmente raggiungibili. Generalmente composte da una piattaforma di lavoro con comandi, una struttura estensibile e un telaio, queste attrezzature si differenziano in base alla presenza, o meno, di stabilizzatori.

Tali piattaforme possono essere utilizzate esclusivamente da operatori in possesso di una specifica abilitazione, conseguita attraverso il corso PLE.

Scopri sul nostro calendario le prossime date dei corsi di formazione e aggiornamento per addetti all’uso di piattaforme di lavoro mobili elevabili
con e senza stabilizzatori.

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Corso PLE: durata e cosa sapere

L’accordo Stato Regioni del 22 febbraio 2012 ha incluso le piattaforme di lavoro elevabili tra le attrezzature per le quali è richiesta l’abilitazione degli operatori. L’utilizzatore della piattaforma, pertanto, è considerato idoneo solo dopo aver conseguito uno specifico corso di formazione teorico e pratico. Nel dettaglio, la durata del percorso formativo è di:

Il corso PLE prevede due moduli teorici, al termine dei quali è prevista una prova intermedia di verifica con test a risposta multipla. Spazio, poi, a una prova pratica di utilizzo della piattaforma. Il corso di abilitazione ha validità quinquennale, da rinnovare con un apposito aggiornamento di almeno 4 ore.

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Lavoro sulle piattaforme: il programma del corso

L’obiettivo del corso PLE è garantire che gli operatori siano in grado di operare in modo sicuro e competente, riducendo al minimo il rischio di incidenti e rispettando le normative in materia di sicurezza.
Per fare ciò, il corso è strutturato in una parte teorica e una pratica. Nella prima, divisa in un modulo giuridico normativo (1 ora) e uno tecnico (3 ore), vengono trattati temi che spaziano dalla responsabilità dell’operatore, ai dispositivi di comando e sicurezza, fino ai diversi tipi di PLE. Il modulo pratico, invece, la cui durata varia dalle 4 alle 6 ore a seconda della tipologia di attestato, sarà dedicato a esercitazioni pratiche e manovre di emergenza. Per lo svolgimento della prova pratica, i partecipanti devono indossare gli appositi dispositivi di protezione individuale nonché casco e scarpe protettive oltre all’imbracatura di sicurezza anticaduta.

Modalità di erogazione del corso

Il corso PLE consente di svolgere in videoconferenza solo il modulo teorico. Non è, dunque, possibile svolgere interamente il corso “a distanza”, proprio per la rilevanza della componente pratica per conseguire l’abilitazione. esercitazioni e prove pratiche. Per quanto riguarda l’aggiornamento, il corso può essere svolto anche interamente in aula trattando comunque argomenti pratici. Quindi, si può non svolgere l’effettiva parte pratica sul campo (Rif. CM Circ. 12/2013) e, di conseguenza, l’aggiornamento può tenersi interamente in videoconferenza. Ricordiamo che la normativa prevede che l’aggiornamento abbia una durata di 4 ore, di cui 3 relative ai moduli pratici.

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Come recitava un vecchio slogan pubblicitario, prevenire è meglio che curare. Vale in tutti gli ambiti. Vale, soprattutto, quando si parla di sicurezza sul lavoro.
Dopo aver messo insieme, in un precedente articolo, tutti i pezzi del puzzle della sicurezza, andiamo ora ad approfondire l’immagine che abbiamo ottenuto. L’insieme di normative, valutazioni e buone prassi giocano un ruolo fondamentale nella prevenzione di rischi e pericoli per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Ma cosa s’intende per prevenzione sul lavoro e come si attua concretamente in azienda? Scopriamolo insieme.

Prevenzione sul lavoro: definizione

Il concetto di prevenzione sul lavoro è definito dall’art. 2 del D. Lgs. 81/08. Si tratta del complesso di disposizioni e misure necessarie per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e  dell’integrità dell’ambiente esterno.
La prevenzione della sicurezza sul lavoro si ricollega agli obblighi che un datore di lavoro deve rispettare nei confronti dei suoi dipendenti e collaboratori per ridurre il numero di possibili infortuni. Nello specifico, la normativa stabilisce che il titolare di un’azienda è tenuto a mettere in campo tutte le azioni di prevenzione adeguate ai possibili rischi dell’attività lavorativa specifica. Ciò in modo tale da eliminare o ridurre il più possibile gli incidenti sul luogo di lavoro (detto che il rischio zero non esiste).
Le principali misure di prevenzione che si devono adottare partono da una valutazione dei rischi dell’attività con la redazione del Documento di valutazione dei rischi (DVR). Altrettanto importanti sono la formazione e il continuo aggiornamento, in tema di sicurezza del lavoro, per tutti i lavoratori. Infine, la prevenzione sul lavoro si attua anche nell’ambiente dove si svolge l’attività lavorativa. Passa, per esempio, attraverso una corretta progettazione delle macchine e delle attrezzature per il lavoro e l’utilizzo di dispositivi di sicurezza.

LEGGI ANCHE: Infortunio sul lavoro: definizione e come gestirlo in azienda

Sicurezza e prevenzione: il primo passo è la valutazione dei rischi

In tema di prevenzione sul lavoro, la valutazione dei rischi è un aspetto cruciale. Il datore è tenuto, per legge, a condurla in modo completo e accurato redigendo il DVR. Questa valutazione è un processo essenziale per identificare, valutare e gestire i rischi professionali che i lavoratori possono incontrare nei loro ambienti di lavoro e nelle diverse attività svolte. Esistono tre principali tipi di rischi professionali, ciascuno dei quali richiede una valutazione specifica.

La valutazione dei rischi è obbligatoria quando si costituisce una nuova impresa. In questo caso, il datore di lavoro deve avviare immediatamente il processo di valutazione dei rischi, anche se la stesura del DVR può avvenire entro 90 giorni dall’inizio dell’attività. La valutazione dei rischi è richiesta anche in caso di riorganizzazione della produzione, introduzione di nuove mansioni o cambiamenti significativi nell’organizzazione del lavoro. Inoltre, una nuova valutazione può essere necessaria in caso di infortuni sul lavoro o se i risultati della sorveglianza sanitaria rivelano la necessità di ulteriori misure preventive. La sorveglianza periodica è, pertanto, un elemento fondamentale nella prevenzione sul lavoro per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori.

LEGGI ANCHE: Cos’è il documento di valutazione del rischio?

Il ruolo chiave dei lavoratori per la prevenzione sui luoghi di lavoro 

Ripetiamo spesso che, oggi più che mai, bisogna aumentare la cultura della sicurezza sul lavoro. In questo senso, la prevenzione sul lavoro è un gioco di squadra: tutto l’organigramma aziendale deve essere, infatti, coinvolto e sentirsi parte della “sfida sicurezza”.
Pensiamo, per esempio, ai dispositivi di protezione. Sappiamo che giocano un ruolo fondamentale nel ridurre l’esposizione dei lavoratori ai rischi professionali. Inizialmente, il datore di lavoro dovrebbe privilegiare l’adozione di dispositivi di protezione collettiva. Infatti, questi strumenti agiscono direttamente sulla sorgente del rischio e, quindi, contribuiscono in modo significativo a ridurlo.
Tuttavia, vi sono situazioni in cui questo potrebbe non essere sufficiente. Entrano in gioco, quindi, i dispositivi di protezione individuale (DPI). Questi devono rispettare alcune importanti caratteristiche: devono essere adatti alla tipologia di rischio professionale da prevenire e non devono aumentare il rischio. Inoltre, devono tener conto delle esigenze ergonomiche e della salute dei lavoratori, conformarsi agli standard qualitativi stabiliti dalla legge² ed essere adattabili alle condizioni di lavoro. Infine, i dispositivi di protezione devono essere personalizzabili per soddisfare le esigenze specifiche di ciascun lavoratore. L’efficacia dei DPI richiede soprattutto l’impegno attivo dei dipendenti, che devono saperli utilizzare in maniera corretta seguendo una specifica formazione e trattarli con cura per evitare danni o usura prematura. Nel caso di malfunzionamento o guasti, bisogna segnalarlo tempestivamente al datore di lavoro. I lavoratori devono contribuire attivamente alla sicurezza e alla prevenzione sul lavoro partecipando a corsi di formazione e sottoponendosi a visite mediche periodiche di sorveglianza sanitaria.

LEGGI ANCHE: Il metodo BBS: la sicurezza che parte dai comportamenti

La formazione: un asso nella manica

C’è, poi, la formazione dei lavoratori, un pilastro essenziale per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro. Non si tratta solo di ottemperare agli obblighi di legge: è un investimento strategico per un’azienda. Per ogni azienda.
Da questo punto di vista, la normativa prevede che un’adeguata formazione informi i lavoratori sui rischi ordinari, specifici e da interferenza associati al loro ambiente di lavoro. Inoltre, si devono ricevere istruzioni e addestramento su procedure di primo soccorso e antincendio. Come evidenziato in un precedente articolo dedicato al tema, la formazione generale e quella specifica costituiscono le fondamenta (obbligatorie) su cui poi va costruita la “casa della formazione”. Andranno, cioè, aggiunti i corsi specifici previsti da norme e accordi. La prevenzione sul lavoro si attua, insomma, anche attraverso una formazione e un aggiornamento puntuali in base al settore e alla mansione.

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NOTE
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Torniamo a occuparci di OT23. Si tratta, come noto, di un’agevolazione che premia chi mette in atto interventi migliorativi delle condizioni di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro. Oltre, naturalmente a quelli già previsti dalla normativa vigente. Parliamo, nello specifico, del nuovo Modello OT23 per la riduzione del tasso medio di tariffa per prevenzione per il 2023. Lo scorso agosto, infatti, l’Inail ha pubblicato il nuovo modello OT23 2023¹. Gli interventi previsti sono sostanzialmente quelli già previsti dal modello per il 2022. Tuttavia, qualche novità c’è: andiamo allora a scoprirle.

Modello OT23: di cosa si tratta?

Ogni azienda è tenuta a versare all’Inail un premio assicurativo annuale in favore dei propri dipendenti contro gli infortuni e le malattie professionali. Si tratta di un premio calcolato considerando il livello di rischio dei lavoratori all’interno dell’organizzazione. Tuttavia, la normativa riconosce un sistema di agevolazioni finalizzate a ridurre le somme dovute all’Istituto.
Ogni anno, dai primi di agosto, è disponibile il modello di domanda per la riduzione del tasso medio di tariffa per la prevenzione. Grazie a quanto previsto dall’art. 23 delle modalità per l’applicazione delle tariffe dei premi, le aziende possono risparmiare sul proprio premio assicurativo. Un vantaggio riservato, però, solo alle imprese che avranno dimostrato di aver intrapreso gli interventi di miglioramento previsti dal mod. OT23. Nel dettaglio, gli incentivi consentono una riduzione del tasso medio di tariffa dal 10% al 28%, a seconda che le imprese abbiamo più di 50 o meno di 10 dipendenti.
Si tratta, dunque, di agevolazioni degne di nota. Specie in un periodo, come quello attuale, in cui le aziende devono fare i conti con il caro energia. Non c’è, tuttavia, solo la sfera economica, comunque importante. Il ROP (return on prevention), ovvero il ritorno dell’investire in sicurezza e prevenzione da malattie e infortuni è pari a 2.2. Ovvero, ogni euro speso in SSL genera un valore più che doppio. Ne parlavamo in questo nostro articolo del 2018, recentemente ripreso da Econopoly, blog del Sole 24 Ore².

OT23
Fonte: www.inail.it

Le novità introdotte…

L’opportunità, insomma, c’è per le aziende. Naturalmente, a patto che vengano osservate tutte le disposizioni obbligatorie in materia di prevenzione e salute sul lavoro. Sostanzialmente, gli interventi previsti dall’OT23 sono quelli già presenti negli anni precedenti. A eccezione, come anticipato, di alcune importanti novità. Partendo dalla prevenzione degli infortuni mortali, il cui punteggio agli interventi A-1.2 e A-1.4 è passato da 50 a 70 punti. Una decisione che, data la crescita degli incidenti mortali degli ultimi anni, sottolinea la volontà dell’Inail di incentivare maggiormente tali interventi. I cambiamenti interessano anche la riformulazione dell’intervento B1 della sezione prevenzione del rischio stradale. Per i veicoli con massa superiore a 35 quintali destinati al trasporto di merci e quelli destinati al trasporto di più di nove persone, infatti, la prova pratica potrà essere effettuata anche con simulatori di guida.

LEGGI ANCHE: Da OT24 a OT23: ecco cosa cambia

… e i cambiamenti in vista

Rispetto il modello OT23 dello scorso anno, per il 2023 viene inserito anche l’intervento E-19. L’azienda interessata, infatti, deve aver adottato un modello organizzativo e gestionale di cui all’art. 30 del D.lgs. 81/08, definito in conformità alla norma UNI 11857-1. Le novità non terminano qui. La riduzione del tasso medio di tariffa prevede, inoltre:

Infine, il modello Inail OT23 prevede la riformulazione dell’intervento F2, previsto per aziende per le quali non è obbligatoria l’adozione di un defibrillatore.

Interventi e punteggi ammessi

Ricordiamo che, ai fini della concessione dei benefici per le aziende meritevoli, l’Inail articola gli interventi nelle sezioni:

A ogni intervento è attribuito un punteggio. Per poter accedere alla riduzione del tasso medio di tariffa, quindi, è necessario aver effettuato interventi tali per cui la somma dei loro punteggi sia almeno 100.

LEGGI ANCHE: OT23 2021: un SGSL per ottenere l’incentivo Inail

Attenzione alla scadenza OT23

L’OT23 rappresenta, dunque, un premio, un’opportunità, un investimento strategico. Del resto ce n’è bisogno: in fatto di SSL bisogna lavorare a livello culturale ma anche a livello strutturale e questi incentivi danno il loro contributo. Come fare, dunque, per poter usufruire di tali agevolazioni? Per accedere alla riduzione, l’azienda deve presentare l’apposita domanda e la documentazione richiesta dall’Inail³, esclusivamente online entro il 28 febbraio 2023. La domanda può essere presentata a prescindere dall’anzianità dell’attività. A patto, però, che gli interventi migliorativi siano stati realizzati nell’anno precedente quello di presentazione della domanda.

NOTE

¹ Per approfondire: Modello di domanda per la riduzione del tasso medio per prevenzione per l’anno 2023 (OT23)

² Scopri di più: Salute e sicurezza sul lavoro: ogni euro investito ne genera due

³ Domanda per la riduzione del tasso medio per prevenzione, guida alla compilazione - anno 2023

In estate fa caldo. E, fin qui, nulla di eccezionale. L’estate 2022, tuttavia, si sta rivelando una delle più calde (e siccitose) di sempre, alimentando il dibattito sui cambiamenti climatici. Non è questa la sede per ragionare sul tema, che, però, pone delle questioni a livello di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. Perché aumentano i rischi relativi allo stress termico, specie per alcune professioni. Non è, insomma, un dibattito sterile: si tratta di trovare soluzioni e accorgimenti per la sicurezza dei lavoratori. In questo articolo scopriamo di più sul microclima nell’ambiente di lavoro.

Microclima nell’ambiente di lavoro: cosa s’intende?

Temperature eccessive nei luoghi di lavoro rappresentano un fattore di rischio da non sottovalutare. L'uomo, infatti, come tutti i mammiferi, è omeotermo. Riesce, cioè a termoregolarsi, mantenendo costante la propria temperatura corporea, di norma tra 35,8°C e 37,2°C. Questo intervallo garantisce condizioni di salute e benessere dell’individuo. Quando il corpo, con il minimo impegno dei meccanismi di termoregolazione, non prova sensazione di freddo o di caldo, si trova in uno stato di “benessere termico”. Perché parliamo di questo? Perché ne consegue che il microclima nell’ambiente di lavoro assuma un ruolo importante. Con microclima ci riferiamo a un concetto che include parametri ambientali come:

Questi parametri condizionano lo scambio termico tra individuo e ambiente, influendo in modo significativo sulla qualità degli ambienti di lavoro e, quindi, sul benessere delle persone. La percezione della condizione microclimatica è influenzata, però, anche da parametri individuali. Tra questi: l’attività metabolica dell’organismo e la tipologia di abbigliamento indossato, oltre ovviamente alla tipologia di mansione svolta.

LEGGI ANCHE: Rischio caldo: un’app (e non solo) per prevenirlo

Temperature elevate, rischi più alti

La valutazione del microclima, dunque, è alla base di un ambiente di lavoro sano. Tuttavia, in base alle condizioni microclimatiche, gli ambienti si possono distinguere in ambienti moderati e severi. Nei primi è possibile raggiungere condizioni di comfort anche grazie all’utilizzo di impianti di condizionamento. Nei secondi, invece, a causa delle necessità produttive o delle specifiche condizioni ambientali, ciò non è possibile. E l’aumento della temperatura media e dell’intensità delle ondate di calore possono determinare un aumento del rischio di infortuni sul lavoro. Come rilevano gli esperti, l’esposizione prolungata al caldo è in grado di causare una perdita di attenzione e una minore capacità di reagire agli eventi imprevisti. Non solo. Esistono, infatti, condizioni cliniche correlate all’esposizione a elevate temperature. Tra queste troviamo:

Se lo stress termico non è trattato tempestivamente, si può andare incontro a colpo di calore. Una condizione che può comportare aritmie cardiache e l’innalzamento della temperatura corporea oltre i 40°.

Leggi anche: Come prevenire e gestire il colpo di calore

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Come correre ai ripari

Un’errata gestione del microclima nell’ambiente di lavoro rischia, dunque, di creare criticità non da poco per la salute dei lavoratori. Per aiutare le aziende e i professionisti, INAIL e ministero della Salute hanno realizzato delle linee guida dedicate¹. Un pratico vademecum per capire cosa fare e cosa no, agendo anche e soprattutto sulla prevenzione. Nella consapevolezza che ciascuno deve fare la sua parte. Per prevenire situazioni di stress termico, il datore di lavoro deve identificare misure preventive e protettive utili a ridurre eventuali danni. Tra queste:

Allo stesso modo, dove possibile, il datore è tenuto a mettere a disposizione luoghi climatizzati in cui i dipendenti possono trascorrere le pause dal lavoro.

LEGGI ANCHE: Rischio caldo: gli obblighi del datore di lavoro

Attenzione all’esposizione al sole

Abbiamo visto che, per raggiungere una condizione di benessere, si passa dalla corretta gestione del microclima nell’ambiente di lavoro. Difendersi dalle alte temperature è, dunque, fondamentale per prevenire rischi correlati al caldo. Specie d’estate. Tutto ciò, però, non basta. Infatti, se l’attenzione nei confronti di tale problema è alta, spesso si trascura il rischio legato all’esposizione ai raggi UV di chi lavora all’aria aperta. Vari studi scientifici evidenziano che tali radiazioni rappresentano il fattore di rischio più importante per l’insorgenza dei tumori alla pelle. In particolare, l’esposizione alla radiazione solare ultravioletta è classificata dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro come cancerogeno di gruppo 1 associato con il più elevato livello di causalità per carcinoma cutaneo. In Italia si stima che circa 700.000 lavoratori siano esposti al rischio cancerogeno da radiazioni. Gli ambiti sono molteplici: dall’agricoltura all’edilizia, dalla manutenzione strade all’attività estrattiva. In questo caso, gli esperti raccomandano, tra l’altro, di mantenere una corretta e costante idratazione, di indossare abiti leggeri e un copricapo. È consigliabile, inoltre, quando possibile, lavorare nelle zone meno esposte al sole, ridurre il ritmo di lavoro, anche attraverso l’utilizzo di ausili meccanici, e fare interruzioni regolari in luoghi freschi.

NOTE

¹ Per approfondire: Estate sicura – Caldo e lavoro. Guida breve per i lavoratori

Non parole, ma fatti. Del resto, il termine innovazione contiene già in sé il concetto di azione. Le nuove tecnologie influenzano sempre di più il nostro quotidiano, contribuendo a ridisegnare le nostre abitudini e pure il lavoro. Da questo punto di vista, il connubio tra IoT e Dpi rappresenta una svolta significativa nel campo della tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro. L’adozione di dispositivi di protezione individuale, resi smart grazie all’Internet of Things, può contribuire a ridurre in modo sensibile il rischio d’infortuni.

Intelligenza in rete: cosa s’intende con Internet of Things

Prima di concentrarci su IoT e Dpi, serve una piccola introduzione. Che cos’è l’Internet of Things? Potremmo definirlo un percorso nello sviluppo tecnologico. Attraverso la rete Internet, ogni oggetto dell’esperienza quotidiana acquista potenzialmente una sua identità nel mondo digitale. Il punto centrale dell’IoT è che oggetti smart siano tra loro interconnessi così da potersi scambiare le informazioni possedute, raccolte e/o elaborate.
Sono passati più di mezzo secolo dalla nascita di Internet, nel 1969, e oltre 20 anni da quando è stata coniata l’espressione Internet of Things¹. In questo lasso di tempo, lo sappiamo, le tecnologie si sono fortemente evolute. Oggi sono molteplici, anche in Italia², gli esempi concreti di IoT: dalla casa all'industria, dalle auto all’illuminazione pubblica delle città, dalla logistica al settore medicale. Del resto, l’interconnessione degli oggetti intelligenti è un paradigma che, sulla carta, non ha confini applicativi e può creare valore in numerosi ambiti, anche in quello della sicurezza sul lavoro.

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La tecnologia ridisegna la sicurezza sul lavoro

L’internet of Things rappresenta, dunque, un’opportunità da cogliere. Questo anche nel campo della tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro, con un accento sulla prevenzione. Del resto, come più volte abbiamo ricordato, siamo in presenza di una materia fluida e in costante evoluzione, non solo dal punto di vista normativo.
Lo sviluppo dell’elettronica e delle nuove tecnologie hanno già iniziato a incidere notevolmente sulla gestione e sull’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. Da questo punto di vista, grazie all’IoT, i Dpi possono acquisire informazioni in tempo reale e scambiarsi dati. Partendo da questo punto di vista si può, quindi, comprendere come i device intelligenti possano migliorare la gestione della prevenzione sul lavoro. Vi sono già esempi sul campo: speciali sensori riescono a rilevare, per esempio, la presenza di gas tossici o misurare la temperatura esterna. E ciò, in condizioni particolari, come un intervento in spazi confinati, può salvare delle vite.

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IoT e Dpi: alcuni esempi

Sono già numerosi i casi di studio interessanti da citare parlando di IoT e Dpi. Tra questi troviamo dispositivi in grado di:

Un esempio interessante per comprendere bene cosa voglia dire Internet of Things applicato ai dispositivi di protezione individuale è offerto dai Vigili del Fuoco. Sensori integrati negli indumenti protettivi indossati monitorano le funzioni del corpo come frequenza respiratoria, battito cardiaco e pressione sanguigna. Queste informazioni in tempo reale offrono preziose indicazioni in merito alle condizioni operative degli operatori, individuando per tempo possibili situazioni di crisi.

IoT e Dpi: il futuro della sicurezza

L’innovazione, specialmente quando impatta sulla salute e sulla sicurezza, necessita di requisiti e regole che ne indichino le corrette modalità e i limiti d’impiego. A tal proposito, di recente è arrivato il rapporto tecnico UNI TR 11858: 2022³ dedicato proprio al tema delle tecnologie IoT applicate ai Dpi. Si tratta del primo documento normativo italiano che affronta la questione IoT e Dpi, parlando della gestione e dell’interazione con l’ambiente di lavoro.

Il documento affronta, tra l’altro, le modalità con cui i Dpi possono essere corredati di tag, attivi e passivi. Ogni tag deve essere associato a un dispositivo e rilevato in abbinamento al lavoratore che ne farà uso. Grazie a questo sistema smart, è possibile collezionare dati utili per incrementare la sicurezza. Da un lato il datore di lavoro ha un quadro generale del comportamento degli operatori nell’utilizzo dei Dpi. Dall’altro, il lavoratore viene guidato nell’utilizzo corretto dei dispositivi.

LEGGI ANCHE: Dpi e formazione: al via la collaborazione con Shop Sicurezza

Vantaggi e punti nodali

Come sappiamo, a seconda della situazione e del tipo di lavoro, i rischi variano notevolmente. Il datore di lavoro è tenuto ad adottare tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Il Documento di valutazione del rischio è lo strumento primario per assolvere a quest’obbligo. E, all’interno del DVR, per ogni rischio sono indicati i dispositivi di protezione individuale che vanno usati durante l'attività lavorativa per ridurre al minimo la probabilità che si verifichi un evento dannoso.
In tal senso, i vantaggi dell’implementazione di IoT e Dpi sono notevoli. L’introduzione di queste tecnologie, intanto, contribuisce a semplificare le attività di gestione e manutenzione dei Dpi. Possono, inoltre, essere introdotte funzionalità a sostegno della sicurezza, come, per esempio, la segnalazione del mancato o non corretto utilizzo dei Dpi. Ancora, è possibile:

Per l’Inail, l’impiego di tali tecnologie amplierà il ruolo dei Dpi, contribuendo a migliorare le condizioni di salute e sicurezza. Resta aperta la questione privacy: ogni evoluzione, non è un segreto, porta con sé anche qualche criticità da affrontare. In attesa di ulteriori indicazioni in merito, il riferimento resta il GDPR.

NOTE

¹ L'espressione Internet of Things è stata formulata per la prima volta nel 1999 dall'ingegnere inglese Kevin Ashton, cofondatore dell'Auto-ID Center di Massachusetts.

² Per approfondire: Osservatorio Internet of Things 2021-22.

³ Per saperne di più: Inail, Pubblicato il rapporto tecnico UNI TR 11858:2022.

Salute e sicurezza sul lavoro a 360°, da tutti i punti di vista. È la nostra sfida quotidiana, da quasi vent’anni. Ogni giorno ci impegniamo per dare risposte puntuali alle esigenze di lavoratori e imprese, studiando, restando aggiornati, facendo gioco di squadra. Da questo punto di vista, abbiamo avviato di recente una collaborazione con Shop Sicurezza, realtà vicentina specializzata nel settore DPI e sicurezza.

Perché Shop Sicurezza: Dpi ma non solo

Come anticipato, fare squadra è fondamentale. Specie quando si parla di formazione e sicurezza sul lavoro. Discorso che vale in seno all’azienda, partecipando al “sistema sicurezza”. Ma anche tra realtà diverse ma unite da un medesimo macro obiettivo. Ovvero contribuire a migliorare:

È questa medesima visione, al di là della vicinanza geografica, ad aver posto le basi della collaborazione con Shop Sicurezza. La realtà di Zermeghedo opera da cinquant’anni in ambito antinfortunistica, Dpi e sicurezza. Produttore e rivenditore, si rivolge a vari settori: dall’industria pesante alla ristorazione. Allargando, però, lo sguardo. «L’idea – spiega Martina Pieropan di Shop Sicurezza – è offrire uno spazio specializzato per offrire un servizio a 360° per i lavoratori e le aziende. Un luogo in cui non solo trovare i migliori prodotti per la protezione individuale, personalizzati a seconda delle esigenze. Ma anche un luogo di consulenza, dove essere guidati nella scelta da professionisti esperti. E dove essere aggiornati grazie a continui corsi di formazione». In tal senso, ecco che lo showroom di Shop Sicurezza si apre ai formatori e_labo per ospitare alcuni dei nostri corsi sulla sicurezza proposti.

Lavorare in sinergia per un obiettivo comune

Primo soccorso, antincendio, ma anche corsi mirati per dirigenti, preposti, RLS e RSPP. Sono solo alcune delle proposte formative erogate in collaborazione con Shop Sicurezza. Non si tratta di un mero do ut des. «Oggi, sempre di più, le aziende chiedono un servizio a 360° – spiega Andrea Fracasso, consulente HSE e formatore qualificato di e_labo –. Per questo, avere un partner in grado di fornire ciò che noi rileviamo a livello di valutazione dei rischi è estremamente vantaggioso». Due realtà, insomma, che si muovono in sinergia, completandosi a vicenda. Si parte, infatti, dalla valutazione dei rischi per arrivare alla parte più pratica, legata all’antinfortunistica e alla segnaletica di sicurezza. «Avere a disposizione tutti i Dpi esposti è motivo d’interesse per i partecipanti ai corsi, che possono toccare con mano tutte le caratteristiche dei prodotti» evidenzia Pieropan. L’obiettivo comune è quindi quello di unire più professionalità, in modo da offrire un servizio completo al cliente.

Consulta il nostro calendario corsi
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Una prima luce in fondo a un lungo tunnel. Dopo due anni, lo scorso 31 marzo è terminato lo stato di emergenza legato alla pandemia di Covid-19. Un primo passo verso il ritorno alla normalità, anche se permangono alcune restrizioni. Attraverso il Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022¹, il governo italiano ha tracciato i prossimi passi nel superamento dell’emergenza. E a inizio aprile sono entrate in vigore le nuove Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali², che riducono e semplificano le misure di prevenzione. Facciamo il punto delle principali novità per imprese e lavoratori, dalla formazione all’accesso in azienda fino ai protocolli anti contagio.

Fine stato emergenza: cosa cambia per i corsi di formazione

Partiamo dai corsi di formazione. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali portano una sola novità, di fatto, ma rilevante. Nel documento aggiornato, infatti, cade l’obbligo di mantenere l’elenco dei soggetti che hanno partecipato alle attività formative. Secondo le precedenti direttive, doveva essere conservato per un periodo di 14 giorni. Per il resto, vengono confermate le altre principali disposizioni. Tra queste:

Devono, inoltre, continuare a essere utilizzati, se previsti, gli ordinari dispositivi di protezione individuale associati ai rischi delle singole attività. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali sono valide fino al 31 dicembre 2022.

LEGGI ANCHE: Covid e sanificazione dei condizionatori negli ambienti di lavoro

E i protocolli di sicurezza anti contagio?

I protocolli di sicurezza anti contagio continuano a costituire il riferimento per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e produttive. Comincia con queste parole la nota di Confindustria del 18 marzo 2022, relativa al nuovo Decreto Legge. Attraverso il documento, l’organizzazione esorta a continuare ad applicare i protocolli anti contagio, ai fini dell’art. 29-bis del D.L. n. 23/2020. La sua operatività, infatti, non è legata al perdurare dello stato di emergenza. L’associazione di categoria ritiene, dunque, che l’applicazione dei protocolli anti contagio, con le dovute integrazioni, continui a garantire la piena copertura. Ciò si traduce in: controllo del Green pass, sanificazione dei locali e presenza di igienizzanti, distanziamento interpersonale e contingentamento dei locali. Inoltre, rimane consigliato il controllo della temperatura all’ingresso.

Mascherine, Green pass, obbligo vaccinale: il punto

In questi due anni di pandemia, l’utilizzo della mascherina è ormai diventato una consuetudine. In base al nuovo D.L., fino al 30 aprile permane l’obbligo di mascherine al chiuso, seguendo i protocolli anti contagio. Si specifica che nei luoghi di lavoro è sufficiente usare quella chirurgica o equivalente. Dal primo maggio, salvo nuovi decreti, l’obbligo dovrebbe decadere. Rimangono inalterati gli obblighi riguardanti la tipologia di mascherina, da utilizzare a seconda del contesto.
Sul fronte Green Pass non si registrano particolari modifiche in ambito professionale. L’unica vera novità riguarda gli over 50. Come noto, a questi ultimi, fino a fine marzo, era richiesto il cosiddetto Super Green pass per lavorare, ottenibile soltanto tramite vaccinazione. A partire dall’1 aprile, invece, il Green pass rafforzato non è più richiesto. Perdura, di contro, l’obbligo di Green pass base, ottenibile tramite tampone. In assenza, fino al 30 aprile non sarà possibile accedere al luogo di lavoro. Con una novità, anche in questo caso: infatti, chi è senza Green pass non è più considerato assente ingiustificato. Non scatta, dunque, la sospensione dello stipendio, ma resta solo la sanzione pecuniaria, da 600 a 1.500 euro. Per tutti gli over 50, inoltre, perdura fino al 15 giugno l’obbligo vaccinale. La mancata vaccinazione comporta una sanzione pecuniaria di 100 euro.

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Quarantena e smart working

Un’importante novità con la fine dello stato d’emergenza riguarda la quarantena. Dall’1 aprile, infatti, valgono le stesse regole per tutti, senza distinzione tra chi è vaccinato e chi no. Chi non è vaccinato non è, quindi, obbligato a mettersi in quarantena in seguito a un contatto con un positivo. In questo caso, la procedura comporta che:

Dovrà rimanere in isolamento solamente chi ha contratto il virus. Per quanto riguarda lo smart working, nel privato vige fino al 30 giugno la possibilità di ricorrervi in regime semplificato. Lo stesso vale riguardo allo svolgimento del lavoro agile per i lavoratori fragili.

LEGGI ANCHE: Stress da pandemia: il lato nascosto del Covid

NOTE

¹ Per approfondire: Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022.

² Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali.

Pc, smartphone, tv. E poi ancora pc, smartphone, tv. Ogni giorno passiamo ore e ore davanti allo schermo di un dispositivo. È, a tratti, inevitabile. La prolungata esposizione, tuttavia, ai vari device usati per lavoro e per svago porta con sé possibili rischi per la nostra salute. “Colpa” della luce blu. Di che cosa si tratta? Lo vediamo insieme in questo articolo, approfondendo i principali pericoli connessi e alcune strategie da adottare, in azienda e non solo, per prevenirli. 

Luce blu: di cosa si tratta?

Una vita iperconnessa ci espone a una nuova e impercettibile forma di inquinamento: la luce blu. Si tratta di una forma di radiazione elettromagnetica dello spettro visibile compresa tra i 380 e i 450 nm. Emessa da dispositivi LCD e LED come pc, tv, smartphone e tablet, ha una corta lunghezza d’onda ma un’elevata frequenza ed energia. Genera un’intensità di luce fino a 1.000 volte più elevata rispetto alla soglia di comfort visivo.
Attenzione, la luce blu, di per sé, non è necessariamente qualcosa di negativo. È, infatti, naturalmente presente nella luce del sole. E l’esposizione moderata alla luce ha effetti benefici sul nostro organismo:

Gli effetti negativi

Gli effetti positivi svaniscono, però, se l’esposizione alla luce blu si prolunga nel tempo. E negli ultimi anni si è, in effetti, prolungata. Anche nelle ore notturne. Un eccesso di luce blu può provocare danni alla salute, anche significativi. In particolare:

S’innalza, inoltre, il rischio della cosiddetta computer vision syndrome, che raggruppa una serie di disturbi collegati all'uso prolungato di pc e dispositivi digitali. E contribuisce al digital aging, con un aumento della disidratazione e dell'invecchiamento cutaneo. In più, un’esposizione prolungata alla luce blu va ad alterare l’orologio biologico. Ciò comporta un aumento di malattie cardiovascolari e altre patologie. Un recente studio dell’Istituto per la salute globale di Barcellona collega, infine, l’esposizione alla luce blu a un alto rischio di sviluppare cancro al seno e alla prostata. 

Cosa fare e come proteggersi

Gli studiosi evidenziano che l’eccesso di luce blu porterà, nei prossimi decenni, a un aumento soprattutto nel numero di malattie oculari e una loro insorgenza precoce. Mai come in questo caso, prevenire è essenziale. Stante che non si può fare a meno di dispositivi digitali, come possiamo limitare gli effetti nocivi? Anche sul luogo di lavoro si può fare la differenza. Per gli esperti è buona norma:

Tra i consigli, si suggerisce anche di usare un filtro per la luce blu sul display tramite apposite applicazioni. Si può optare, poi, per occhiali dotati di lenti con filtro anti luce blu. Oltre che per i comuni occhiali, questa particolare tipologia di lente è stata introdotta negli ultimi anni anche nel campo dei Dispositivi di Protezione Individuale. Si tratta di occhiali antinfortunistici certificati in grado di bloccare questo spettro di colore. Risulta necessario, infine, valutare i rischi connessi all’uso dei videoterminali e la corretta illuminazione nei luoghi di lavoro.

Nel nostro corso di formazione specifica trattiamo anche contenuti come le radiazioni ottiche artificiali, lo stress lavoro correlato e l’uso corretto dei videoterminali.
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Il tema della sicurezza sul lavoro resta di grande attualità. Anche perché l’attualità racconta di un contesto in cui resta molto da fare. Lo dicono i numeri¹: più di 100 morti al mese anche quest’anno in Italia tra gennaio e settembre, con un aumento dell’8,1% delle denunce complessive. Insomma, è tempo di agire: dai controlli alla formazione, passando per una nuova cultura in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Recentemente si è messo mano, per esempio, al Testo Unico sulla sicurezza. Vediamo cosa prevede il D.Lgs. 81 aggiornato e cosa cambia per imprese e lavoratori.

Cosa prevede il D.Lgs. 81 aggiornato

Semplificare e incentivare l’attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro. E favorire il coordinamento dei soggetti competenti a presidiare il rispetto delle norme di prevenzione. Così il ministero del Lavoro ha presentato le modifiche alla normativa vigente.
Il D.L. 146/2021, pubblicato in Gazzetta Ufficiale a fine ottobre, ha apportato alcune modifiche al TUS. L’aggiornamento del Testo Unico sulla sicurezza riguarda principalmente due campi:

Parlando di sanzioni, con il D.Lgs. 81 aggiornato vengono inasprite le multe, amministrative e pecuniarie. Lo vediamo, nel dettaglio, più in basso. Per quanto riguarda l’attività degli enti di controllo, invece, vengono ampliate le competenze dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL). Inoltre, aumenta il personale ispettivo.

Leggi anche: RSPP, RLS, Preposti: ruoli e responsabilità della sicurezza

Le novità del D.Lgs 81/2008

Le modifiche al TUS, come abbiamo visto, interessano l’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Con il D.Lgs. 81 aggiornato si assiste a un ampliamento delle competenze ispettive dell’INL negli ambiti della salute e sicurezza del lavoro. È, inoltre, previsto un coordinamento tra ASL e INL per quanto riguarda le attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro a livello provinciale.
Il D.Lgs. 81/2008 aggiornato contempla anche un aumento dell’organico: verranno, infatti, assunte oltre mille nuove unità. Aumenta anche il personale del Comando Carabinieri per la tutela del lavoro. Saranno, poi, investiti poco meno di 4 milioni di euro in nuove tecnologie nel biennio 2022/2023. Tra le novità del Testo Unico sulla Sicurezza spicca il rafforzamento del Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione nei luoghi di lavoro². Con un SINP più “forte”, si punta a una definitiva messa a regime e a una maggiore condivisione delle informazioni in esso contenute.

Leggi anche: Spazi confinati: come valutare il rischio per prevenirlo

Occhio alle multe per chi “sgarra”

L’allegato I del D.Lgs. 81 aggiornato va a sostituire l’omonimo allegato del D.Lgs. 81/2008. In particolare, a una serie di fattispecie di violazione viene associato l’importo di una somma aggiuntiva. Ad esempio:

Gli introiti derivanti dalle sanzioni emanate dal personale dell’Ispettorato in materia di prevenzione andranno a finanziare l’attività di prevenzione nei luoghi di lavoro. Analogamente a ciò che avviene per le sanzioni adottate dal personale ispettivo delle Aziende sanitarie locali. 

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Più bassa la percentuale per la sospensione dell’attività in caso di violazioni

Il D.Lgs. 81 aggiornato vede, infine, aggiornata la percentuale che fa scattare l’adozione del provvedimento cautelare della sospensione dell’attività imprenditoriale interessata dalle violazioni. Avverrà, infatti, in presenza del 10% e non più del 20% del personale “in nero”. Inoltre, non sarà più richiesta alcuna “recidiva” ai fini dell’adozione del provvedimento. Questo, dunque, sarà subito operativo a fronte di gravi violazioni di prevenzione.
La nuova disciplina prevede anche, per l’impresa destinataria del provvedimento, l’impossibilità di contrattare con la Pubblica Amministrazione durante la sospensione. Fare i “furbi” in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, insomma, conviene sempre meno. 

Leggi anche: Investire in sicurezza conviene: 1 euro ne genera 2

NOTE

¹ Fonte: Inail.

² Il SINP fornisce dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare l’efficacia delle attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali. Ciò relativamente ai lavoratori iscritti e non iscritti agli enti assicurativi pubblici. Così dispone l’articolo 8 del Testo unico sulla sicurezza. Il Sistema contribuisce, inoltre, a indirizzare le attività di vigilanza. Questo attraverso l’uso integrato delle informazioni disponibili negli attuali sistemi informativi, anche tramite l’integrazione di specifici archivi e la creazione di banche dati unificate.

È una minaccia silenziosa, in conceria ma non solo. Le esposizioni al gas possono, infatti, riscontrarsi in vari ambiti industriali: dall’agricoltura alla metallurgia fino al settore alimentare. Parliamo dell’idrogeno solforato, che ancora oggi è in grado di uccidere nel mondo del lavoro. Come accaduto, per esempio, a fine maggio in provincia di Pavia. Torniamo, quindi, a occuparcene, approfondendo gli effetti sulla salute e cosa prevede la normativa.

Cos’è l’idrogeno solforato

Come descritto più ampiamente in un precedente articolo, l’idrogeno solforato è un gas tossico e infiammabile. È anche conosciuto con i nomi di acido solfidrico, solfuro di diidrogeno o con la sua formula chimica: H2S. Si tratta di un gas incolore, ma che presenta un caratteristico odore di uova marce. Tuttavia, il miasma è percepibile solo a determinate concentrazioni. Man mano che l’acido solfidrico diventa più presente (e, di conseguenza, aumentano i rischi per l’uomo), l’odore si attenua. È proprio questo a rendere l’idrogeno solforato insidioso e subdolo per i lavoratori. Tenendo conto, poi, che questo gas è più denso dell’aria. Per questo motivo, tende a ristagnare nelle zone più basse. I rischi, dunque, si alzano negli spazi confinati, quali serbatoi, silos, pozzi e vasche.

Dove si trova

L’acido solfidrico si può trovare in natura, ad esempio nelle sorgenti termali, nei gas di palude o nel petrolio. Spesso, però, ha origine antropica: è, cioè, creato dall’uomo come coprodotto in vari procedimenti industriali, per esempio la concia delle pelli. Dove, a proposito, si può trovare in conceria? Prima di tutto nei bottali (durante le fasi di decalcinazione, macerazione e pikel) e nelle fosse per le acque di scarico. Ma non solo. Si può formare nell’industria conciaria anche nel caso di errori di deposito o di incidenti durante lo stoccaggio. L’idrogeno solforato si può formare anche per il contatto accidentale tra acque acide e basiche su pavimenti e condotte di scarico della conceria stessa.

Gli effetti sulla salute

L’acido solfidrico, abbiamo visto, è un gas tossico. In quanto tale, ha una propria scheda dati di sicurezza (SDS). La soglia olfattiva media di questa sostanza è 35 μg/m³. Tuttavia, man mano che la sua concentrazione aumenta, l’odore diminuisce per esaurimento funzionale dei recettori. Per questo motivo, l’olfatto non risulta efficace come sistema di allerta. Gli effetti sul corpo umano sono molto diversi tra loro e dipendono dalla concentrazione di tale gas. Le conseguenze dell’esposizione all’idrogeno solforato partono da irritazioni agli occhi e disturbi respiratori. Vertigini, mal di testa, tosse, mal di gola, nausea sono altri sintomi da intossicazione da H2S, nota anche come solfidrismo. Si può arrivare anche a danni cerebrali cronici e, addirittura, alla morte, quando il gas si trova in concentrazioni elevate. 

… e negli ambienti di lavoro

L’idrogeno solforato è anche aggressivo nei confronti dei materiali, in special modo dei metalli. Ne provoca, infatti, un rapido deterioramento. In particolare, l’acido solfidrico intacca il rame, il ferro e lo zinco. Si tratta, pertanto, di un rischio da non sottovalutare, soprattutto per quanto riguarda gli impianti di depurazione e i quadri elettrici. Questo rischio è riscontrabile non solo in conceria, ma anche presso tutti gli ambienti di lavoro suscettibili di produzione di idrogeno solforato. Come, ad esempio, l’industria cartiera e quella petrolifera. Persino nell’ambiente urbano si possono riscontrare effetti nocivi e corrosivi dell’acido solfidrico presente nell’aria, seppure in quantità minima. Ne sono un esempio alcuni fenomeni di ossidazione del rame presente in grondaie o manufatti di ottone.

Cosa dice la legge

Il D.Lgs. 81/2008 stabilisce che il datore di lavoro deve fare un’attenta valutazione dei rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori. All’articolo 121, parlando della presenza di gas negli scavi, si afferma quanto segue:

Sistemi di rimozione dell’idrogeno solforato

Come è stato sottolineato, l’idrogeno solforato è un gas asfissiante, in grado anche di uccidere. Ma non è un nemico invincibile. Come ricordato dai colleghi di Pragma Chimica, infatti, l’acido solfidrico può essere eliminato. Per esempio tramite uno speciale trattamento ossidativo a effetto curativo. Esistono, però, altri sistemi per rimuovere l’acido solfidrico, tra cui la desolforazione biologica e l’absorbimento (fisico, chimico o in schiume). Come spesso avviene, poi, la prevenzione ha un ruolo significativo. Si può, infatti, contrastare la formazione dell’H2S con specifiche tecnologie e prodotti.

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Contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

La pandemia di Coronavirus ha reso necessario introdurre alcune novità per il primo soccorso  per tutelare la salute dei soccorritori e contrastare la diffusione del Covid-19. Il Ministero della Salute ha recentemente emanato una circolare con cui ha introdotto nuove linee guida per i soccorritori laici, compresi gli addetti al primo soccorso aziendale. Lo stesso documento contiene indicazioni anche per il soccorso balneare e novità anche sulla formazione in materia di primo soccorso. In questo articolo vedremo i cambiamenti introdotti nelle manovre di soccorso, in particolare nella rianimazione cardio polmonare.

Arresto cardiaco e primo soccorso

L’arresto cardiocircolatorio rappresenta la principale causa di morte nel nostro Paese. Ogni anno, in Italia, il 35% dei decessi sono causati da patologie cardiache. Una delle principali procedure di emergenza che si attua in una persona che si trova in arresto cardiaco o respiratorio è la Rianimazione Cardio Polmonare (RCP), anche nota come “massaggio cardiaco”. La RCP cerca di preservare manualmente il circolo sanguigno, e lo fa combinando compressioni toraciche con una ventilazione artificiale. Questa tecnica è usata sia dai soccorritori sanitari, sia dai soccorritori acquatici (bagnini di salvataggio). Ma anche dai cosiddetti “soccorritori laici”: ovvero qualsiasi cittadino cui sia stata somministrata l’adeguata formazione, come ad esempio i soccorritori aziendali, o che riceva indicazioni da personale sanitario.

Covid-19 e RCP

Com’è noto il Coronavirus si diffonde principalmente attraverso il “droplet”, cioè le minuscole goccioline di saliva emesse dalle persone quando parlano e respirano. Goccioline infette che possono andare a posarsi anche sulle superfici, dove il virus può rimanere attivo per molte ore fino a essere “raccolto” dalle mani di un’altra persona. O che possono colpire gli altri in modo diretto. In questo caso il rischio è tanto maggiore se non viene rispettata la distanza minima di un metro per un tempo prolungato. Dato che la RCP richiede un contatto diretto tra soccorritore e paziente, che è massimo nel momento della respirazione bocca a bocca, il rischio di contagio per i soccorritori è sempre elevato. 

Come ridurre il rischio di contagio nella RCP

Per ridurre il rischio di contagio, sono state introdotte delle novità per il primo soccorso. I soccorritori devono eseguire la rianimazione solo con le compressioni toraciche e i defibrillatori, senza avvicinarsi al viso del paziente per stabilire la presenza di respiro, come invece previsto dalle “manovre GAS” (Guardo, Ascolto e Sento) in uso prima della pandemia.

Il soccorritore deve:

La formazione al primo soccorso

Il documento emanato dal Ministero della Salute, disciplina vari aspetti della formazione in materia di sicurezza. Prevede, ad esempio l’obbligo di indossare mascherina e guanti monouso durante tutto il training della RCP sui manichini. Al termine di ogni manovra questi devono essere sanificati con appositi disinfettanti specifici e carta monouso. I nostri corsi di primo soccorso sono già aggiornati, sia in termini di contenuti che per quanto riguarda la sicurezza dei corsisti e dei docenti, alle più recenti norme in materia di prevenzione del contagio.

Per conoscere tutti i nostri prossimi corsi consulta il nostro calendario online. Per richiedere attività formative presso la propria sede aziendale o ulteriori informazioni contattaci.

Novità per il soccorso balneare

La circolare ministeriale introduce anche specifiche novità per il primo soccorso balneare. L’annegamento infatti rappresenta ancora una causa importante di mortalità. Si contano, infatti, circa 400 mila decessi in tutto il mondo per annegamento ogni anno, di cui all’incirca 400 in Italia. Questo rischio, naturalmente, permane anche nell’attuale situazione di emergenza sanitaria.

È quindi importante adottare precauzioni di carattere infettivologico, per evitare di mettere a rischio sia il bagnino di salvataggio sia il paziente. Per evitare il rischio di contagio, il soccorritore deve:

Foto di succo da Pixabay

Come riaprire le aziende in sicurezza è in questi giorni la domanda al centro del dibattito sulla cosiddetta “fase due”. Per riprendere le attività produttive e commerciali è essenziale per gli imprenditori conoscere le misure essenziali per il contenimento del COVID-19 e gli adempimenti normativi a cui ottemperare. 
La risposta a queste domande, tuttavia, non è semplice per la poca chiarezza della comunicazione istituzionale ed il rincorrersi dei provvedimenti. Vi proponiamo quindi un quadro riassuntivo della situazione per come si presenta oggi in Veneto ed in particolare in provincia di Vicenza.

Misure di contenimento COVID-19 nei luoghi di lavoro

Negli ambienti di lavoro continuano ad applicarsi le misure di contenimento definite nel protocollo condiviso tra le parti sociali del 14 marzo 2020. La Regione Veneto, con l’ordinanza del 13 Aprile 2020, ha disposto ulteriori misure di contenimento, con validità fino al 3 Maggio. Queste tuttavia si applicano esclusivamente alla cittadinanza e NON alla gestione della sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.
Si rammentano le principali indicazioni contenute nel protocollo di contenimento:

Valutazione del rischio e regolamento interno

Le misure riportate nel protocollo condiviso sono da considerare come indicazioni di carattere generale, che devono essere adattate allo specifico contesto aziendale. Per questo sono opportune una specifica valutazione del rischio e la redazione di un regolamento interno. In caso di controlli delle autorità competenti questo documento contribuirà a comprovare la conformità normativa delle misure effettivamente adottate. La Regione Veneto ha già annunciato un piano di controlli specifico per le aziende che riaprono.
A titolo esemplificativo, mettiamo a vostra disposizione: 
- un modello di check list di controllo per il protocollo di contenimento COVID-19 (download);
- un modello di registro pulizie e sanificazioni (download).

Siamo a disposizione per supportarvi nella valutazione del rischio Coronavirus e la redazione di un regolamento interno per la vostra azienda.

Sanificazione degli ambienti di lavoro

Vi segnaliamo il servizio di sanificazione dei luoghi di lavoro del nostro partner Pragma Chimica. La sanificazione è un’attività raccomandata dal Ministero della Salute per il contrasto dell’epidemia di Coronavirus, per cui è previsto un incentivo economico tramite credito d’imposta al 50%. Pragma Chimica, azienda con 15 anni di esperienza nel settore offre un servizio basato su:

Maggiori informazioni sul servizio di sanificazione degli ambienti di lavoro.

Spostamenti

Resta obbligatoria l’autocertificazione per gli spostamenti (scarica l’ultima versione aggiornata al 26 maggio) per motivi di lavoro.
È stato previsto anche un nuovo modello di dichiarazione del datore di lavoro (download) “NON OBBLIGATORIO” utile ad agevolare i propri dipendenti.

Mascherine e dispositivi di protezione individuale. 

Le mascherine chirurgiche e le mascherine FFP2 FFP3, per poter essere utilizzate negli ambienti di lavoro, devono essere certificate quali “dispositivi medici”, oppure essere prodotte con autorizzazione da parte dell’Istituto Superiore di Sanità ai sensi dell’art. 15 del d.l. n. 18/2020. 
Mascherine o schermi non conformi a tali parametri sopra NON si possono considerare dispositivi di protezione individuale e NON possono quindi essere utilizzate negli ambienti di lavoro come misure di protezione sostitutiva del rispetto della distanza interpersonale di almeno 1 metro.
NB: Le mascherine chirurgiche, non proteggono la persona che le indossa ma proteggono chi sta nell’ambiente circostante.

Autorizzazione dal prefetto

Le attività produttive consentite ai sensi del DCPM 10 aprile 2020 previa comunicazione al prefetto, in provincia di Vicenza possono usufruire di un apposito servizio online sul portale della Camera di Commercio (link). Sono stati previsti diversi modelli a seconda del tipo di attività:

Invitiamo tutti ad attenersi rigidamente al rispetto di tutte le regole emanate per prevenire il contagio nei luoghi di lavoro e non. 

Foto: it.freepik.com

I lavoratori che operano su impianti elettrici, siano essi sotto tensione o meno, per legge (Norma CEI 11-27) devono ottenere dal datore di lavoro la qualifica di addetti ai lavori elettrici. La stessa norma definisce inoltre i requisiti minimi di formazione necessari agli per sviluppare e mantenere tale qualifica. Il nostro corso per addetti ai lavori elettrici fornisce ai partecipanti le conoscenze teoriche e pratiche richieste ai lavoratori per ottenere tale qualifica.

Il corso per addetti ai lavori elettrici

SEDE: e_labo srl Via dell’Industria 48/c int. 1 – 36071 Arzignano (VI)
DURATA: 16 ore
COSTO: € 250 +IVA cad.  
FINALITÀ: il corso per addetti ai lavori elettici ha l’obiettivo di fornire i requisiti minimi di formazione previsti nella Norma CEI 11-27 per i lavori elettrici eseguiti sui sistemi:NON in tensione di categoria 0, I, II, III (da 0 a >35.000V);IN tensione di categoria 0, I (da 0 a 1.000Vac-1.500Vcc);tutti i lavori con rischio elettrico (a distanza d<DA9). 
ISCRIZIONI: e-labo@e-labo.it |0444 478406

Addetti ai lavori elettrici: PAV, PES, PEI

In base al livello di competenza, la normativa individua tre categorie di persone abilitate a svolgere lavori elettrici:

In base alla qualifica, i lavoratori sono abilitati a svolgere diversi tipi di mansioni:

Obiettivi del corso per addetti ai lavori elettrici

Il corso per addetti ai Lavori Elettrici mira a fornire al personale che svolge lavori elettrici (PAV, PES, PEI) le conoscenze pratico-operative e le tecniche di lavoro sotto tensione con riferimento ad esempi riconducibili a situazioni impiantistiche reali. Il corso, inoltre, fornisce le conoscenze teoriche e le modalità di organizzazione e conduzione dei lavori previste dalla normativa CEI 11-27

Contenuti del corso

Livello 1A: conoscenze teoriche

  1. Principali disposizioni legislative in materia di sicurezza per i lavori elettrici (D.Lgs.81/2008)
  2. Norme CEI EN 50110-1, CEI EN 50110-2 e CEI 11-27 (esclusi i lavori sotto tensione sui sistemi di Categoria 0 e I)
  3. Scelta dell’attrezzatura e dei DPI, la marcatura CE, la conservazione degli stessi
  4. Arco elettrico e suoi effetti
  5. Effetti sul corpo umano dovuti all’elettricità e nozioni di pronto soccorso
  6. Criteri di sicurezza nella predisposizione dell’area di lavoro (cantiere)

Livello 1B: conoscenze dell’esecuzione pratica del lavoro elettrico

  1. Preparazione del lavoro
  2. Valutazione dei rischi
  3. Condizioni ambientali
  4. Sistema per la trasmissione o lo scambio di informazioni tra persone interessate ai lavori
  5. Copertura di specifici ruoli anche con coincidenza di ruoli: 
    • Definizione, individuazione e delimitazione del posto di lavoro
    • Preparazione del cantiere
    • Padronanza nell’esecuzione di sequenze operative per mettere in sicurezza un impianto elettrico (quali verifica dell’assenza/presenza di tensione, manovra di interruttori, messe a terra e in cortocircuito, realizzazione delle condizioni di equipotenzialità, apposizione di segnalazioni, ecc.).
  6. Lavori in prossimità con attuazione della protezione con distanza di sicurezza e sorveglianza.
  7. Lavori in prossimità con attuazione della protezione con l’uso di dispositivi di protezione (schermi, barriere, protettori isolanti, involucri).

Livello 2A: conoscenze teoriche di base per lavori sotto tensione su sistemi di Categoria 0 e I

  1. Norme CEI EN 50110-1, CEI EN 50110-2 e CEI 11-27 (con riguardo ai lavori sotto tensione su sistemi di Categoria 0 e I)
  2. Criteri generali di sicurezza con riguardo alle caratteristiche dei componenti elettrici su cui ci si può intervenire nei lavori sotto tensione
  3. Attrezzatura e DPI : particolarità per i lavori sotto tensione

Livello 2B: conoscenze pratiche sulle tecniche di lavoro sotto tensione

  1. Esperienza organizzativa 
    • Preparazione del lavoro
    • Valutazione dei rischi
    • Trasmissione o scambio di informazioni tra persone interessate ai lavori
    • Copertura di specifici ruoli anche con coincidenza di ruoli
  2. Esperienza specifica della tipologia di lavoro per la quale la persona dovrà essere idonea :
    • Analisi del lavoro
    • Scelta dell’attrezzatura
    • Definizione, individuazione e delimitazione del posto di lavoro
    • Preparazione del cantiere
    • Adozione delle protezioni contro parti in tensione prossime

Entra ufficialmente in vigore sabato 21 aprile il nuovo regolamento europeo 2016/425 sui DPI (Dispositivi di protezione individuale). La nuova norma impone precisi criteri in base ai quali i DPI possono essere immessi sul mercato. Tutti gli operatori economici appartenenti alla catena di fornitura, inoltre, sono tenuti ad adottare misure atte a garantire la conformità dei dispositivi trattati e quindi la salute e sicurezza degli utilizzatori.

Cosa cambia per gli utilizzatori?

In realtà, ben poco. Il nuovo regolamento impone nuovi obblighi e responsabilità ai produttori e agli operatori economici, ma per le aziende tutto resterà sostanzialmente identico. Cambiano leggermente i criteri di classificazione dei DPI, che guidano il datore di lavoro nella scelta di quelli più adeguati (previa valutazione dei rischi). Va sottolineato che gli obblighi imposti dal D.M. 2/5/2001 al datore di lavoro continuano a restare in vigore.

Requisiti dei Dpi

Le caratteristiche che devono avere i DPI per poter essere utilizzati sono indicate D.Lgs. 81/08, altra normativa che continua a restare in vigore. Nello spcifico i DPI devono essere:

E quindi, i vecchi DPI?

Il nuovo regolamento 2016/425 va a sostituire la direttiva 89/686/CEE. L’entrata in vigore ufficiale arriva a due anni dall’emanazione. Questo per concedere il tempo ai produttori di adeguarsi ai nuovi criteri. Tuttavia riguarda solo i DPI di nuova immissione sul mercato. Quelli già in commercio e prodotti in conformità alla direttiva precedente rimarranno validi fino al 2023. I lavoratori quindi potranno continuare ad utilizzarli.

Perché un nuovo regolamento?

A differenza della direttiva, un regolamento europeo è automaticamente valido all’interno di tutta l’Unione. Ciò significa che non ci saranno più “frontiere” normative dovute alle differenze di recepimento nei singoli Stati membri. A vantaggio della circolazione di beni e servizi dentro l’UE. In questo senso la nuova norma sui DPI è identica al regolamento europeo GDPR sulla privacy, che entrerà in vigore a maggio e di cui abbiamo già parlato ampiamente su questo blog.

Siamo a disposizione per seguirvi nella redazione della valutazione del rischio nei luoghi di lavoro e nella conseguente individuazione delle caratteristiche previste per i DPI da adottare per i lavoratori. Per qualsiasi informazione, contattaci. Ci trovate ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

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