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Bias cognitivi e sicurezza: quando un lavoratore esperto rischia più di uno nuovo

I bias cognitivi, per la sicurezza sul lavoro, rappresentano un rischio silenzioso: queste "scorciatoie cognitive” influenzano il modo in cui i lavoratori percepiscono la realtà, valutano i pericoli e prendono decisioni, spesso in modo rapido e inconsapevole. 
Questo problema non riguarda solo neoassunti, ma anche chi collabora da anni con l’azienda, in quanto una risorsa preziosa come l’esperienza può paradossalmente tramutarsi in fattore di rischio portando a sentirsi troppo sicuri, a sottovalutare i pericoli, ad adottare routine pericolose o ad affidarsi al “si è sempre fatto così”.
È proprio in questo spazio, tra competenze e automatismi comportamentali, che agiscono i bias cognitivi. Ne abbiamo parlato con Francesca Viperli, docente in ambito sicurezza per e_labo e consulente di risorse umane e organizzazione, che sottolinea quanto sia importante riconoscere questi automatismi per costruire una cultura della sicurezza più consapevole.

Bias cognitivi e sicurezza sul lavoro

I bias cognitivi possono essere descritti come scorciatoie mentali che aiutano le persone a prendere decisioni rapidamente, riducendo il carico cognitivo essenziale per interpretare ogni situazione. Sono automatismi molto frequenti, ma il problema nasce quando agiscono in contesti in cui sarebbe invece necessario fermarsi, osservare, valutare e applicare procedure precise. È il caso della sicurezza sul lavoro.
«Si tratta di meccanismi inconsci che la mente adotta per prendere decisioni nella vita di tutti i giorni – spiega la dottoressa Viperli –. In ambito sicurezza diventano pericolosi perché possono portare alla sottovalutazione dei rischi che si stanno affrontando nella propria mansione».
Un lavoratore impegnato in una manutenzione ordinaria, ad esempio, potrebbe pensare che quell’attività sia sicura solo perché l’ha già svolta molte volte senza conseguenze. Questo può portarlo a non seguire una procedura, a non usare correttamente un dispositivo di protezione o ad agire in modo istintivo.

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Il rischio del “si è sempre fatto così” e dell’effetto abitudine

Uno dei bias più diffusi nei contesti lavorativi è legato all’esperienza. Chi svolge la stessa mansione da molti anni può sviluppare un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità e nelle proprie abitudini operative. La frase “si è sempre fatto così”, molto comune in tanti contesti lavorativi, può diventare un ostacolo alla prevenzione. Non perché l’esperienza non abbia valore, ma perché può portare a ignorare il cambiamento delle condizioni di lavoro, l’evoluzione delle procedure o la presenza di nuovi rischi. Si tratta di un problema che coinvolge non solo la sicurezza del personale, ma anche l’organizzazione aziendale.
«Prendiamo l’esempio di una figura senior con una grande esperienza che da anni si occupa di una determinata attività – continua Francesca Viperli –. Per velocizzare il lavoro sarà portato ad affidarsi alla sua esperienza professionale. Così facendo si perde però l’ottica del miglioramento continuo, che porta a interrogarsi su come posso svolgere diversamente una mansione, magari in modo migliore».

Bias di conformità: quando il gruppo influenza la percezione del rischio

Tra i bias più frequenti nei luoghi di lavoro c’è il bias di conformità, che si verifica quando una persona tende ad adeguarsi ai comportamenti del gruppo, anche se questi ultimi non sono corretti. Se in un reparto molti colleghi non indossano un DPI, ad esempio, anche chi sa che quel dispositivo andrebbe utilizzato può essere portato a non farlo, per non distinguersi dagli altri o per aderire all’abitudine collettiva. Questo meccanismo dimostra quanto la cultura della sicurezza sia determinante. La prevenzione, infatti, non dipende solo dalle regole scritte, ma anche dai comportamenti quotidiani che, seppur a rischio, vengono tollerati, imitati o considerati normali. 
Questo fenomeno può favorire la normalizzazione della devianza, ovvero il processo attraverso cui comportamenti non conformi alle procedure vengono progressivamente percepiti come accettabili perché ripetuti nel tempo senza conseguenze immediate. Le violazioni abituali delle regole di sicurezza rischiano così di trasformarsi in prassi operative consolidate, aumentando la probabilità di incidente o errore umano. 

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Bias di ancoraggio e bias di conferma

Un altro meccanismo frequente è il bias di ancoraggio. In questo caso la persona resta legata a un primo vissuto, utilizzandolo come riferimento assoluto anche quando le condizioni cambiano.
Se la prima esperienza o impressione con una procedura o con una mansione è stata negativa, quel ricordo può influenzare il modo in cui il lavoratore valuterà situazioni successive. Al contrario, se un’attività è stata percepita inizialmente come sicura, si può essere portati a sottovalutarne i rischi futuri.
Diverso, ma altrettanto rilevante, è il bias di conferma. In questo caso si tende a cercare e valorizzare solo le informazioni che confermano una convinzione già esistente.
«Se nella mia carriera ho sempre percepito un macchinario come sicuro, tenderò a vedere solo i segnali che confermano quell’idea e a ignorare quelli che mi indicano un possibile allarme», spiega la dottoressa Viperli. Il rischio maggiore è che la persona non valuti più la situazione in modo oggettivo, ma la interpreti attraverso una convinzione preesistente, sottostimando gli indicatori di pericolo. 

Formazione esperienziale e consapevolezza

Per ridurre l’impatto dei bias cognitivi sulla sicurezza, la formazione resta uno strumento fondamentale. Non basta però una preparazione solo teorica o limitata all’adempimento normativo. Serve un approccio esperienziale, capace di coinvolgere le persone e aiutarle a riconoscere concretamente i propri automatismi. Secondo Francesca Viperli, è importante lavorare sulla consapevolezza: le persone devono comprendere che nessuno è immune dai bias e che riconoscerli non significa essere meno competenti, ma diventare più attenti: «Più aiuto le persone a rendersi consapevoli di questi bias inconsci, più le persone iniziano a porsi domande che vanno al di là della quotidianità». Esercitazioni, analisi di casi, problem solving e riflessione sugli errori possono aiutare i lavoratori a individuare le distorsioni più comuni e a riconoscerle quando si manifestano nelle attività quotidiane.

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Procedure, audit e cultura organizzativa

La formazione, da sola, non basta. Anche l’organizzazione del lavoro deve essere progettata per ridurre il rischio di decisioni improvvisate o comportamenti automatici non sicuri.
Le aziende possono intervenire attraverso procedure standardizzate, controlli incrociati e audit. Ma anche in questo caso è fondamentale il modo in cui questi strumenti vengono utilizzati.
«Non conta solo scrivere procedure standardizzate, perché su carta possono funzionare benissimo – osserva la dottoressa Viperli –. Servono audit e controlli incrociati per verificare se vengono davvero seguite».
L’audit, però, non dovrebbe essere percepito solo come controllo punitivo. Dovrebbe diventare uno strumento di cultura organizzativa, capace di coinvolgere le persone e far comprendere il senso delle procedure. L’obiettivo non è colpevolizzare, ma prevenire. Non punire l’errore, ma trasformarlo in occasione di apprendimento. 

Comunicazione e consapevolezza: la sicurezza passa anche dalle parole

In ultima analisi, parlare di bias cognitivi e sicurezza sul lavoro significa ampliare lo sguardo. Procedure, DPI e formazione tecnica restano strumenti indispensabili, ma devono essere affiancati da una maggiore attenzione ai comportamenti, alle abitudini e ai processi decisionali. In questo contesto, la comunicazione interna assume un ruolo fondamentale: in organizzazioni in cui le persone si sentono libere di segnalare pericoli, errori o comportamenti a rischio senza timore di giudizi o conseguenze negative, i rischi possono essere intercettati e gestiti prima che si trasformino in problemi. «Se alimento in azienda una cultura della comunicazione dove ogni persona può sentirsi libera di segnalare un pericolo o portare a galla un errore senza paura, allora la comunicazione diventa uno strumento di prevenzione», afferma Francesca Viperli. Riconoscere i bias cognitivi non elimina il rischio, ma aiuta ad affrontarlo con maggiore consapevolezza, trasformando formazione, comunicazione e miglioramento continuo in elementi centrali della cultura della sicurezza.

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DOMANDE FREQUENTI SU BIAS COGNITIVI E SICUREZZA SUL LAVORO

Perché l'esperienza può aumentare il rischio di infortuni?

L'esperienza genera automatismi che riducono l'attenzione ai potenziali pericoli. I lavoratori esperti tendono a sottovalutare i rischi che hanno affrontato molte volte senza conseguenze. Questo fenomeno chiamato normalizzazione della devianza porta ad abbassare le difese proprio quando ci si sente più sicuri.

Quali sono i bias cognitivi più pericolosi per la sicurezza?

L'overconfidence porta a sopravvalutare le proprie capacità di gestire situazioni rischiose. L'effetto abitudine fa percepire come normali comportamenti che in realtà sono pericolosi. Il bias di conferma ci fa notare solo le informazioni che confermano le nostre convinzioni ignorando i segnali di pericolo.

Come contrastare i bias cognitivi nella formazione?

La formazione tradizionale non è sufficiente perché i bias operano a livello inconscio. Servono approcci comportamentali come la Behavior Based Safety (BBS),  che promuove la prevenzione attraverso l'analisi dei comportamenti sul luogo di lavoro. Grazie alle osservazioni comportamentali, ai feedback di sicurezza e alle attività di safety behavior e di near miss analysis, è possibile individuare i comportamenti a rischio, valorizzare quelli sicuri e ridurre il numero di incidenti e mancati infortuni. L'obiettivo è sviluppare una cultura della sicurezza partecipativa e orientata al miglioramento continuo.

In che modo la psicologia influenza la sicurezza sul lavoro?

La psicologia della sicurezza sul lavoro studia come processi mentali, emozioni e abitudini influenzino i comportamenti dei lavoratori. Fenomeni come l'attenzione selettiva, l'overconfidence nella sicurezza, le distorsioni cognitive e le euristiche decisionali possono alterare la percezione del rischio. Anche l'illusione di controllo e l'ottimismo irrealistico possono portare a sottovalutare i pericoli e ad adottare comportamenti non sicuri. Comprendere questi meccanismi aiuta le organizzazioni a sviluppare strategie di prevenzione più efficaci e una solida cultura della sicurezza. 

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