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Dall’edilizia alla manutenzione industriale, dai cantieri ai capannoni. Sono diversi i settori e i contesti in cui vengono abitualmente impiegate le piattaforme di lavoro mobili elevabili (PLE). Del resto, si tratta di attrezzature imprescindibili quando si tratta di raggiungere altezze considerevoli. Conosciute anche come piattaforme aeree o di sollevamento, il loro utilizzo può comportare diversi rischi per la sicurezza dei lavoratori. Ecco perché è obbligatorio che gli addetti all’uso siano in possesso di una specifica abilitazione, conseguibile attraverso un’apposita formazione: scopriamo le caratteristiche del corso PLE.

Cosa sono le piattaforme di lavoro mobili elevabili

Utilizzata per spostare persone in posizioni di lavoro in quota, la piattaforma mobile elevabile è solitamente impiegata per raggiungere altezze superiori ai due metri rispetto a un piano stabile. Una soluzione in grado di garantire un modo sicuro e pratico per accedere a luoghi elevati o difficilmente raggiungibili. Generalmente composte da una piattaforma di lavoro con comandi, una struttura estensibile e un telaio, queste attrezzature si differenziano in base alla presenza, o meno, di stabilizzatori.

Tali piattaforme possono essere utilizzate esclusivamente da operatori in possesso di una specifica abilitazione, conseguita attraverso il corso PLE.

Scopri sul nostro calendario le prossime date dei corsi di formazione e aggiornamento per addetti all’uso di piattaforme di lavoro mobili elevabili
con e senza stabilizzatori.

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Corso PLE: durata e cosa sapere

L’accordo Stato Regioni del 22 febbraio 2012 ha incluso le piattaforme di lavoro elevabili tra le attrezzature per le quali è richiesta l’abilitazione degli operatori. L’utilizzatore della piattaforma, pertanto, è considerato idoneo solo dopo aver conseguito uno specifico corso di formazione teorico e pratico. Nel dettaglio, la durata del percorso formativo è di:

Il corso PLE prevede due moduli teorici, al termine dei quali è prevista una prova intermedia di verifica con test a risposta multipla. Spazio, poi, a una prova pratica di utilizzo della piattaforma. Il corso di abilitazione ha validità quinquennale, da rinnovare con un apposito aggiornamento di almeno 4 ore.

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Lavoro sulle piattaforme: il programma del corso

L’obiettivo del corso PLE è garantire che gli operatori siano in grado di operare in modo sicuro e competente, riducendo al minimo il rischio di incidenti e rispettando le normative in materia di sicurezza.
Per fare ciò, il corso è strutturato in una parte teorica e una pratica. Nella prima, divisa in un modulo giuridico normativo (1 ora) e uno tecnico (3 ore), vengono trattati temi che spaziano dalla responsabilità dell’operatore, ai dispositivi di comando e sicurezza, fino ai diversi tipi di PLE. Il modulo pratico, invece, la cui durata varia dalle 4 alle 6 ore a seconda della tipologia di attestato, sarà dedicato a esercitazioni pratiche e manovre di emergenza. Per lo svolgimento della prova pratica, i partecipanti devono indossare gli appositi dispositivi di protezione individuale nonché casco e scarpe protettive oltre all’imbracatura di sicurezza anticaduta.

Modalità di erogazione del corso

Il corso PLE consente di svolgere in videoconferenza solo il modulo teorico. Non è, dunque, possibile svolgere interamente il corso “a distanza”, proprio per la rilevanza della componente pratica per conseguire l’abilitazione. esercitazioni e prove pratiche. Per quanto riguarda l’aggiornamento, il corso può essere svolto anche interamente in aula trattando comunque argomenti pratici. Quindi, si può non svolgere l’effettiva parte pratica sul campo (Rif. CM Circ. 12/2013) e, di conseguenza, l’aggiornamento può tenersi interamente in videoconferenza. Ricordiamo che la normativa prevede che l’aggiornamento abbia una durata di 4 ore, di cui 3 relative ai moduli pratici.

Scopri di più sul corso PLE di e_labo 
e scarica la scheda di iscrizione a uno dei prossimi appuntamenti in programma.

Il nuovo anno si aprirà con una grande novità in casa e_labo. Parte a gennaio un nuovo corso di mindfulness rivolto ai privati, realizzato in collaborazione con la psicologa Sabrina Tamiozzo. Perché, ti starai forse chiedendo, una realtà come la nostra si occupa di questi argomenti? In realtà, temi come la mindfulness e il benessere organizzativo non sono slegati dalla tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. Sono, anzi devono essere, complementari.
Del resto, la salute mentale è fondamentale tanto quanto la sicurezza fisica, quando si parla di lavoro. Ed è una sfida che non si vince operando solo entro i confini aziendali: abbraccia (sempre più) anche la sfera privata, specie dopo la pandemia di Covid-19. Lo testimoniano i dati di una ricerca di BVA Doxa per Mindwork¹. L’85% dei lavoratori italiani considera il proprio benessere psicologico generale correlato al benessere sul lavoro e viceversa, sottolineando così l’impatto diretto dei pensieri sulla performance aziendale. Inoltre, come evidenziato dall’Headway 2023 - Mental Health Index², i problemi di salute mentale sono la seconda malattia non trasmissibile disabilitante dopo i disturbi muscoloscheletrici.
Il tema, insomma, è di attualità. Per questo, abbiamo deciso di organizzare un corso di mindfulness in 10 tappe rivolto ai privati, al via il prossimo gennaio.

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Fiore di loto: il nuovo corso di mindfulness di e_labo

Un nome che vale più di mille altre parole. Abbiamo scelto di chiamare il nostro nuovo corso di mindfulness Fiore di Loto. Questa pianta acquatica è da sempre associata al benessere e alla rinascita. In ciò, rispecchia perfettamente l’obiettivo di questa novità e_labo: illustrare ai partecipanti come migliorare la qualità della propria vita attraverso pratiche meditative.
Nell’odierna società multitasking in cui la quotidianità è dominata dalla frenesia, il nostro pensiero è raramente focalizzato sul presente, ma, piuttosto, rivolto al passato e all’incertezza del futuro. Ci troviamo spesso ad affrontare convulsamente molteplici attività contemporaneamente, senza la possibilità di concentrarci adeguatamente su ciascuna di esse. Questo modo di agire porta automaticamente all’accumulo progressivo di pensieri sul presente, compresi quelli che pensavamo di aver risolto o archiviato. Questi, crescendo in proporzione, finiscono per generare malumore, ansia e stress.
Il percorso Fiore di Loto, attraverso la mindfulness, tende una mano ai partecipanti, aiutandoli a raggiungere la consapevolezza dei pensieri. Non per eliminarli, ma per riuscire a gestirli. La conseguenza sarà il miglioramento di vari aspetti della quotidianità come le relazioni interpersonali, ma anche:

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10 passi per raggiungere una nuova consapevolezza

In un precedente articolo abbiamo già approfondito il concetto di mindfulness e quanto sia una pratica importante per il benessere lavorativo.
Proprio la mindfulness, ovvero la ricerca della consapevolezza, sarà il fulcro del nostro nuovo percorso che si svilupperà in 10 tappe, ciascuna della durata di circa un’ora e mezza, che si terranno presso la nostra sede di Arzignano (VI) il mercoledì sera, dalle 19.30 alle 21.00. Ogni incontro prevede momenti di spiegazione teorica seguiti dalla pratica della meditazione mindfulness. Fondamentale sarà anche il momento conclusivo di ciascun appuntamento, dedicato alla condivisione delle proprie emozioni. D’altronde, esternare è un passo importante per consolidare il percorso di crescita.
Per i partecipanti è consigliabile vestirsi comodi e portare con sé un tappetino da yoga. Il corso completo costa 170 euro più Iva. Nel prezzo è compreso il libro Un Angelo tra i libri: viaggio alla scoperta della Mindfulness scritto da Sabrina Tamiozzo che, assieme al nostro Andrea Fracasso, farà da guida in questo nuovo corso di mindfulness a Vicenza.

Consulta la locandina dell'evento.
Vuoi ricevere maggiori informazioni o riservare il tuo posto per il primo corso di mindfulness in partenza? Scrivici per saperne di più.

NOTE

¹ Per approfondire: Il benessere psicologico delle lavoratrici e dei lavoratori, BVA Doxa per Mindwork, 2021
² Per saperne di più: Headway 2023 - Mental Health Index

La sicurezza sul lavoro, lo si ripete spesso, è qualcosa che si costruisce nel tempo, mattone su mattone. Ma anche, a ben vedere, mattoncino dopo mattoncino. Sì, parliamo proprio di Lego. Tutti noi, almeno una volta, ci siamo cimentati con i celebri mattoncini assemblabili dell’azienda danese, costruendo città e astronavi o replicando monumenti storici. Con i Lego si può davvero dare libero sfogo alla creatività, costruendo tutto ciò che l’immaginazione è in grado di inventare, a ogni età. Non tutti sanno, però, che i mattoncini colorati possono essere un prezioso alleato per plasmare la cultura della sicurezza all’interno dei luoghi di lavoro. Come? Attraverso il metodo Lego Serious Play (LSP). Originariamente, questa metodologia era stata sviluppata per stimolare la creatività e la comunicazione all’interno dei diversi team aziendali. Oggi esistono dei veri e propri corsi Lego Serious Play per le figure preposte alla sicurezza sul lavoro. Scopriamo di più.

Lego Serious Play: un asso nella manica

La metodologia Lego Serious Play¹ è stata sviluppata all’inizio degli anni 2000 grazie alla collaborazione tra Lego Group e la business school IMD di Losanna. Questo approccio innovativo è stato progettato per potenziare l’innovazione e le prestazioni aziendali. Lego Serious Play vuole favorire l’apprendimento per affrontare sfide complesse nei contesti aziendali. Sfruttando i mattoncini colorati come strumento metaforico per l’espressione e la discussione, si ottiene una facilitazione e un’accelerazione dei processi decisionali.
Con Lego Serious Play, inoltre, l’apprendimento diventa più chiaro e concreto, consentendo una migliore comprensione dei concetti. Viene messa al centro la costruzione manuale di modelli tridimensionali che rappresentano il tema in questione, che può riguardare strategie e relazioni aziendali, relazioni o, appunto, la sicurezza sul luogo di lavoro.

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I 4 pilastri del corso Lego Serious Play

Attraverso l’utilizzo dei mattoncini Lego e i modelli creati con essi, i partecipanti ai corsi Lego Serious Play hanno l’opportunità di esprimere concetti e idee che spesso sono difficili da comunicare verbalmente. I Lego hanno la caratteristica unica di far emergere problemi e stimolare la ricerca di soluzioni. Le potenzialità dei mattoncini colorati, nell’ambito educativo, seguono il principio di “pensare con le mani” di Maria Montessori. Questo approccio è applicabile sia ai bambini sia agli adulti, poiché consente di affrontare una varietà di dinamiche attraverso un metodo che migliora la consapevolezza e la comprensione della comunicazione.
La struttura di un corso Lego Serious Play si basa su quattro fasi principali.

Questo ciclo di quattro fasi viene ripetuto più volte durante il corso, insieme ad altre attività, al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati.

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A chi si rivolge il metodo Lego Serious Play applicato alla SSL

Il corso Lego Serious Play applicato alla sicurezza sul lavoro disegna, dunque, una formazione “esperienziale” e partecipata. Si parte dall’approccio standard illustrato in precedenza, ma ogni corso viene progettato in base alle esigenze specifiche dell’azienda e del gruppo di partecipanti. È anche qui che risiede buona parte della sua efficacia.
I temi affrontati possono essere molteplici e la metodologia si applica a un’ampia varietà di situazioni negli ambiti della salute e della sicurezza sul lavoro. Da una gestione efficace dei near miss a come ottenere un DVR più efficace. Da una comunicazione più efficace alla gestione delle emergenze. Per la sua natura, Lego Serious Play è valido per l’aggiornamento delle varie figure preposte alla salute e alla sicurezza sul lavoro (datore di lavoro, dirigenti, preposti, RLS, RSPP/ASPP). È un’eccellente occasione, tuttavia, anche per formatori e facilitatori, aziendali e indipendenti.

Come funziona il corso Lego Serious Play

A guidare le sessioni di Lego Serious Play è un facilitatore, in possesso di apposita certificazione LSP necessaria per poter erogare il corso.
Dopo un’introduzione alla metodologia, vengono poste ai partecipanti delle domande specifiche che, nel nostro caso, hanno come tema portante la sicurezza sul lavoro. In risposta a ciascun quesito, i partecipanti creano una costruzione con mattoncini Lego che rappresenta la loro prospettiva sul tema. Una volta completata la costruzione, ciascuno spiega il significato della sua creazione e condivide il proprio punto di vista. Queste sessioni proseguono con una serie di domande che affrontano vari aspetti dell’attività di sicurezza sul lavoro, consentendo a ciascun partecipante di esprimere le sue opinioni e contribuire al processo di crescita dell’azienda. Da costruire mattone dopo mattone. Anzi, mattoncino dopo mattoncino.

NOTE

¹ Scopri di più: Lego Serious Play

Lavorando quotidianamente con molte aziende, piccole e grandi, ci siamo accorti di quanto il benessere organizzativo sia un trend topic. O, meglio, dovrebbe esserlo. Un ambiente di lavoro sano e stimolante, in cui i dipendenti si sentono valorizzati, coinvolti e motivati a dare il loro miglior contributo, conviene a tutto tondo. Questo concetto abbraccia una serie di elementi fondamentali, tra cui la gestione del tempo, l’organizzazione e gestione delle risorse umane, la promozione dell’equilibrio tra vita professionale e personale.
In un mondo in continua evoluzione, le aziende sono costantemente chiamate a fronteggiare nuove sfide e ad adattarsi a un mercato sempre più competitivo. In questo contesto, la formazione continua dei lavoratori gioca un ruolo fondamentale per garantire la competitività e lo sviluppo sostenibile delle aziende. Non si tratta solo di essere sempre aggiornati su aspetti tecnici, legislativi e normativi, ma anche sulle cosiddette life skills.

Life skills: apprendimento continuo per affrontare le sfide sul lavoro

Sempre più ci rendiamo conto di quanto l’apprendimento permanente sia essenziale per far fronte alle sfide mutevoli del panorama professionale moderno. Le aziende devono fornire ai propri collaboratori sia le competenze necessarie per adattarsi alle nuove tecnologie e all’evoluzione delle normative, sia sviluppare le cosiddette life skills. Si tratta di quelle abilità personali e sociali che consentono ai professionisti di affrontare lo stress, lavorare in team e pianificare e organizzare il proprio lavoro con efficacia. Ma anche rapportarsi con i clienti nel giusto modo. Tra queste troviamo:

Arricchiscono il menù la capacità di pianificare obiettivi e attività in modo strutturato e l’abilità di analizzare situazioni complesse, riuscendo a prendere decisioni in autonomia. Un aspetto non proprio secondario. Tant’è che gli esperti evidenziano proprio come le life skills rappresentino un nodo critico del mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro. Questo perché devono essere allenate costantemente. L’imprenditore valuta e ricerca le life skills nei propri collaboratori, poiché sono essenziali per raggiungere elevati standard di performance e promuovere un ambiente di lavoro armonioso e motivante.

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Formarsi bene per formare meglio: la nostra esperienza

In quest’ottica, noi di e_labo abbiamo scelto di metterci in gioco. Del resto, in questi primi vent’anni siamo cresciuti e cambiati molto. Negli ultimi mesi, siamo stati affiancati da Francesca Viperli, consulente risorse umane, che ci ha supportati in un avvincente percorso di consulenza e formazione che ha coinvolto tutto il nostro team. Abbiamo osservato e ci siamo osservati, raccogliendo le varie sfide proposte, per migliorare i nostri processi interni e rafforzare la comunicazione di gruppo. Formarsi bene per formare meglio, insomma, alzando sempre più l’asticella qualitativa della nostra offerta.

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Organizzazione e gestione delle risorse umane e non solo: nuove opportunità formative 

Da questa esperienza, sempre in collaborazione con Francesca Viperli, sono nate nuove opportunità formative per i nostri clienti. Organizzazione e gestione delle risorse umane, ma non solo. Nello specifico:

Non solo corsi multiaziendali. Spazio anche a percorsi personalizzati di consulenza e formazione per accrescere le competenze organizzative e relazionali in azienda. Sono previsti un incontro preliminare di analisi dei bisogni, monitoraggio in itinere e follow-up di valutazione a distanza di un mese.

Vuoi saperne di più?
Contattaci per ricevere la brochure delle nostre proposte formative per la competitività, l’organizzazione e gestione delle risorse umane e il link del webinar dello scorso maggio.
Altri ne seguiranno:
resta aggiornato consultando il nostro calendario.

Torniamo a occuparci di prevenzione incendi. Il 4 ottobre 2022 è entrato in vigore il nuovo D.M. 21 settembre 2021 sulla gestione in esercizio e in emergenza della sicurezza antincendio. L’atto normativo sostituisce il precedente decreto del 10 marzo 1998. Una grande novità riguarda la cadenza dell’aggiornamento degli addetti antincendio. Infatti, la frequenza dei corsi di aggiornamento diventa quinquennale anziché triennale, come in precedenza considerato. Se sono trascorsi più di cinque anni dall’ultima formazione o aggiornamento al momento dell’entrata in vigore del decreto, lobbligo di aggiornamento deve essere adempiuto entro il 4 ottobre 2023.

Nuove denominazioni in base al rischio incendio

Come evidenziato in un precedente articolo, con il nuovo decreto ministeriale sono state introdotte nuove denominazioni per i percorsi formativi, suddividendoli in tre gruppi in base al livello di rischio dell’attività. Nel dettaglio:

Il nuovo decreto, inoltre, promuove l’utilizzo di metodologie di apprendimento innovative per la parte teorica dei corsi, incluso l’uso della formazione in videoconferenza. Tuttavia, per ogni livello di attività è richiesta una parte pratica da svolgere in presenza.

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Corsi di aggiornamento addetti antincendio

Con la nuova suddivisione delle attività, anche i corsi di aggiornamento formazione per addetti antincendio sono suddivisi in tre tipologie in base al livello di rischio.
Per le attività del Livello 1, il corso di aggiornamento antincendio di tipo 1-AGG, della durata di 2 ore, si concentra sulle esercitazioni pratiche. I partecipanti si aggiornano sulle misure di sorveglianza e sull’uso degli estintori portatili, con una prova di spegnimento su apposito focolare.
Per le attività di Livello 2, il corso di tipo 2-AGG, della durata di 5 ore, comprende una parte teorica in aula, che riguarda gli argomenti del corso di formazione iniziale, ed esercitazioni pratiche. Si trattano i principi dell’incendio, la prevenzione, la protezione antincendio e procedure da attuare in caso di incendio. Infine, per le attività del terzo livello, il corso di tipo 3-AGG, della durata di 8 ore, include una parte teorica ed esercitazioni pratiche. Gli argomenti trattati sono selezionati dal corso di formazione iniziale e comprendono l’incendio, la prevenzione, la protezione antincendio e le procedure di intervento.

LEGGI ANCHE: Perché la formazione antincendio è un investimento strategico

Ogni quanto va aggiornato il corso antincendio?

Riepilogando, per gli addetti alla prevenzione incendi le scadenza da tenere a mente sono le seguenti:

Ricordiamo che i corsi antincendio sono obbligatori per tutte quelle attività con almeno un dipendente o collaboratore. Le novità riguardano anche noi formatori. I professionisti antincendio, per mantenere la qualifica di formatore in materia di prevenzione incendi nei luoghi di lavoro, devono svolgere corsi di aggiornamento entro cinque anni dal rilascio dell’attestato. L’aggiornamento quinquennale prevede almeno 16 ore per i docenti che erogano sia moduli teorici sia pratici, 12 ore per quelli che erogano solo moduli teorici e 8 ore per quelli che erogano solo moduli pratici. La partecipazione a corsi di base e seminari di aggiornamento può essere considerata come attività di aggiornamento per la parte teorica.

Scopri le prossime date dell’aggiornamento corso antincendio: consulta il calendario e prenota il tuo posto

NOTE

¹ Per approfondire: Decreto 2 settembre 2021, Criteri per la gestione dei luoghi di lavoro in esercizio ed in emergenza e caratteristiche dello specifico servizio di prevenzione e protezione antincendio

La sicurezza sul lavoro è un tema cruciale. Per tutti i lavoratori. Ciò indipendentemente dalla nazionalità o dalla lingua madre. Per gli stranieri che vivono e lavorano in Italia, tuttavia, la comprensione della materia sicurezza sul lavoro può talora rappresentare una vera sfida proprio dal punto di vista linguistico. Si tratta di abbattere le barriere. Operando sul campo, abbiamo raccolto per tempo la sfida. Ecco perché, da tempo, eroghiamo formazione sulla sicurezza ai lavoratori stranieri anche in inglese. E non solo: ci siamo testati anche con la lingua indiana. Come? Attraverso un lavoro sinergico con degli interpreti. Del resto, la formazione deve arrivare a tutti i lavoratori. Anche perché non si tratta di un mero attestato per ottemperare agli obblighi di legge. È, piuttosto, un percorso di crescita personale e un’opportunità. Per lavorare meglio, più sicuri.

Sicurezza sul lavoro per tutti: non solo un obbligo morale

La formazione sicurezza ai lavoratori stranieri non è solo un obbligo morale. È prevista dalla legge. In particolare, il Testo Unico sulla Sicurezza stabilisce che:

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Il peso del fattore linguistico

Sempre il TUS sottolinea che, nei confronti dei lavoratori stranieri, i corsi devono essere realizzati previa verifica della comprensione e conoscenza della lingua veicolare e con modalità che assicurino la comprensione dei contenuti.
Una di queste modalità è la presenza di un mediatore interculturale o di un traduttore. È importante, comunque, che il lavoratore straniero apprenda un minimo della lingua italiana, per la comunicazione con gli altri dipendenti e con il datore di lavoro. Al fianco di corsi sulla sicurezza, è necessario anche frequentare corsi di lingua italiana.
Non è tutto. L’Accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011 sottolinea che le imprese che occupano lavoratori stranieri devono garantire una formazione adeguata, anche in materia linguistica. Ciò al fine di favorirne l’inserimento e la qualificazione professionale. La formazione deve tener conto delle competenze e conoscenze pregresse dei lavoratori stranieri e deve essere qualificata, ovvero di livello adeguato alle esigenze del lavoratore e del contesto professionale.

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Il caso Veneto: lavoratori stranieri nella concia, ma non solo

Nello specifico, nel territorio vicentino esiste un problema di lingua dato dall’elevato numero di lavoratori stranieri, soprattutto nei settori che richiedono molta manodopera. Secondo i dati dell’ultimo Rapporto Immigrazione dell’Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità del Veneto², nel 2021 le percentuali di assunzione di persone straniere hanno riguardato:

Anche la concia vede impiegati molti lavoratori stranieri. Nel 2019 i lavoratori stranieri occupati nel settore conciario in Veneto erano oltre 4.000, circa il 40% degli occupati totali del settore. Presenza di lavoratori stranieri che era ed è particolarmente elevata in alcune province venete, tra cui proprio Vicenza. Un numero così elevato di lavoratori stranieri che possono non comprendere bene la lingua italiana può portare a situazioni di pericolo e a infortuni sul lavoro. L’erogazione di corsi di sicurezza in inglese o in lingua indiana nasce, quindi, anche da una necessità: cercare di prevenire ogni possibile rischio.

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Formazione sicurezza ai lavoratori stranieri: l’importanza dell’interprete

Uno dei capisaldi nella formazione sulla sicurezza è che essa sia recepita e compresa da tutti. Per questo, nell’ambito della formazione sicurezza ai lavoratori stranieri, collaboriamo da tempo con interpreti di lingua inglese e indiana che ci aiutano durante i corsi. Il lavoro dell’interprete è molto importante: non si limita a tradurre ciò che noi formatori diciamo. Bensì, si prepara adeguatamente sugli argomenti che presentiamo, in modo tale da essere più chiaro durante la traduzione.
Al termine del corso, viene erogato un test, anch’esso tradotto in inglese o in indiano, per evitare errori o incomprensioni legati alla lingua italiana. Per noi, la qualità della proposta formativa passa anche da questo intervento corale, senza lasciare indietro nessuno. D’altronde, la formazione sulla sicurezza è un percorso condiviso e che porta benefici a tutti i soggetti coinvolti.

NOTE

¹ Per approfondire: D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul lavoro

² Rapporto Immigrazione 2021 dell’Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità del Veneto

È un’attrezzatura che trova impiego all’interno di stabilimenti produttivi, magazzini ma anche cantieri, porti e depositi ferroviari. Parliamo della gru a ponte o, più comunemente, carroponte. Si tratta di un macchinario automatizzato destinato allo spostamento di materiali e merci particolarmente pesanti e di grosse dimensioni. Il suo impiego comporta diverse situazioni di rischio per gli operatori responsabili del suo utilizzo e per coloro che lavorano negli stessi ambienti. È, dunque, necessario informare e addestrare gli addetti al corretto utilizzo di tali macchinari attraverso un’adeguata formazione. Scopriamo cosa propone il corso carroponte, la durata e la frequenza dell’aggiornamento.

Corso carroponte: durata e programma

L’utilizzo delle attrezzature di movimento, come carroponte e gru a bandiera, richiede conoscenze, competenze e responsabilità specifiche. Motivi per i quali è indispensabile, affinché si possa operare in sicurezza e legalmente, frequentare un corso abilitante. Per accedervi è necessario aver prima frequentato i corsi di formazione generale e specifica. Per la natura del ruolo, è richiesto il possesso dei requisiti psico-fisici. Il corso carroponte prevede:

Il corso carroponte, organizzato di norma presso l’azienda che ne fa richiesta, fornisce ai lavoratori tutte le conoscenze necessarie per l’utilizzo in sicurezza delle attrezzature di sollevamento. La durata del corso carroponte non è normata e può essere di 4 o 8 ore, al termine della quali, a fronte della frequenza del 90% delle monte ore totale, viene rilasciato un attestato di frequenza. Per quanto riguarda l’aggiornamento della formazione, è opportuno prevederlo ogni cinque anni.

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Cosa dice la normativa

Per legge, come approfondito in un precedente articolo, le attrezzature di sollevamento come carroponti e gru a bandiera, sono soggette a specifici adempimenti ed è richiesta un’apposita documentazione. I lavoratori addetti all’utilizzo del carroponte devono essere formati e addestrati all’uso sicuro di tale attrezzatura. Dai DPI alla scelta dei mezzi di imbracatura e degli accessori di sollevamento come ganci funi e catene. Dalle norme di comportamento alla segnaletica di sicurezza. Il datore di lavoro deve provvedere affinché, per ogni attrezzatura di lavoro a disposizione, i lavoratori addetti ricevano una formazione e un addestramento adeguati. In tal senso, seppur in modo impreciso, si parla spesso di “patentino carroponte” per indicare l’attestato di formazione e addestramento ottenuto dai lavoratori che hanno frequentato il corso carroponte.

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Materiali isolanti come schiume poliuretaniche, ma anche plastica, vernici e pitture. È lunga la lista dei prodotti che contengono diisocianati. Come pure quella degli ambiti in cui questi composti chimici trovano applicazione. Essendo alla base della produzione di oggetti e materiali in poliuretano, infatti, i diisocianati sono utilizzati in un’ampia gamma di settori. Ed è proprio per le aziende di tali settori che, con la pubblicazione della modifica del Regolamento REACH, dal 24 agosto 2023 scatta l’obbligo di formazione sui diisocianati.

Diisocianati: cosa sono

Edilizia, automotive, ma anche industria della plastica: sono solo alcuni degli ambiti in cui i diisocianati vengono abitualmente utilizzati.
Si tratta di un ampio gruppo di composti chimici a cui, secondo la valutazione d'impatto della Commissione Europea, sarebbero esposti oltre 4 milioni di lavoratori. Numeri che impongono una riflessione. L’esposizione professionale ai diisocianati è, infatti, per gli esperti, tra le principali cause di sviluppo dell’asma in età lavorativa.
Il regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio¹ li classifica come sensibilizzanti delle vie respiratorie e della pelle di categoria 1. Una sensibilizzazione ritenuta particolarmente grave, finanche irreversibile e invalidante, specie nei processi di nebulizzazione, schiumatura o in applicazioni a caldo. In queste lavorazioni, le molecole di diisocianati possono diventare particolarmente volatili, rischiando dunque di essere inalate o assorbite dalla cute.

LEGGI ANCHE: Scenari di esposizione e valutazione del rischio chimico

Modifica del Regolamento REACH: ecco cosa cambia

Con la pubblicazione della modifica del Regolamento REACH², all'interno dell’allegato XVII è stata introdotta la Restrizione n.74 relativa all’uso e immissione sul mercato di prodotti a base di diisocianati.
Secondo quanto previsto dall’atto normativo, tutti i lavoratori che manipolano prodotti contenenti diisocianati in concentrazione superiore allo 0,1% in peso, sono tenuti a frequentare uno specifico corso di formazione. Ma non è tutto. Oltre all’obbligo di formazione sui diisocianati, con la modifica del regolamento, dal febbraio dello scorso anno, non è più possibile immettere sul mercato diisocianati intesi come costituenti di altre sostanze o in miscele per usi industriali e professionali. Questo a meno che:

Sull’imballaggio, inoltre, deve essere riportata la dicitura: “A partire dal 24 agosto 2023 l’uso industriale o professionale è consentito solo dopo aver ricevuto una formazione adeguata”.

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Obbligo formazione diisocianati: cosa sapere

Quando si impiega un prodotto chimico, oltre a sapere se sia o no pericoloso, è indispensabile conoscere l’entità del rischio a cui espone e le cautele necessarie alla sua manipolazione. Ecco perché la formazione sui diisocianati è fondamentale.
Come anticipato, entro il 24 agosto 2023, i lavoratori dipendenti, così come quelli autonomi e quelli che, pur non direttamente, sono incaricati della supervisione di tali attività, sono tenuti all’obbligo di formazione sui diisocianati. Il datore di lavoro (e il lavoratore autonomo), dal canto suo, deve garantire che gli utilizzatori industriali o professionali abbiano completato con esito positivo il corso sull’uso di questi composti.
Si tratta di corsi formativi, erogabili anche online, che prevedono un modulo di formazione generale ed eventuali moduli intermedi ed avanzati per determinati utilizzi. Una specifica formazione, dunque, che deve essere tenuta da esperti in materia di salute e sicurezza sul lavoro e che va rinnovata almeno ogni cinque anni.

NOTE

¹ Regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio
² Regolamento (UE) 2020/1149 della Commissione

L’evoluzione e la diffusione delle nuove tecnologie hanno apportato cambiamenti sensibili anche in ambito professionale. Di recente abbiamo, per esempio, parlato dell’apporto virtuoso dell’esoscheletro per lavoro. L’impatto è, però, anche in ambito formativo. Un esempio? L’e-learning si sta affermando sempre più e non solo a causa della pandemia di Covid-19. Questa modalità di insegnamento a distanza permette di seguire corsi specifici, in qualunque momento e da vari dispositivi, venendo incontro alle esigenze dei lavoratori. Non tutti i corsi di sicurezza obbligatori, però, possono essere fruiti in e-learning. Facciamo chiarezza.

Differenze tra e-learning e online

Intanto una distinzione. Spesso vengono usati come sinonimi. In realtà, formazione online e formazione e-learning non sono la stessa cosa, pur prevedendo entrambe una connessione a Internet e un’erogazione/fruizione digitale dei contenuti.

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Corsi di sicurezza elearning

La formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro elearning è regolamentata dagli Accordi Stato Regioni del 21 Dicembre 2011 che definiscono la formazione di lavoratori, preposti, dirigenti e datori di lavoro RSPP. L’Accordo Stato Regioni del 7 luglio 2016 ha ampliato il pacchetto di corsi ammessi in modalità elearning. Nell’elenco figurano oggi:

La formazione specifica in elearning per le attività a basso rischio può essere erogata anche ai lavoratori di aziende classificate a rischio medio o alto. Ciò, però, a patto che non si operi, nemmeno saltuariamente, nei reparti produttivi. Per questi, infatti, i corsi di sicurezza elearning non sono consentiti. Lo stesso vale per quei corsi che prevedono parti pratiche, come il corso antincendio e quello per addetti al primo soccorso. Per la natura stessa della materia, la presenza qui è fondamentale.

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I requisiti necessari

Per la formazione sulla sicurezza, dunque, sono possibili percorsi formativi molto diversi. Tutti, però, volti alla trasmissione di conoscenze, alla sensibilizzazione e allo sviluppo di competenze e comportamenti sicuri.
La formazione digitale non toglie nulla rispetto alla formazione in aula: non è, insomma, una formazione “minore”, né per valenza dei contenuti né per qualità della proposta. Anche perché i corsi di sicurezza elearning non s’improvvisano. L’ente di formazione, come nel nostro caso, deve essere:

Chi eroga formazione in e-learning è tenuto, inoltre, a un costante monitoraggio del processo Learning Management System (LMS) e a garantire la disponibilità di profili di competenza come il responsabile-coordinatore scientifico del corso. Il soggetto formatore, infine, è chiamato ad assicurare la disponibilità di un’interfaccia di comunicazione con l’utente: questo per garantire continue assistenza, interazione e accessibilità.

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(anche in inglese)

Non esiste sicurezza senza formazione, soprattutto quando si parla di lavoro. Prevenzione è la parola d’ordine. Il rischio d’infortuni sul lavoro non potrà mai essere portato allo zero. Tuttavia, una formazione continua e aggiornata consente di ridurre al minimo questo rischio. In tal senso, l’esperienza ci insegna che la cultura della prevenzione e, appunto, un’adeguata formazione fanno la differenza. A tal proposito, il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro afferma che il datore di lavoro deve assicurare che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente e adeguata in materia di salute e sicurezza. I corsi obbligatori di sicurezza sul lavoro offrono ai dipendenti quelle conoscenze e abilità necessarie per prevenire incidenti e infortuni. Garantiscono, inoltre, che l’azienda rispetta le leggi sulla sicurezza sul lavoro. Insomma, mai come in questo caso, obbligo fa rima con opportunità.

Formazione generale e specifica

I corsi obbligatori di sicurezza sul lavoro si dividono in due moduli. Il primo è più generico e dura 4 ore. Propone una formazione generale sulla normativa di riferimento, sui concetti di rischio, danno, prevenzione e protezione. Prevede anche approfondimenti sull’organizzazione della prevenzione aziendale e su diritti, doveri (e sanzioni) per i vari soggetti coinvolti.
Il secondo modulo è più specifico e la sua durata varia dalle 4 alle 12 ore. Questo in relazione al rischio dell’attività lavorativa (basso, medio, alto), basata sul codice ATECO¹, e sulla mansione del lavoratore. I due moduli sono fruibili in parte anche in modalità e-learning: in particolare, la formazione generale e quella specifica a rischio basso.

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I corsi obbligatori di sicurezza sul lavoro

La formazione generale e quella specifica costituiscono le fondamenta su cui poi va costruita la “casa della formazione”. Andranno, cioè, aggiunti i corsi specifici previsti da norme e accordi. È il caso, per esempio, della formazione obbligatoria per gli addetti ai lavori elettrici, per la gestione e preparazione del trasporto su strada di merci pericolose o, ancora, per chi opera in spazi confinati. Vediamo, a questo punto, quali sono i corsi sulla sicurezza obbligatori.

Primo soccorso

Come previsto dal D.Lgs 81/08, il datore di lavoro è tenuto a designare una o più figure che ricoprano il ruolo di addetti al primo soccorso. Il corso fornisce le competenze di base sulle modalità per l’attivazione del sistema di soccorso e l’attuazione delle manovre di primo soccorso. Si divide in 3 moduli, di durata e approfondimento differente in base al gruppo aziendale di appartenenza: Modulo A 16 ore, Modulo B e C 12 ore. Per tutti i livelli, l’aggiornamento deve essere fatto ogni 3 anni.

Prevenzione incendi

I corsi antincendio sono obbligatori per tutte quelle attività con almeno un dipendente o collaboratore. Il datore di lavoro deve designare uno o più lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi, lotta antincendio e gestione delle emergenze. I contenuti della formazione e la relativa durata dei corsi differiscono a seconda del livello di rischio: 4 ore per il livello 1 (rischio basso), 8 per il livello 2 (rischio medio), 16 per il livello 3 (rischio alto). Per tutti, l’aggiornamento è quinquennale, in attuazione del DM 2 settembre 2021.

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Corsi sicurezza obbligatori per RSPP e RLS

La sicurezza in azienda prende forma e viene garantita da apposite figure chiave. Due di queste sono il Responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP) e il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Anche loro, per la delicata natura del ruolo e per le importanti responsabilità, sono tenuti a una formazione obbligatoria.

Corso Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione (RSPP)

Il Responsabile del servizio prevenzione e protezione (RSPP) è colui che, attraverso le opportune conoscenze, garantisce la sicurezza sul luogo di lavoro. Questo incarico può essere ricoperto dal datore di lavoro o da una figura, interna o esterna, da lui nominata. Il corso di formazione obbligatorio ha una durata per il datore di lavoro tra le 16 e le 48 ore, in base al livello di rischio presente in azienda. Per una figura interna o esterna il corso RSPP si sviluppa nel modulo A-B-C che può essere superiore alle 100 ore. Va rinnovato ogni 5 anni.

Corso Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS)

Il Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) è la persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quel che concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro. Servono conoscenze specifiche per sviluppare e affinare quelle abilità diagnostiche decisionali e relazionali/comunicative necessarie per un’ottimale gestione del ruolo. Ecco spiegato perché il corso dura 32 ore e ha validità solo annuale.
Il RLS non vigila sull’applicazione delle misure di sicurezza: questo è, invece, il compito del Preposto, la cui formazione è resa obbligatoria dal decreto legge n. 146/2021 (decreto fiscale) coordinato con la legge di conversione n. 215/2021.

LEGGI ANCHE: RSPP, RLS, preposti: ruoli e responsabilità della sicurezza

Quando deve avvenire la formazione obbligatoria di sicurezza?

La formazione obbligatoria dei lavoratori deve essere erogata in momenti specifici. Il primo è all’inizio del rapporto di lavoro. Il nuovo dipendente deve compiere la formazione base di sicurezza sul lavoro (generale+specifica) entro i 60 giorni successivi all’assunzione. Una nuova informazione, formazione e addestramento dovranno essere eseguiti in caso di cambio mansione o reparto. Va, inoltre, prevista una formazione qualora si registri l’arrivo di nuove macchine, nuove tecnologie o nuove sostanze pericolose. La formazione obbligatoria deve sempre avvenire nel corso dell’orario lavorativo. Compito del datore di lavoro è organizzare questi corsi e garantire la partecipazione dei dipendenti.

LEGGI ANCHE: Le scadenze della sicurezza

Il corso non viene garantito? Occhio alle sanzioni

L’articolo 55 del D.Lgs 81/08 stabilisce quali sono le sanzioni in caso di mancato rispetto della normativa in merito alla formazione dei lavoratori in tema di sicurezza.

Ancora, se al RLS non viene consentito di partecipare alla formazione obbligatoria, le sanzioni prevedono l’arresto da 2 a 4 mesi oppure ammenda variabile tra i 2.740 € e i 7mila euro.

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NOTE:

¹ Per saperne di più: Classificazione delle attività economiche ATECO

Siamo agli sgoccioli. Manca sempre meno, infatti, al 4 ottobre 2022. È la data in cui è prevista l’entrata in vigore del Decreto Ministeriale del 2 settembre 2021. Come avevamo anticipato in un precedente articolo, l’atto stabilisce i criteri per la gestione dei luoghi di lavoro in esercizio e in emergenza e le caratteristiche dello specifico servizio di prevenzione e protezione antincendio. Novità in vista anche sul fronte della formazione antincendio: una materia che ci riguarda da vicino. Scopriamo insieme cosa cambia e quel che c’è da sapere sul tema.

Corsi di formazione antincendio: cosa cambia

Fare formazione in azienda, come noto, significa investire sulle persone per aumentare le competenze, del singolo e del gruppo di lavoro. Non fa eccezione la formazione antincendio, cui l’allegato III del Decreto Ministeriale del 2 settembre 2021¹ fa riferimento. Il provvedimento illustra le nuove indicazioni circa i corsi di formazione e aggiornamento per gli addetti al servizio antincendio. Vengono, inoltre, definiti tre livelli in funzione della complessità dell’attività e del livello di rischio. A seconda di tali distinzioni, ogni corso si articolerà in maniere differente.

LEGGI ANCHE: Perché la formazione antincendio è un investimento strategico 

Corsi di aggiornamento: occhio alle scadenze

Parlare di formazione antincendio ci dà l’opportunità di aprire una parentesi anche sulla questione dei corsi di aggiornamento. Il nuovo decreto, infatti, prevede l’aggiornamento almeno ogni 5 anni della formazione per gli addetti antincendio. Da questo punto di vista, coloro che hanno sostenuto l’ultimo aggiornamento prima dell’entrata in vigore del nuovo decreto dovranno completare la prossima formazione entro 5 anni. Se, invece, al 4 ottobre 2022 dovessero essere trascorsi più di 5 anni dall’ultimo corso, gli addetti antincendio dovranno aggiornare la propria formazione entro il 4 ottobre 2023. Oltre questa data sarà necessario ripetere l’intero coso antincendio. Mai come in questo caso, dunque, porre attenzione alle scadenze è fondamentale.

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Modifiche anche per docenti e formatori

Con il DM 02 settembre 2021, novità in vista anche per docenti e formatori, partendo dai requisiti di qualificazione. I professionisti dovranno, infatti, essere in possesso almeno del diploma di scuola secondaria di secondo grado. Tra gli altri requisiti:

In mancanza del diploma, i docenti con esperienza almeno quinquennale di formazione antincendio (minimo 400 ore anno) saranno ritenuti comunque idonei.

LEGGI ANCHE: Corso per addetti antincendio, scheda e informazioni pratiche

formazione antincendio

Gestione della sicurezza: le novità in vista

Si diceva che il DM 02/09/2021 prevede diversi cambiamenti. Non solo a livello di formazione antincendio, ma anche di informazione e designazione dei lavoratori e degli addetti. Nello specifico, nei primi due allegati viene approfondita la gestione della sicurezza antincendio e le misure da adottare nel normale esercizio e in emergenza. A tal proposito, una delle principali novità riguarda la stesura del piano di emergenza. È obbligatorio per:

L’obbligo riguarda anche le aziende soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco. Vale a dire quelle presenti nell’elenco dell’Allegato I al Decreto del Presidente della Repubblica 151/2011². Infine, all’interno del piano di emergenza dovranno essere indicati i nomi degli addetti alla prevenzione incendi.

Le giuste misure

Per gli ambienti di lavoro che non rientrano nei casi sopra elencati sarà necessario adottare idonee misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio. Parametri che andranno riportati nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). Infine, come già previsto dal DM 10 marzo 1998, tutte le aziende con l’obbligo di predisporre il piano di emergenza dovranno effettuare una volta l’anno un’esercitazione antincendio. Su questo fronte, il decreto specifica delle azioni aggiuntive in carico al datore di lavoro. Infatti, se il numero dei lavoratori dovesse subire un incremento significativo, o qualora vengano apportate modifiche al sistema d’esodo, si dovrà predisporre un’esercitazione extra. Inoltre, sarà necessario adottare provvedimenti nel caso in cui emergano gravi carenze durante tali esercitazioni.

NOTE

¹ Per approfondire: Allegato III, decreto 2 settembre 2021

² Decreto del presidente della Repubblica 1° agosto 2011 , n. 151

Salute e sicurezza sul lavoro a 360°, da tutti i punti di vista. È la nostra sfida quotidiana, da quasi vent’anni. Ogni giorno ci impegniamo per dare risposte puntuali alle esigenze di lavoratori e imprese, studiando, restando aggiornati, facendo gioco di squadra. Da questo punto di vista, abbiamo avviato di recente una collaborazione con Shop Sicurezza, realtà vicentina specializzata nel settore DPI e sicurezza.

Perché Shop Sicurezza: Dpi ma non solo

Come anticipato, fare squadra è fondamentale. Specie quando si parla di formazione e sicurezza sul lavoro. Discorso che vale in seno all’azienda, partecipando al “sistema sicurezza”. Ma anche tra realtà diverse ma unite da un medesimo macro obiettivo. Ovvero contribuire a migliorare:

È questa medesima visione, al di là della vicinanza geografica, ad aver posto le basi della collaborazione con Shop Sicurezza. La realtà di Zermeghedo opera da cinquant’anni in ambito antinfortunistica, Dpi e sicurezza. Produttore e rivenditore, si rivolge a vari settori: dall’industria pesante alla ristorazione. Allargando, però, lo sguardo. «L’idea – spiega Martina Pieropan di Shop Sicurezza – è offrire uno spazio specializzato per offrire un servizio a 360° per i lavoratori e le aziende. Un luogo in cui non solo trovare i migliori prodotti per la protezione individuale, personalizzati a seconda delle esigenze. Ma anche un luogo di consulenza, dove essere guidati nella scelta da professionisti esperti. E dove essere aggiornati grazie a continui corsi di formazione». In tal senso, ecco che lo showroom di Shop Sicurezza si apre ai formatori e_labo per ospitare alcuni dei nostri corsi sulla sicurezza proposti.

Lavorare in sinergia per un obiettivo comune

Primo soccorso, antincendio, ma anche corsi mirati per dirigenti, preposti, RLS e RSPP. Sono solo alcune delle proposte formative erogate in collaborazione con Shop Sicurezza. Non si tratta di un mero do ut des. «Oggi, sempre di più, le aziende chiedono un servizio a 360° – spiega Andrea Fracasso, consulente HSE e formatore qualificato di e_labo –. Per questo, avere un partner in grado di fornire ciò che noi rileviamo a livello di valutazione dei rischi è estremamente vantaggioso». Due realtà, insomma, che si muovono in sinergia, completandosi a vicenda. Si parte, infatti, dalla valutazione dei rischi per arrivare alla parte più pratica, legata all’antinfortunistica e alla segnaletica di sicurezza. «Avere a disposizione tutti i Dpi esposti è motivo d’interesse per i partecipanti ai corsi, che possono toccare con mano tutte le caratteristiche dei prodotti» evidenzia Pieropan. L’obiettivo comune è quindi quello di unire più professionalità, in modo da offrire un servizio completo al cliente.

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Una prima luce in fondo a un lungo tunnel. Dopo due anni, lo scorso 31 marzo è terminato lo stato di emergenza legato alla pandemia di Covid-19. Un primo passo verso il ritorno alla normalità, anche se permangono alcune restrizioni. Attraverso il Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022¹, il governo italiano ha tracciato i prossimi passi nel superamento dell’emergenza. E a inizio aprile sono entrate in vigore le nuove Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali², che riducono e semplificano le misure di prevenzione. Facciamo il punto delle principali novità per imprese e lavoratori, dalla formazione all’accesso in azienda fino ai protocolli anti contagio.

Fine stato emergenza: cosa cambia per i corsi di formazione

Partiamo dai corsi di formazione. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali portano una sola novità, di fatto, ma rilevante. Nel documento aggiornato, infatti, cade l’obbligo di mantenere l’elenco dei soggetti che hanno partecipato alle attività formative. Secondo le precedenti direttive, doveva essere conservato per un periodo di 14 giorni. Per il resto, vengono confermate le altre principali disposizioni. Tra queste:

Devono, inoltre, continuare a essere utilizzati, se previsti, gli ordinari dispositivi di protezione individuale associati ai rischi delle singole attività. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali sono valide fino al 31 dicembre 2022.

LEGGI ANCHE: Covid e sanificazione dei condizionatori negli ambienti di lavoro

E i protocolli di sicurezza anti contagio?

I protocolli di sicurezza anti contagio continuano a costituire il riferimento per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e produttive. Comincia con queste parole la nota di Confindustria del 18 marzo 2022, relativa al nuovo Decreto Legge. Attraverso il documento, l’organizzazione esorta a continuare ad applicare i protocolli anti contagio, ai fini dell’art. 29-bis del D.L. n. 23/2020. La sua operatività, infatti, non è legata al perdurare dello stato di emergenza. L’associazione di categoria ritiene, dunque, che l’applicazione dei protocolli anti contagio, con le dovute integrazioni, continui a garantire la piena copertura. Ciò si traduce in: controllo del Green pass, sanificazione dei locali e presenza di igienizzanti, distanziamento interpersonale e contingentamento dei locali. Inoltre, rimane consigliato il controllo della temperatura all’ingresso.

Mascherine, Green pass, obbligo vaccinale: il punto

In questi due anni di pandemia, l’utilizzo della mascherina è ormai diventato una consuetudine. In base al nuovo D.L., fino al 30 aprile permane l’obbligo di mascherine al chiuso, seguendo i protocolli anti contagio. Si specifica che nei luoghi di lavoro è sufficiente usare quella chirurgica o equivalente. Dal primo maggio, salvo nuovi decreti, l’obbligo dovrebbe decadere. Rimangono inalterati gli obblighi riguardanti la tipologia di mascherina, da utilizzare a seconda del contesto.
Sul fronte Green Pass non si registrano particolari modifiche in ambito professionale. L’unica vera novità riguarda gli over 50. Come noto, a questi ultimi, fino a fine marzo, era richiesto il cosiddetto Super Green pass per lavorare, ottenibile soltanto tramite vaccinazione. A partire dall’1 aprile, invece, il Green pass rafforzato non è più richiesto. Perdura, di contro, l’obbligo di Green pass base, ottenibile tramite tampone. In assenza, fino al 30 aprile non sarà possibile accedere al luogo di lavoro. Con una novità, anche in questo caso: infatti, chi è senza Green pass non è più considerato assente ingiustificato. Non scatta, dunque, la sospensione dello stipendio, ma resta solo la sanzione pecuniaria, da 600 a 1.500 euro. Per tutti gli over 50, inoltre, perdura fino al 15 giugno l’obbligo vaccinale. La mancata vaccinazione comporta una sanzione pecuniaria di 100 euro.

LEGGI ANCHE: Super Green pass e obbligo vaccinale: novità per le aziende

Quarantena e smart working

Un’importante novità con la fine dello stato d’emergenza riguarda la quarantena. Dall’1 aprile, infatti, valgono le stesse regole per tutti, senza distinzione tra chi è vaccinato e chi no. Chi non è vaccinato non è, quindi, obbligato a mettersi in quarantena in seguito a un contatto con un positivo. In questo caso, la procedura comporta che:

Dovrà rimanere in isolamento solamente chi ha contratto il virus. Per quanto riguarda lo smart working, nel privato vige fino al 30 giugno la possibilità di ricorrervi in regime semplificato. Lo stesso vale riguardo allo svolgimento del lavoro agile per i lavoratori fragili.

LEGGI ANCHE: Stress da pandemia: il lato nascosto del Covid

NOTE

¹ Per approfondire: Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022.

² Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali.

Novità in materia di valutazione del rischio. In particolare, sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti dall’esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni. È stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale Europea la direttiva (UE) 2022/431¹ che rimette ulteriormente mano alla 2004/37/CE. L’atto normativo modifica alcuni valori limite di diverse sostanze pericolose come piombo e nichel. Vengono, inoltre, introdotte le sostanze tossiche per la riproduzione nel campo d’applicazione della direttiva. Facciamo il punto sulle principali indicazioni e novità introdotte.

LEGGI ANCHE: Scenari di esposizione e valutazione del rischio chimico 

Focus sulle sostanze tossiche per la riproduzione

Una delle novità sta già nel titolo della direttiva (UE) 2022/431. Accanto agli agenti cancerogeni e mutageni, vengono infatti introdotte le sostanze tossiche per la riproduzione. Si tratta di composti o miscele che corrispondono ai criteri di classificazione come sostanze tossiche per la riproduzione di categoria 1A o 1B del regolamento (CE) n. 1272/2008. Questi agenti sono ritenuti responsabili di effetti nocivi sulla funzione sessuale e sulla fertilità di uomini e donne. Viene fatta una distinzione tra:

Proseguendo nell’analisi delle novità, tra gli agenti chimici sottoposti a modifica dalla nuova direttiva (UE) 2022/431 troviamo il benzene. Parallelamente, vengono aggiunte diverse sostanze tossiche per la riproduzione, ponendo, dove presente, un valore limite di esposizione. Tra queste: composti del nichel, mercurio, bisfenolo A e monossido di carbonio.

LEGGI ANCHE: Idrogeno solforoso: un nemico insidioso (ma non invincibile)

Da qui al 2024: come verrà recepita in Italia la direttiva (UE) 2022/431

La direttiva (UE) 2022/431 è in vigore dallo scorso 5 aprile. Gli Stati membri, tra cui l’Italia, hanno due anni di tempo, fino al 5 aprile 2024, per recepire l’atto normativo. Da questo punto di vista, è opportuna una considerazione. Nel panorama normativo italiano, infatti, la valutazione del rischio per lavoratori esposti a sostanze tossiche per la riproduzione ricade nel Capo I del Titolo IX del D. Lgs. 81 del 2008. Diversamente dagli agenti cancerogeni e mutageni, che ricadono nel Capo II dello stesso Titolo IX.
A oggi non è chiaro come verrà recepita la direttiva (UE) 2022/431 nel nostro Paese. Potrebbe essere accorpata interamente nel Capo II del Titolo IX, assieme alle sostanze cancerogene e mutagene, oppure rimanere nel Capo I. Per capire quale sarà l’impatto in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro è necessario, dunque, attendere il recepimento nazionale, previsto, appunto, nell’arco del prossimo biennio.

LEGGI ANCHE: Spazi confinati: valutare il rischio per prevenirlo

Cosa devono fare le aziende

In attesa di capire come verrà recepita in Italia la nuova direttiva (UE) 2022/431, il tema offre già ora lo spunto per un approfondimento. Nello specifico, circa le azioni che aziende e datori di lavoro devono mettere in pratica.
Da questo punto di vista, va sottolineato che la logica prevenzionistica per i lavoratori esposti a sostanze tossiche per la riproduzione segue quella già presente per gli agenti cancerogeni e mutageni. Le nuove condizioni previste dalla direttiva (UE) 2022/431, per quanto tecnicamente possibile, devono includere:

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Formazione, mappatura dei prodotti e SDS aggiornate

C’è dell’altro. E ci riguarda da vicino. È, infatti, necessario che i lavoratori ricevano una formazione adeguata e sufficiente. Ciò per capire se sono o possono essere esposti ad agenti cancerogeni, mutageni o tossici per la riproduzione. Al fine di fare chiarezza sull’uso e sui rischi connessi alla manipolazione di queste sostanze, è fondamentale adottare misure per aiutare dipendenti e datori di lavoro a riconoscerle.

Per valutare la gestione, consigliamo di iniziare a mappare i prodotti utilizzati in azienda. Questo al fine di individuare quelli che contengono sostanze presenti nell’allegato III della direttiva (UE) 2022/431. E attenzione alle SDS: ricordiamo, infatti, che, i nuovi limiti di esposizione devono essere riportati nelle schede di dati di sicurezza dei prodotti aziendali. Ciò in virtù del Regolamento n. 878 del 2020.

NOTE

Foto di copertina: fonte Freepik

¹ Per approfondire: Direttiva (UE) 2022/431 del Parlamento europeo e del Consiglio.

Urgente e indifferibile. L'attualità evidenzia quotidianamente la necessità di intervenire strutturalmente sul tema della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. La formazione una tantum non basta: deve essere continua e, soprattutto, mirata. I comportamenti, individuali e aziendali, fanno la differenza. È il concetto alla base della BBS: sicurezza sul lavoro che parte dall’osservazione, identificazione e miglioramento continuo dei comportamenti critici. In questo articolo scopriamo questo protocollo e come implementarlo all’interno dell’organizzazione.

BBS: sicurezza è partecipazione

Acronimo di Behavior Based Safety, BBS è un protocollo scientificamente riconosciuto. Nato nell’ambito delle scienze del comportamento, è stato elaborato dallo psicologo americano B. F. Skinner. Si tratta di un sistema che fornisce strumenti di analisi e di gestione del comportamento dei lavoratori. Non per controllare ciò che essi fanno, ma per progettare e attuare interventi efficaci a livello di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.
L’aspetto centrale è quello della partecipazione. Si tratta, cioè, di coinvolgere attivamente e in modo costante tutti i lavoratori in azioni, progetti e iniziative legate alla sicurezza aziendale. Questo per renderli consapevoli e responsabili circa l’importanza del proprio contributo alla sicurezza dell’intera organizzazione, incentivando comportamenti virtuosi. In tal modo, la sicurezza non viene, dunque, percepita come “fastidioso” obbligo. Piuttosto, come un insieme di buone prassi quotidiane che fanno bene: al singolo e all’azienda.

Leggi anche: RSPP, RLS, Preposti: ruoli e responsabilità della sicurezza

bbs sicurezza

Come funziona il metodo BBS

Potremmo dire: puntare in alto, lavorando dal basso. L’obiettivo del sistema di gestione BBS è, infatti, creare un ambiente lavorativo sicuro, riducendo l'influenza dell’errore umano, responsabile di buona parte degli incidenti sui luoghi di lavoro. Come, concretamente?

Infine c’è la “proiezione al futuro”. È il cosiddetto check act. Questo prevede la valutazione dei dati delle osservazioni, l’elaborazione di fattori di cambiamento strategico e l’adozione di soluzioni per il mantenimento dei risultati nel tempo.

Perché utilizzare il metodo BBS in azienda?

Ragionare di BBS, sicurezza che parte dai comportamenti, è sfidante e ambizioso. Si tratta, infatti, di mettere in atto una piccola grande rivoluzione culturale nell’ambito dell’organizzazione. L’azienda è chiamata a ripensare (e a volte stravolgere) processi ben radicati. Implementare la sicurezza comportamentale, però, porta con sé vari vantaggi. Tra questi:

Perché investire in formazione e partecipare al “sistema sicurezza”

In sostanza, dunque, la BBS introduce in azienda un metodo scientifico di analisi, monitoraggio e intervento. E si pone come valido sprone per la promozione della cultura della sicurezza sul lavoro ed elemento basilare nel processo di rinnovamento organizzativo delle aziende impegnate nel contrastare il fenomeno infortunistico.
Da questo punto di vista, l’unione fa la forza. Oggi più che mai bisogna investire in sicurezza e aumentare la cultura della sicurezza sul lavoro: per imprenditori e lavoratori. Tutto l’organigramma aziendale deve essere coinvolto e sentirsi parte della “sfida sicurezza”. Gli esperti evidenziano che, accanto alla formazione, le aziende devono implementare un sistema di gestione della sicurezza, coinvolgendo maggiormente i dipendenti, rendendoli partecipi del “sistema sicurezza”. E – aggiungiamo – fornendo loro un feedback per ogni segnalazione. Questo per prevenire possibili situazioni di pericolo. Nulla, insomma, deve essere dato per scontato. La nostra esperienza ci insegna che occorre agire partendo dai piccoli casi che si verificano più spesso. Analizzandoli, si riesce a far emergere situazioni anomale e pericoli, favorire l’individuazione delle possibili soluzioni, aumentare il livello di affidabilità e sicurezza.

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D.Lgs. 81/2008: è quasi una mini riforma. L’approvazione in via definitiva della conversione in legge del decreto-legge 21 ottobre 2021, n. 146¹ introduce molte e sensibili novità in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Dal nuovo ruolo del preposto all’obbligo formativo del datore di lavoro. Vediamo come cambia il Testo Unico sulla sicurezza e quali sono i principali nuovi obblighi cui le aziende sono tenute ad uniformarsi.

D.Lgs. 81/2008: una piccola rivoluzione

Si mette, dunque, nuovamente mano al Testo Unico sulla sicurezza. Del resto, il lavoro è materia viva. E tale è anche la tutela della salute e della sicurezza. Ecco spiegato perché regolarmente vi sono aggiustamenti, migliorie, implementazioni delle norme. In un precedente articolo abbiamo parlato del D.Lgs. 81/2008 aggiornato. Il nuovo intervento normativo, pubblicato in Gazzetta Ufficiale poco prima di Natale, modifica molti articoli significativi. Nello specifico, sono ben 14 gli articoli ritoccati. Le modifiche riguardano, tra l’altro, la questione formazione e addestramento e il ruolo del preposto.
Si parla anche di lavoratori autonomi occasionali². Nello specifico, in caso di attività presso l’azienda di queste figure, l’azienda committente è tenuta a darne comunicazione preventiva all’Ispettorato del lavoro. Come chiarito da una nota del ministero del Lavoro, il nuovo obbligo interessa solo i committenti che operano in qualità di imprenditori.

Consulta la nostra guida riepilogativa
sui nuovi principali adempimenti del Testo Unico sulla Sicurezza

Novità in materia di formazione e addestramento

Una delle novità di rilievo del D.Lgs. 81/2008 aggiornato riguarda la formazione. Il nuovo art. 37 comma 7 della legge di conversione n. 215 introduce l’obbligo di formazione per il datore di lavoro in materia di salute e sicurezza, con un aggiornamento periodico. Entro il 30 Giugno 2022 tocca all’Accordo Stato-Regioni definire durata e contenuti minimi della formazione obbligatoria.
Per quanto riguarda l’addestramento dei lavoratori, è obbligatorio tracciare gli interventi effettuati in un apposito registro di addestramento, anche informatizzato. L’addestramento deve essere effettuato da personale esperto e sul luogo di lavoro e deve comprendere:

Le attività di formazione e l’aggiornamento periodico del preposto devono essere svolte interamente in presenza. Vanno, inoltre, ripetute con cadenza almeno biennale e comunque ogni qualvolta sia reso necessario in ragione dell’evoluzione o dell'insorgenza di nuovi rischi.

Come cambia il ruolo del preposto

Per quanto riguarda il ruolo del preposto, sono parecchie le novità introdotte. In primis, vige l’obbligo per il datore di lavoro di individuare il preposto o i preposti e provvedere alla loro formazione. Per lavori svolti in appalto o subappalto, i datori di lavoro appaltatori o subappaltatori devono indicare espressamente al datore di lavoro committente il personale che svolge la funzione di preposto.

Entrano in vigore, poi, nuovi obblighi per il preposto. Nel dettaglio, l’Art. 19, comma 1 del TUS prevede che:

Mettiamo a disposizione il modello di individuazione e incarico del preposto e l’informativa sui nuovi compiti del preposto.

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NOTE

¹ Per approfondire: decreto-legge 21 ottobre 2021, n. 146 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 21 ottobre 2021, n. 252, coordinato con la legge di conversione 17 dicembre 2021, n. 215 

² S’intendono i lavoratori inquadrabili nella definizione contenuta all’art. 2222 codice civile. Cioè chi si obbliga a compiere, dietro un corrispettivo un'opera o un servizio, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione nei confronti del committente.

Cosa accomuna una carrozzeria e un’azienda chimica? O l’attività metallurgica e  lo stoccaggio di cereali? Il rischio esplosione. Si tratta di un tema di grande rilievo sul fronte della sicurezza sul lavoro. Spesso, tuttavia, c’è confusione tra i termini incendio ed esplosione. Facciamo, dunque, chiarezza, approfondendo gli obblighi del datore di lavoro in questo campo e analizzando come fare una corretta valutazione del rischio esplosione.

Differenze tra incendio ed esplosione

Iniziamo dal chiarire le differenze che sussistono tra incendio ed esplosione. Il termine incendio indica un fenomeno di combustione non controllata che si svolge in uno spazio non appositamente destinato a contenerla. La combustione dipende dal cosiddetto “triangolo del fuoco”. Si tratta della combinazione di tre elementi: materiale combustibile, comburente (normalmente l’ossigeno presente nell’aria) e innesco.

Per esplosione, invece, s’intende una liberazione di energia rapida e localizzata. Questa consiste nella decomposizione esotermica di alcune sostanze (definite esplosive), generalmente in seguito ad accensione. O nella rapida espansione di un gas compresso, accompagnata da effetti acustici, termici, e meccanici.

Gli obblighi del datore di lavoro

L’articolo 289 del D.Lgs. 81/2008 affronta la questione degli obblighi del datore di lavoro per prevenire il rischio esplosione. Si afferma che il datore di lavoro adotta le misure tecniche e organizzative adeguate alla natura dell’attività. Ciò ai fini della prevenzione e della protezione contro le esplosioni, sulla base della valutazione dei rischi e dei principi generali di tutela. In particolare, il datore di lavoro deve prevenire la formazione di atmosfere esplosive¹. Tuttavia, se la natura dell’attività non consente di farlo, occorre:

La valutazione del rischio esplosione

Oltre agli obblighi del datore di lavoro, il D.Lgs. 81/08 tratta anche della valutazione del rischio esplosione. L’art. 290 chiarisce che il datore di lavoro valuta i rischi specifici derivanti da atmosfere esplosive. Ciò tenendo conto almeno della probabilità e della durata della presenza di atmosfere esplosive. Deve, inoltre, valutare la probabilità che le fonti di accensione, comprese le scariche elettrostatiche, siano presenti e diventino attive ed efficaci. Il datore di lavoro deve tenere a mente, inoltre, le caratteristiche dell’impianto, le sostanze utilizzate, i processi e le loro possibili interazioni. Un altro parametro da non dimenticare è l’entità degli effetti prevedibili. Nella valutazione del rischio esplosione vanno considerati anche i luoghi che sono o che possono essere in collegamento, tramite aperture, con quelli in cui possono formarsi atmosfere esplosive.

Documento sulla protezione contro le esplosioni

Documento sulla protezione contro le esplosioni

Tra i compiti del datore di lavoro, per quanto riguarda il rischio esplosione, c’è anche l’elaborazione e l’aggiornamento del Documento sulla protezione contro le esplosioni. Il DPCE deve precisare, tra l’altro, che:

Il Documento sulla protezione contro le esplosioni è parte integrante del documento di valutazione dei rischi (DVR). Deve essere compilato prima dell’inizio dell’attività. E bisogna aggiornarlo qualora luoghi di lavoro, attrezzature o l’organizzazione del lavoro subiscano modifiche, ampliamenti o trasformazioni rilevanti.

Leggi anche: Manutenzione in azienda: strumenti per la sicurezza sul lavoro

Le direttive ATEX: riferimento normativo

La sicurezza nei luoghi di lavoro con pericolo di esplosione è regolamentata, a livello europeo, da due direttive comunemente denominate ATEX. L’acronimo sta per Atmosphères Explosibles. Si tratta del riferimento normativo per la valutazione del rischio esplosione.

La classificazione dei prodotti e delle aree

Sul fronte della classificazione dei prodotti², vengono individuati due macro gruppi (I e II) con varie sottocategorie. Nella classificazione delle aree con rischio esplosione, invece, per quanto riguarda la presenza di gas, si divide in zona:

Per la classificazione delle aree, si fa riferimento a criteri come la quantità e la posizione delle sorgenti di emissione dei gas e la disponibilità della ventilazione. Anche nella classificazione delle zone con polveri combustibili vengono individuate tre aree (Zona 20, Zona 21, Zona 22) sulla base di criteri analoghi.

Leggi anche: Spazi confinati: valutare il rischio per prevenirlo

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NOTE

¹ Per “atmosfera esplosiva” s’intende una miscela con l’aria, a condizioni atmosferiche, di sostanze infiammabili allo stato di gas, vapori, nebbie o polveri in cui, dopo accensione, la combustione si propaga nell’insieme della miscela incombusta (D.Lgs. 81/08, art. 288).

² Per approfondire: direttiva 2014/34/UE.

Ormai ci conosci. Siamo nati quasi 20 anni fa come laboratorio di analisi. Nel tempo siamo cresciuti, implementando anche servizi per la sicurezza in azienda. Oggi siamo un centro di formazione specializzato e interlocutore diretto per tutti gli aspetti legati alla sicurezza al lavoro e alle pratiche specifiche e integrate tra sicurezza e rispetto dell’ambiente. Migliorare il tuo lavoro è il nostro mestiere: è il nostro slogan, ma, soprattutto, la principale sfida quotidiana. Seguiamo con attenzione l’evoluzione delle normative in materia. Arricchiamo e perfezioniamo i servizi offerti. Questo per dare risposte sempre puntuali alle esigenze di lavoratori e imprese. In questo senso, abbiamo avviato di recente una collaborazione con Process Factory. 

Process Factory: trasformare per crescere (anche nella sostenibilità)

Process Factory è un service provider italiano che supporta le aziende nella trasformazione dei modelli di business in modelli di business sostenibile. Come? Intervenendo su processi, persone e strumenti per il miglioramento continuo delle performance.
Process Factory è contributor, primo service e trainer provider accreditato ZDHC in Italia per il Chemical Management. Quest’ultimo è uno dei sei pilastri di 4sustainability®, il sistema e il marchio che certifica le performance di sostenibilità della filiera del fashion & luxury. 

Da quest’anno, noi di e_labo abbiamo deciso di supportare l’iniziativa 4S CHEM, che mira all’eliminazione delle sostanze chimiche tossiche e nocive dai cicli produttivi in linea con la MRSL ZDHC.

I webinar ZDCH

Si tratta di un’opportunità in più, da approfondire per poi valutarne l’implementazione. Approfittando anche dei corsi di formazione. A tal proposito, vi segnaliamo i webinar ZDHC sulla gestione delle sostanze chimiche erogati dalla stessa Process Factory.

Per partecipare ai vari corsi, occorre:

Per eventuali necessità di approfondimento e chiarimento,
puoi scrivere a training@processfactory.it

Il 6 aprile è stato sottoscritto il Protocollo di aggiornamento delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus SARS-CoV-2 negli ambienti di lavoro. Il documento rivede le misure dei protocolli sottoscritti nel marzo e aprile 2020. Tiene conto, inoltre, dei vari provvedimenti adottati dal Governo e di quanto emanato dal Ministero della Salute. Vediamo insieme le principali novità del protocollo di contenimento del Covid-19. Con un focus sulle attività di formazione in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Il nuovo protocollo di contenimento del Covid-19

Mascherine in ogni ambiente di lavoro a prescindere dal distanziamento e nuovo impulso allo svolgimento della formazione anche a distanza. Il nuovo protocollo di contenimento del Covid-19 si muove tra conferme e novità. Da un lato si ribadiscono indicazioni contenute nelle precedenti versioni. Permane, per esempio, l’obbligo di controllo della temperatura corporea all’interno dei locali tramite termoscanner.
Sul fronte delle novità, invece, emerge che:

Covid-19 e formazione: cosa cambia

Dicevamo di novità anche in materia di formazione introdotte dall’aggiornamento del protocollo di contenimento del Covid-19. Approfondiamole:

  1. formazione in azienda esclusivamente per i dipendenti dell’azienda stessa;
  2. formazione interaziendale svolta in locali diversi da quelli delle aziende dei lavoratori interessati;
  3. corsi di formazione in materia di Protezione Civile;
  4. corsi di formazione individuali o che necessitano di attività di laboratorio.

Capitolo scadenza degli aggiornamenti. Viene eliminata la previsione in base alla quale il mancato completamento dell’aggiornamento professionale in materia di salute e sicurezza sul lavoro non avrebbe comportato l’impossibilità a continuare lo svolgimento dello specifico ruolo/funzione. Il consiglio è di recuperare quanto prima la formazione scaduta nell’arco temporale della pandemia. Questo per evitare l’insorgenza di eventuali dubbi interpretativi e di sanare le posizioni ad oggi in sospeso.

Novità sulle trasferte

Il protocollo di contenimento del Covid-19 affronta, tra le altre, anche la questione delle trasferte in Italia e all’estero. Queste, precedentemente sospese o annullate, possono essere riattivate. Ciò previa valutazione con il medico competente e il RSPP. E tenendo conto del contesto in cui si trovano le diverse tipologie di aziende e dell’andamento epidemiologico delle sedi di destinazione.

A tal proposito, una circolare del Ministero della Salute chiarisce la fattispecie delle trasferte internazionali. Fino al 30 aprile saranno valide le misure già adottate con l’Ordinanza del 30 marzo scorso per gli ingressi dai Paesi in elenco C dell’Allegato 20 del DPCM del 2 marzo scorso.

Sempre fino a fine aprile, sono vietati l’ingresso e il transito in Italia alle persone che nei 14 giorni antecedenti abbiano soggiornato o siano transitate dal Brasile.

Per quanto riguarda Austria, Regno Unito, Irlanda del Nord e Israele, si applica la disciplina prevista per gli Stati e i territori di cui al già citato elenco C integrata dalle disposizioni di cui all’ordinanza del Ministro della salute 30 marzo 2021.

Trasferte brevi per motivi di lavoro

In  caso  di  soggiorno  o  transito  nei  14  giorni antecedenti all'ingresso in Italia in uno o più Stati e territori di cui al succitato elenco C dell’allegato 20, gli ingressi/rientri sono subordinati al rispetto delle seguenti condizioni: 

Permane l’obbligo di autodichiarazione e di comunicare il proprio ingresso nel Paese al Dipartimento di Prevenzione dell’ASL competente. Così come sono confermate le fattispecie di esonero da tali obblighi previste all’art. 51 comma 7 del DPCM del 2 marzo. Tra queste vi sono anche le trasferte brevi per motivi di lavoro di durata non superiore alle 120 ore.

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Foto di: Freepik

Quando è scoppiata la pandemia di Coronavirus, in molti non lo conoscevano. Ora è salito alla ribalta. Di cosa parliamo? Di smart work e sicurezza sul lavoro. In questo post, vedremo: 

Smart work: gli italiani dicono sì

Lo smart work (anche chiamato lavoro agile) non è una tipologia contrattuale, bensì una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato in cui mancano vincoli orari o spaziali. Per operare in smart work, si usano strumenti che consentono di lavorare da remoto, come computer, tablet e smartphone. Come abbiamo visto in un post precedente, lo smart work viene definito nella Legge n. 81/2017 ed è organizzato per fasi, cicli e obiettivi che vengono accordati tra datore di lavoro e dipendente. 

Secondo un recente sondaggio l’80% degli italiani che lavora da casa giudica positivamente questa modalità e il 37% sarebbe disposto a rinunciare a parte del proprio stipendio pur di continuare a lavorare con modalità smart work. Tuttavia, è da tenere in considerazione che un italiano su tre ha problemi per l’accesso alla rete o non ha disponibilità di computer e apparecchi tecnologici.

Smart work e telelavoro

Molto spesso, i termini smart work e telelavoro vengono usati erroneamente come sinonimi. In realtà, infatti, queste sono due modalità di lavoro distinte. Le differenze tra le due, sono soprattutto per quanto riguarda orario e luogo di lavoro. 

Questa distinzione è importante, perché nel caso di telelavoro (ma non in caso di smart working, dato il carattere di flessibilità di questa modalità) l’azienda è tenuta a fornire al lavoratore una postazione ergonomica in cui svolgere l’attività. Nel caso di smart working, invece, particolare attenzione deve essere posta al “diritto alla disconnessione” del lavoratore.

Smart work e sicurezza: cosa deve fare il datore di lavoro

Secondo l'articolo 22 del d.lgs. n. 81/2017, il datore di lavoro deve garantire la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità smart working. Deve, tra le altre cose, consegnare al lavoratore (ed eventualmente al Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. 

Verifiche e sorveglianza

Il datore di lavoro, teoricamente, sarebbe tenuto anche per i lavoratori in smart work a verificare tramite sopralluogo la corretta attuazione della normativa in materia di salute e sicurezza. Tuttavia in pratica ciò non è sempre possibile. Qualora la prestazione sia svolta prevalentemente presso il domicilio del lavoratore infatti, la verifica è subordinata al preavviso e al consenso dello stesso. Se necessario i lavoratori devono anche essere sottoposti a sorveglianza sanitaria (p. es. in relazione ai rischi connessi all’uso continuativo di videoterminale).

Tutela contro infortuni

In materia di smart work e sicurezza, l'articolo 23 del suddetto d.lgs., riconosce al lavoratore il diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dipendenti da rischi connessi alla prestazione lavorativa resa all’esterno dei locali aziendali.  Prevede inoltre la tutela INAIL per infortuni e malattie professionali (secondo le modalità illustrate nella Circolare n. 48/2017) e anche per infortuni in itinere. In quest’ultimo caso, tuttavia, la copertura è limitata agli spostamenti dettati da esigenze connesse alla prestazione stessa o dalla necessità del lavoratore di conciliare le esigenze di vita con quelle lavorative e risponda a criteri di ragionevolezza.

Smart work e formazione obbligatoria

Anche i lavoratori in smart working sono sottoposti agli obblighi formativi come tutti gli altri lavoratori. Oltre alla formazione generale, in base alla mansione svolta, il datore di lavoro dovrà considerare anche corsi relativi ai rischi specifici connessi al lavoro agile. Per esempio: la scelta del luogo di lavoro, l’allestimento della postazione, l’uso degli strumenti tecnologici. Ricordiamo che molti corsi di formazione possono essere erogati a distanza: una modalità particolarmente utile in caso di lavoro agile. I corsi in videoconferenza, in ogni caso, dovranno essere privilegiati per tutti i lavoratori (salvo impossibilità oggettive) fino alla fine dell’emergenza sanitaria.

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Obblighi del lavoratore

Il lavoratore, dal canto suo, ha l’obbligo di cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi a un ambiente diverso dal luogo di lavoro. Deve, inoltre, evitare luoghi, ambienti, situazioni e circostanze che possano rappresentare un pericolo per se stessi o per terzi.

Informativa Inail sullo smart work

L’INAIL ha rilasciato un’informativa sulla salute e sicurezza nel lavoro agile ai sensi dell’articolo 22, comma 1, L. 81/2017 (scaricabile al seguente link) così strutturata:

Alla fine dell’informativa, è riportata una tabella riepilogativa in cui si indica in quali dei diversi scenari lavorativi dovranno trovare applicazione le informazioni contenute nei diversi capitoli.

Rischi specifici dello smart work

La modalità di lavoro agile, oltre ai rischi generici connessi al tipo di mansione (relativi ad esempio l’uso di videoterminali o alla postura di lavoro), presenta anche dei rischi specifici. Ecco alcuni esempi che dovrebbero essere tenuti in considerazione dal datore di lavoro in materia di smart work e sicurezza. Ad esempio può valutare la possibilità di un aggiornamento del DVR e la creazione di piani formativi ad hoc:

Smart work e Decreto Rilancio

Con lo scoppio della pandemia di Coronavirus, per far fronte a tale emergenza, il Governo ha emanato il 1° marzo 2020 il Decreto Rilancio che interviene anche sulle modalità di accesso allo smart working. Stabilisce che i datori di lavoro potranno applicare la modalità di smart work a ogni rapporto di lavoro subordinato fino alla cessazione dello stato di emergenza e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2020. È stata anche introdotta una nuova procedura semplificata per la comunicazione dei dati dei lavoratori in lavoro agile.

I lavoratori con almeno un figlio a carico che abbia meno di 14 anni avranno diritto al lavoro agile a condizione che: 

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