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L’inizio, sosteneva Platone, è la parte più importante del lavoro. Un assunto che resta valido anche oggi. Pensiamo all’avvio di una nuova azienda, che richiede una pianificazione accurata e attenzione a numerosi dettagli. Anche, e soprattutto, a livello di obblighi da rispettare in materia di salute e sicurezza. In questo articolo ci concentriamo proprio su questo aspetto, chiarendo quali sono i principali adempimenti sulla sicurezza sul lavoro che le aziende di nuova costituzione devono rispettare.

Quali sono gli adempimenti sulla sicurezza sul lavoro per le nuove aziende

Qualsiasi sia l’ambito e il settore di appartenenza, la sicurezza sul lavoro è una questione di importanza cruciale. Non si tratta solo di un obbligo sancito dal Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08). Come evidenziato in un precedente articolo, la sicurezza sul lavoro va intesa come un investimento. Per tutti: datore di lavoro, dipendenti e collaboratori, per l’azienda stessa.
Delle varie figure chiave coinvolte nella gestione della sicurezza aziendale, molto è in capo al datore di lavoro, tra obblighi non delegabili e altri delegabili. È lui il principale responsabile della sicurezza in azienda, esercitando poteri decisionali e di spesa. Nello specifico, in caso di inizio di una nuova attività (o di ampliamento di una realtà già avviata), al datore di lavoro spettano vari compiti. Tra questi:

Qualora, poi, l’attività da avviare fosse ritenuta insalubre, sarà obbligatorio darne comunicazione allo Sportello Unico per le Attività Produttive, che provvederà alla trasmissione della pratica all’ASL per la proposta di classificazione. Inoltre, Il Testo Unico Ambientale indica che, per tutti gli stabilimenti che producono emissioni, debba essere richiesta una specifica autorizzazione¹.

Gli obblighi del datore di lavoro in materia di sicurezza

Accanto a questi obblighi per le aziende di nuova costituzione, esistono degli adempimenti sulla sicurezza sul lavoro che riguardano le aziende, indipendentemente dal loro ciclo di vita.
Tra questi, la valutazione dei rischi: è la prima, fondamentale misura generale di tutela dei lavoratori. Si tratta dell’obbligo più importante, poiché è in grado di identificare i rischi e di individuare le misure di sicurezza da adottare per prevenire infortuni e malattie professionali. Grazie al Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), obbligatorio in tutta le aziende con almeno un lavoratore, è possibile svolgere un’analisi dettagliata e sistematica dei potenziali pericoli e delle misure preventive da adottare per mitigarli. Tale documento, lo ricordiamo, è da aggiornare ogniqualvolta vengano, per esempio, introdotti nuovi macchinari o significative modifiche al processo produttivo. Inoltre, tra gli adempimenti per la sicurezza sul lavoro che il datore di lavoro deve garantire vi sono le:

Il datore di lavoro, dunque, è chiamato a creare condizioni di lavoro conformi agli standard di sicurezza. Ciò include anche l’adozione di idonei presidi di sicurezza come DPI, mezzi estinguenti e cassette di primo soccorso.

LEGGI ANCHE: DVR: come e quando valutare il rischio

Check list degli adempimenti per la sicurezza sul lavoro

Gli adempimenti per la sicurezza sul lavoro obbligatori, abbiamo visto, sono numerosi e riguardano ogni aspetto della sicurezza aziendale. A volte, specie in caso di avvio di una nuova attività, il dedalo di normative da rispettare e documentazioni da produrre può rappresentare uno scoglio per un imprenditore. Con l’aggiunta che, in caso di errore o dimenticanze, il conto rischia di essere salato, non solo dal punto di vista economico. Sapevi, per esempio, che la mancata elaborazione del DVR può determinare la sospensione dell’attività imprenditoriale? Uno stop, proprio all’inizio di una nuova avventura, non è proprio il massimo.
È qui che entrano in gioco i consulenti e_labo. In vista del sopralluogo presso la sede di un’azienda, ci avvaliamo di una check list. Si tratta di uno strumento pratico che fornisce un elenco dettagliato dei principali adempimenti per la sicurezza sul lavoro da rispettare e dei documenti fondamentali da avere in azienda, definendo e condividendo lo stato dell’arte. Dal CPI, se presente, all’agibilità, dalla dichiarazione di conformità degli impianti elettrico e termoidraulico al registro delle verifiche periodiche. Passando, tra gli altri, per l’elenco dei prodotti chimici in uso, i manuali d’uso e manutenzione dei macchinari, le valutazioni dei rischi specifiche. Tale strumento consente di applicare correttamente le procedure lavorative rilevando eventuali problematiche in grado di compromettere la sicurezza. La check list non è vincolante, ma può costituire un utile metodo di autovalutazione.

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NOTE

Foto in evidenza: Unsplash
¹ Per approfondire: Autorizzazione alle emissioni in atmosfera

Torniamo ad occuparci di acido solfidrico. Come abbiamo ampiamente visto in un precedente articolo, questo gas, conosciuto anche come idrogeno solforato, è molto pericoloso in ambito professionale, in particolare nel settore della concia.
Si tratta, infatti, di un gas tossico e infiammabile. Sua caratteristica peculiare è il classico odore di uova marce che si verifica, però, solamente quando esso è presente a bassa concentrazione. Il vero problema nasce quando l’odore sparisce: è in questo preciso istante che il rischio si acuisce perché la concentrazione di acido solfidrico è aumentata. Per evitare situazioni potenzialmente drammatiche, bisogna prevenire. Il primo passo è fare un’attenta valutazione del rischio, oltre a seguire le regole di sicurezza e utilizzare i dispositivi di protezione personale più idonei.

Acido solfidrico: come si forma e dove si trova

L’acido solfidrico è una minaccia in vari ambiti industriali: dall’agricoltura alla metallurgia fino al settore alimentare. È, però, l’industria conciaria il comparto dove i rischi sono maggiori. Questo perché, all’interno di una conceria, sono diverse le fasi dove questo gas-killer può formarsi.
Per esempio, nei bottali durante la calcinazione, macerazione e piclaggio. Nella fase di calcinazione, la pelle grezza viene posta in un bottale con calce e solfuro di sodio per eliminare il pelo. Nella fase di piclaggio, precedente la concia, la pelle diventa più acida. Con l’acidificazione si liberano dei solfuri che sono rimasti dopo le fasi di calcinazione e macerazione. Si viene, quindi, a produrre una forte concentrazione di acido solfidrico. I bottali devono essere dotati di un idoneo impianto di aspirazione e abbattimento del gas.
Altra fattispecie da tenere sott’occhio è il contatto tra acque acide e basiche. Nelle canalette di scolo, dove fuoriesce l’acqua usata inizialmente per togliere il pelo dalla pelle, rimangono residui di solfuro. Nelle fasi successive della concia e della tintura, può capitare che vi sia un contatto tra l’acqua acida utilizzata nelle ultime fasi e i residui di solfuro e solfidrato. Questo contatto tra sostanze acide e basiche porta allo sviluppo di acido solfidrico.

LEGGI ANCHE: Idrogeno solforato in conceria: valutare il rischio e prevenirlo

Attenzione massima in magazzino e negli spazi confinati

In conceria, ma non solo, particolare attenzione va posta per tutte quelle attività che si svolgono in spazi confinati e all’interno dei magazzini.

LEGGI ANCHE: Spazi confinati: valutare il rischio per prevenirlo

Il primo passo: sopralluogo in azienda

La valutazione della presenza di acido solfidrico consta di diverse fasi. E ha una parola d’ordine: sinergia. Il nostro lavoro, infatti, unito allo sforzo del datore di lavoro nel valutare tutti i rischi possibili in azienda, è fondamentale per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Il primo passo che compiamo è il sopralluogo in azienda, in particolare nei luoghi dove l’acido solfidrico può svilupparsi. Essendo un nemico silenzioso e invisibile, utilizziamo uno specifico strumento per il rilevamento di questo gas. Il dispositivo viene tarato fino a 10 ppm, ovvero il limite a cui un operatore può essere esposto per un massimo di 8 ore al giorno senza rischi per la salute.
Si va poi a verificare se l’azienda è munita di dispositivi e strumenti obbligatori per prevenire il rischio. In primis, la presenza di un impianto di aspirazione e abbattimento gas e l’obbligo di utilizzo di dispositivi di protezione personale, con disposizioni e regole ben precise.

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Impianto di aspirazione: manutenzione e controllo regolari

Restando in conceria, per quanto riguarda la liberazione dell’acido solfidrico nei bottali durante le fasi di calcinazione, macerazione e piclaggio si ritiene che il mezzo di sicurezza più idoneo sia quello di aspirare e abbattere i gas che si formano nel bottale.
L’impianto di aspirazione costituisce il sistema principale di sicurezza per gli addetti alla lavorazione e, pertanto, deve essere provvisto di segnalazione e allarme. Al fine di garantirne il corretto funzionamento, deve essere mantenuto in efficienza tramite manutenzione programmata, da registrare in un apposito libretto. L’aspirazione serve principalmente a proteggere l’ambiente esterno. All’interno del bottale la concentrazione, pur ridotta di 20-30 volte, rimane sempre pericolosa, e pertanto ciascun operatore deve essere dotato di una maschera individuale con filtro specifico. È molto importante, poi, rispettare alcune macro regole durante le fasi di calcinazione, macerazione e piclaggio. Ovvero:

L’impianto deve essere controllato con cadenza giornaliera. Ogni 7 giorni bisogna, invece, eseguire la pulizia del condotto e ogni 3 mesi sottoporlo a controlli più approfonditi. Non è tutto. Ogni 6 mesi bisogna, ancora, controllare  la portata nei singoli bottali e tutto l’impianto di aspirazione, annotando su un apposito registro le prove e gli eventuali interventi fatti.

Consulta la check list per il programma di controllo e manutenzione ordinaria per l’impianto di abbattimento Idrogeno

L’importanza del filtro-maschera

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, se si vuole sconfiggere l’acido solfidrico, il lavoratore deve sempre proteggersi indossando una maschera con filtro. In base alla tipologia di inquinante, i respiratori a filtro si dividono in:

Parlando di acido solfidrico, ci concentriamo sui filtri anti-gas. Questi sono costituiti da cartucce contenenti sostanze che trattengono i gas e i vapori nocivi. Nei filtri antigas non si può parlare di efficienza di filtrazione in quanto trattengono completamente l’inquinante fino all’esaurimento. La quantità di gas trattenuta dipende non solo dalla quantità e dal tipo del materiale adsorbente, ma anche dalla concentrazione ambientale dell’inquinante e dalla capacità respiratoria del soggetto che indossa la maschera, nonché dallo sforzo compiuto durante il lavoro.
Esistono 5 fasce di colori diversi per differenziare le varie tipologie di maschera anti-gas. Nello specifico, un lavoratore in conceria dovrà indossare una maschera con filtro antigas di tipo b di fascia grigia, in grado di proteggere da gas e vapori inorganici, come l’idrogeno solforato. L’efficienza filtrante di un dispositivo anti-gas è determinata, essendo l’efficienza del filtro del 100%, dal tipo di maschera e non dal filtro utilizzato. Quindi, se si vuole aumentare il livello di protezione del dispositivo bisogna utilizzare una maschera che ricopra tutta la faccia con filtri, garantendo una migliore tenuta al volto.

L’acido solfidrico? Non è invincibile

L’acido solfidrico è un gas asfissiante, molto pericoloso e  in grado anche di uccidere. Ma non è invincibile. Come spiegano i colleghi di Pragma Chimica, nel caso fosse già presente, infatti, l’acido solfidrico può essere eliminato. Per esempio, tramite uno speciale trattamento ossidativo a effetto curativo. L’applicazione viene modulata in funzione del problema da risolvere, studiando l’uso dei prodotti chimici più idonei. Esistono anche altri sistemi per rimuovere l’acido solfidrico, tra cui la desolforazione biologica e l'adsorbimento (fisico, chimico o in schiume). Ma, come sempre, la prevenzione fa la differenza.

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È, in fondo, una questione di autofocus. Non si parla, però, di fotografia. In ambito aziendale, come sai, non è semplice occuparsi e stare al passo con tutte le norme e i requisiti legali da rispettare. Sono, infatti, tanti e i cambiamenti sono frequenti. Tuttavia, bisogna farlo: anche la minima disattenzione a livello burocratico, potrebbe tradursi in multe salate. In questo contesto, un audit della verifica della conformità normativa della propria impresa è una soluzione valida. Già obbligatorio per le certificazioni ISO 14001 e 45001, può essere svolto anche in autonomia, con il supporto di professionisti certificati.

Stiamo rispettando tutte le norme vigenti?

Come svela il nome, un audit della conformità normativa serve a verificare che un’azienda o un ente stia rispettando tutte le normative. Ci si riferisce sia alle norme del proprio settore specifico sia a quelle legate all’ambiente e al territorio. L’audit si concentra sul rispetto della legislazione vigente, dal punto di vista operativo e amministrativo.
Al termine dell’audit, un tecnico specializzato elabora un verbale riepilogativo sulle criticità rilevate. «Secondo gli obblighi di conformità – spiega Clarissa Serafini, consulente di e_labo –, l’azienda deve essere in grado di riconoscere le norme che le si applicano. Questo è facile quando si osservano le norme generali, come le autorizzazioni alle norme in atmosfera o agli scarichi idrici. Lo diventa un po’ meno quando si scende nello specifico. Per esempio, quando si parla di agibilità dello stabile, della zona paesaggistica o dell’autorizzazione delle insegne. Sono tutte norme di cui spesso non si tiene conto».

LEGGI ANCHE: Principali adempimenti ambientali per le PMI

Percorso specifico per ogni azienda

Il percorso dell’audit verifica della conformità normativa è unico per ogni azienda. Ogni settore, infatti, ha le sue peculiarità che, a livello legislativo, si traducono in esigenze diverse. In questo senso, il ruolo (cruciale) dell’operatore è valutare caso per caso le necessità dell’azienda. «Un conto è occuparsi di un’azienda conciaria, i cui obblighi a livello di sicurezza riguardano perlopiù estintori e uscite di emergenza – sottolinea Serafini –. Discorso diverso è se, per esempio, l’azienda si occupa di materiale esplosivo. In questo caso, esistono sicuramente più prescrizioni che devono essere controllate. Ma non parliamo solo di casi estremi. Già avere una caldaia richiede un controllo delle emissioni che rientra nella conformità normativa». Insomma: aziende diverse, analisi differenti.

Perché realizzare un audit di verifica della conformità normativa

Vi sono molte ottime ragioni per realizzare un audit di verifica della conformità normativa. Tra le principali, possiamo ricordare che:

«Nell’industria conciaria – evidenzia Serafini –, sta spopolando la certificazione LWG, che all’interno contiene una serie di domande che ricalcano i concetti di sostenibilità. Frequentemente ci troviamo a gestire questi argomenti con le aziende, anche se queste non sanno bene di cosa parliamo. Un discorso simile può essere fatto sul fronte della sicurezza, con i vari obblighi del D.Lgs. 81/2008 che spesso non sono conosciuti a fondo e nella loro totalità. È essenziale, invece, avere un’idea chiara e completa della situazione normativa: anche la più piccola dimenticanza, apparentemente insignificante, può tradursi in una multa salata».

LEGGI ANCHE: Certificazione LWG: che cos’è e come ottenerla

audit di verifica della conformità normativa

Un esempio di check list

Ma, nel concreto, in cosa consiste un audit di verifica della conformità normativa? Si tratta di un esame documentale che dura qualche giorno. Il punto di partenza è una check list, analoga a quella che trovi qui sotto. Questo strumento operativo aiuta l’operatore a verificare che tutti i requisiti siano rispettati, per poi realizzare un registro. La checklist riporta tutti gli adempimenti e le scadenze: dalla redazione del DVR e del DUVRI alla nomina di RSPP e addetti antincendio; dalla formazione generale e specifica sulla sicurezza dei lavoratori alla valutazione del rischio da stress lavoro correlato, solo per fare degli esempi.

Esempio di checklist per audit di verifica della conformità normativa

Requisiti  Legislazione Ambientale C NC NA Riferimenti azienda
1 Consumi energetici

Legge ordinaria del Parlamento n° 10 del 09/01/1991

2 Nomina del tecnico responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia (energy manager)
3 Comunicazione annuale
Prelievi idrici
4 In atto misure per l’eliminazione degli sprechi, l’incremento del riciclo e del riutilizzo, la riduzione dei consumi
5 Concessione approvvigionamento idrico autonomo
6 Denuncia pozzi
7 Denuncia annuale dei prelievi
8 Pagamento canone annuo per utenze di acqua pubblica
9 Installazione apparecchiature per la misura delle portate
Emissioni in atmosfera
10 Disponibile elenco aggiornato delle emissioni (identificazione e origine) e dati sulle caratteristiche degli effluenti e degli impianti di abbattimento
11 Richiesta di autorizzazione per emissioni da impianti nuovi, esistenti, modificati sostanzialmente, trasferiti
12 Autorizzazione emissioni
13 Procedura semplificata per emissioni a ridotto inquinamento
14 Comunicazione emissioni a inquinamento poco significativo
15 Rispetto dei limiti e delle prescrizioni dell’autorizzazione
16 Appartenenza a una delle 54 tipologie di impianto dell’all.2 del DM 12/7/90
17 Impiego di metodi di campionamento, analisi e valutazione delle emissioni indicati nell’all.4 del DM 12/7/90
18 Misurazione emissioni con sistemi di rilevamento in continuo
19 Limitazione di emissioni diffuse (movimentazione e stoccaggio materie prime/prodotti, tenuta giunzioni, flange, guarnizioni, gestione solventi organici volatili)

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La valutazione del rischio (DVR) è il documento fondamentale nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro, infatti, è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Il DVR è quindi lo strumento primario per assolvere a quest’obbligo.

Realizzare correttamente il Documento di Valutazione del Rischio è dunque il primo passo per il datore di lavoro per sollevarsi dalle conseguenze di un incidente sul lavoro. A livello legale, ma non solo. Un’azienda sicura infatti, come diciamo sempre, è anche un’azienda più efficiente e produttiva.

Le norme sulla valutazione del rischio

Una primaria fonte in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro è l’articolo 2087 del Codice Civile, entrato in vigore nel 1942. Già nel 1930, comunque, il Codice Penale aveva introdotto il reato di “Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro” (Art.  437).

La norma fondamentale in questo ambito in ogni caso è il Testo unico della Salute e Sicurezza sui luoghi di lavoro (D. Lgs. 81/2008 - Ex legge 626/94). Ed è proprio tale testo unico a introdurre lo strumento che è divenuto obbligatorio per tutti i datori di lavoro: il Documento di Valutazione dei Rischi.

Quali rischi deve valutare il datore di lavoro?

Il DVR come disciplinato dal Testo unico, deve prendere in considerazione ogni tipologia di rischio in cui i lavoratori di un’azienda possono incorrere. Viene redatto dal datore di lavoro e firmato da egli stesso insieme al Medico competente, al Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e al Rappresentante dei lavoratori sulla sicurezza (RLS).

La legge obbliga il datore di lavoro di non tralasciare alcuna fonte di possibile danno per i lavoratori. Tra queste ricordiamo: 

Nel prossimo articolo vi parleremo invece di come viene redatto il Documento di Valutazione del Rischio.

Siamo a disposizione per affiancare le aziende nella redazione del documento di valutazione del rischio a partire dall’analisi iniziale fino all’assunzione dell’incarico di RSPP e alla formazione delle altre figure previste dalla legge. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano in provincia di Vicenza.

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