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Una prima luce in fondo a un lungo tunnel. Dopo due anni, lo scorso 31 marzo è terminato lo stato di emergenza legato alla pandemia di Covid-19. Un primo passo verso il ritorno alla normalità, anche se permangono alcune restrizioni. Attraverso il Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022¹, il governo italiano ha tracciato i prossimi passi nel superamento dell’emergenza. E a inizio aprile sono entrate in vigore le nuove Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali², che riducono e semplificano le misure di prevenzione. Facciamo il punto delle principali novità per imprese e lavoratori, dalla formazione all’accesso in azienda fino ai protocolli anti contagio.

Fine stato emergenza: cosa cambia per i corsi di formazione

Partiamo dai corsi di formazione. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali portano una sola novità, di fatto, ma rilevante. Nel documento aggiornato, infatti, cade l’obbligo di mantenere l’elenco dei soggetti che hanno partecipato alle attività formative. Secondo le precedenti direttive, doveva essere conservato per un periodo di 14 giorni. Per il resto, vengono confermate le altre principali disposizioni. Tra queste:

Devono, inoltre, continuare a essere utilizzati, se previsti, gli ordinari dispositivi di protezione individuale associati ai rischi delle singole attività. Le Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali sono valide fino al 31 dicembre 2022.

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E i protocolli di sicurezza anti contagio?

I protocolli di sicurezza anti contagio continuano a costituire il riferimento per lo svolgimento in sicurezza delle attività economiche e produttive. Comincia con queste parole la nota di Confindustria del 18 marzo 2022, relativa al nuovo Decreto Legge. Attraverso il documento, l’organizzazione esorta a continuare ad applicare i protocolli anti contagio, ai fini dell’art. 29-bis del D.L. n. 23/2020. La sua operatività, infatti, non è legata al perdurare dello stato di emergenza. L’associazione di categoria ritiene, dunque, che l’applicazione dei protocolli anti contagio, con le dovute integrazioni, continui a garantire la piena copertura. Ciò si traduce in: controllo del Green pass, sanificazione dei locali e presenza di igienizzanti, distanziamento interpersonale e contingentamento dei locali. Inoltre, rimane consigliato il controllo della temperatura all’ingresso.

Mascherine, Green pass, obbligo vaccinale: il punto

In questi due anni di pandemia, l’utilizzo della mascherina è ormai diventato una consuetudine. In base al nuovo D.L., fino al 30 aprile permane l’obbligo di mascherine al chiuso, seguendo i protocolli anti contagio. Si specifica che nei luoghi di lavoro è sufficiente usare quella chirurgica o equivalente. Dal primo maggio, salvo nuovi decreti, l’obbligo dovrebbe decadere. Rimangono inalterati gli obblighi riguardanti la tipologia di mascherina, da utilizzare a seconda del contesto.
Sul fronte Green Pass non si registrano particolari modifiche in ambito professionale. L’unica vera novità riguarda gli over 50. Come noto, a questi ultimi, fino a fine marzo, era richiesto il cosiddetto Super Green pass per lavorare, ottenibile soltanto tramite vaccinazione. A partire dall’1 aprile, invece, il Green pass rafforzato non è più richiesto. Perdura, di contro, l’obbligo di Green pass base, ottenibile tramite tampone. In assenza, fino al 30 aprile non sarà possibile accedere al luogo di lavoro. Con una novità, anche in questo caso: infatti, chi è senza Green pass non è più considerato assente ingiustificato. Non scatta, dunque, la sospensione dello stipendio, ma resta solo la sanzione pecuniaria, da 600 a 1.500 euro. Per tutti gli over 50, inoltre, perdura fino al 15 giugno l’obbligo vaccinale. La mancata vaccinazione comporta una sanzione pecuniaria di 100 euro.

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Quarantena e smart working

Un’importante novità con la fine dello stato d’emergenza riguarda la quarantena. Dall’1 aprile, infatti, valgono le stesse regole per tutti, senza distinzione tra chi è vaccinato e chi no. Chi non è vaccinato non è, quindi, obbligato a mettersi in quarantena in seguito a un contatto con un positivo. In questo caso, la procedura comporta che:

Dovrà rimanere in isolamento solamente chi ha contratto il virus. Per quanto riguarda lo smart working, nel privato vige fino al 30 giugno la possibilità di ricorrervi in regime semplificato. Lo stesso vale riguardo allo svolgimento del lavoro agile per i lavoratori fragili.

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NOTE

¹ Per approfondire: Decreto Legge n.24 del 24 marzo 2022.

² Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali.

Varianti e cambiamenti. Come noto, Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge 1/2022. L’atto normativo introduce nuove misure urgenti per fronteggiare l’emergenza Covid-19. In particolare nei luoghi di lavoro (dove debutta l’obbligo vaccinale per gli over 50) e nelle scuole. Obiettivo: “rallentare” la curva di crescita dei contagi dovuta alla variante Omicron e proteggere le categorie maggiormente esposte e a più alto rischio di ospedalizzazione. Vediamo le principali novità che riguardano le aziende.

Obbligo vaccinale per gli over 50

Dal 15 febbraio 2022 i lavoratori pubblici e privati che hanno compiuto i 50 anni sono tenuti a esibire il Green pass rafforzato. Ricordiamo che dall’8 gennaio 2022 è in vigore l’obbligo vaccinale per gli over 50. Il cosiddetto Super Green pass si ottiene con il vaccino o con la guarigione dal Covid-19. Chi non lo farà:

È vietato l’accesso ai luoghi di lavoro senza certificato che attesti vaccino o guarigione. Chi non rispetta il divieto subirà una sanzione amministrativa tra 600 e 1.500 euro. Tutte le imprese, senza eccezione sul numero complessivo di dipendenti, potranno sostituire i lavoratori sospesi perché sprovvisti di certificazione verde. La sostituzione rimane di 10 giorni (rinnovabili fino al 31 marzo 2022). Come sottolineato in un precedente articolo, il controllo delle certificazioni può essere effettuato dal personale aziendale, scaricando e usando l’app gratuita VerificaC19.

Leggi anche: Consulenza protocollo Covid-19 per imprese

Come cambia la quarantena

Non solo l’obbligo vaccinale sul lavoro per gli over 50: vi sono novità anche sul fronte della quarantena. Come chiarito dal ministero della Salute, in caso di contatti stretti ad alto rischio:

Per quanto riguarda, invece, i contatti a basso rischio¹, non è necessaria la quarantena, qualora abbiano indossato sempre mascherine chirurgiche o FFP2. In caso contrario, dovranno sottostare a sorveglianza passiva². Vanno, comunque, sempre mantenute le comuni precauzioni igienico-sanitarie.

LEGGI ANCHE: Vaccino Covid e privacy nei luoghi di lavoro

Vaccinati ma contagiati? Diminuisce il periodo di isolamento

Accanto al tema dell’obbligo vaccinale sul lavoro e del Super Green pass, per lavoratori e datori di lavoro si pone anche un’altra questione. Quella dell’isolamento per coloro che risultano positivi nonostante la dose booster o il completamento del ciclo vaccinale da meno di 120 giorni. Cosa fare, in questo caso? L’isolamento può essere ridotto da 10 a 7 giorni, purché i soggetti siano sempre stati asintomatici oppure tali risultino da almeno 3 giorni. Il tutto a condizione che, al termine di tale periodo, risulti eseguito un test molecolare o antigenico con risultato negativo.

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NOTE

¹ Tra questi: una persona che ha avuto un contatto diretto con un caso Covid-19 a una distanza inferiore ai 2 metri e per meno di 15 minuti. O una persona che si è trovata in un ambiente chiuso, come una sala riunioni, per meno di un quarto d’ora. Fonte: Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie.

² La sorveglianza passiva è un monitoraggio delle proprie condizioni di salute da effettuarsi nei giorni successivi alla data di esposizione a basso rischio con un caso Covid-19 accertato. Al presentarsi di sintomi anche lievi è opportuno avvisare il proprio medico.

Una figura emergente nella moderna gestione ambientale e una risorsa importante in ambito aziendale. L’HSE manager si ritaglia un ruolo significativo nell’organigramma di un’impresa. Del resto, il tema della prevenzione in fatto di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è centrale. E la pandemia di Covid-19 ha reso da un lato più complesso, dall’altro più stimolante e sfidante l’approccio alla materia. Ecco perché avere in squadra un HSE manager non è uno sfizio, ma un’opportunità. 

HSE manager: chi è e cosa fa

HSE sta per Health, Safety & Environment. L’HSE manager è responsabile di aspetti vitali all’ecosistema aziendale. Come suggerisce il nome, opera per supportare il conseguimento degli obiettivi stabiliti in materia di salute, sicurezza e tutela dell’ambiente nei luoghi di lavoro. Questa figura professionale unisce conoscenze tecniche e competenze trasversali per muoversi in diversi ambiti. Con lo scopo di raggiungere la maggior efficienza per l’organizzazione. In particolare, l’HSE manager è la figura di riferimento per:

Di fatto, l’HSE manager è un connettore. Partecipa, infatti, alla valutazione ex ante dell’impatto in materia HSE delle scelte di business effettuate dai vertici aziendali. Contribuisce a identificare ruoli, compiti e responsabilità organizzative in ambito HSE. Coordina, inoltre, le attività di valutazione dell’applicabilità dei requisiti e della successiva diffusione all’interno dell’organizzazione. E, ancora, analizza i fabbisogni formativi, pianifica i corsi e ne valuta regolarmente l’efficacia.

Differenze tra HSE manager e RSPP

Può sorgere, a questo punto, un dubbio: che differenza c’è tra RSPP e HSE manager? Entrambe, infatti, sono figure che si occupano di salute, sicurezza e di gestione degli aspetti ambientali. In effetti, tra i due profili esistono analogie tali che spesso è facile confonderli. Talora, poi, le due figure coincidono. Sintetizzando, però, possiamo dire che:

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La formazione è necessaria

Fino a poco tempo fa, per il ruolo di HSE manager, non era richiesta una formazione specifica. Spesso questa figura era, di fatto, un’estensione delle competenze del RSPP.
Le cose sono cambiate nel 2018, quando è entrata in vigore la UNI 11720:2018 sulle attività non regolamentate, con riferimento specifico in ambito HSE. La norma ha stabilito i requisiti di conoscenza, abilità e competenza che gli HSE manager devono avere. Le capacità, sono state definite in conformità a quanto previsto dall’European Qualification Framework (EQF). È il quadro europeo di riferimento che permette il confronto tra i sistemi di qualificazione dei diversi Paesi.
La qualifica può essere raggiunta, di fatto, partendo da qualsiasi titolo di studio posseduto. In funzione del titolo posseduto, tuttavia, viene quantificato il numero di anni di esperienza che concorre al raggiungimento della qualifica. Vincolante è la frequenza di specifici corsi di formazione, con attestazione finale, della durata minima di 400 ore. 

Manager strategico vs manager operativo 

La norma UNI delinea due profili professionali di HSE manager: uno strategico, uno operativo. Questi divergono in funzione del tipo di supporto fornito all’organizzazione. Conosciamoli meglio.

L’HSE manager è, insomma, una figura che guarda costantemente al futuro, ma calata nel presente dell’azienda. Un professionista che non smette mai di imparare, perché deve dare risposte sempre puntuali alle sfide aziendali. Non è un caso che sia previsto un aggiornamento continuo e documentato ogni triennio (minimo 72 ore) per assicurare il mantenimento delle competenze richieste.

Nuove regole sul fronte Green pass. Come noto, dal 1° settembre la Certificazione verde Covid-19 digitale è diventata obbligatoria anche per salire a bordo di aerei, treni e traghetti. Obbligo di Green pass anche per il personale scolastico e per accedere alle università. Restano valide le misure in vigore dal 6 agosto scorso in virtù del Decreto legge 22 luglio 2021. Queste prevedono, tra l’altro, l’obbligo di Green pass in zona bianca per accedere ai servizi di ristorazione per il consumo al tavolo, al chiuso. Qui entra in gioco la questione mense aziendali, che tanto ha fatto e fa discutere. Polemiche a parte, approfondiamo il tema, anche sul fronte (non secondario) del trattamento dei dati personali.

Mense e Green pass: come funziona 

Il Green pass per l’accesso a mense/refettori è obbligatorio se è presente un servizio di ristorazione con somministrazione di alimenti. Con personale, quindi, che prepara i piatti e li consegna ai dipendenti oppure in caso di consegna dei pasti in casse termiche. Pasti che vengono poi consumati al tavolo in mensa o in locali adibiti allo scopo.

Viceversa, il Green pass non serve per consumare pasti portati da casa (la famosa schiscetta) e consumati in locali aziendali adibiti. In questo caso si tratta, infatti, di refettori e non di mense aziendali. Consigliamo di seguire le indicazioni derivanti dalle intese tra associazioni di categoria e SPISAL, il Servizio prevenzione igiene sicurezza ambienti di lavoro:

Queste indicazioni non escludono il rispetto del Protocollo Covid del 6/04/2021, che prevede distanziamento, obbligo di mascherine, aerazione corretta, eccetera.

Quando non serve il Green pass

Per consumare in azienda la propria schiscetta, dunque, non serve il Green pass. La certificazione non è obbligatoria neppure se il consumo dei pasti portati da casa avviene in solitario e in locali appositi. Prevedendo, comunque, turni di una persona per volta e sanificando gli arredi, le attrezzature utilizzate e arieggiando opportunamente il locale. 

Niente obbligo di certificazione anche per la pausa caffè. Questa, anche effettuata in un locale apposito, non è, infatti, da intendersi come un servizio di ristorazione con somministrazione. La consumazione deve avvenire, comunque, in piedi, in un tempo breve e con l’obbligo di mantenere il distanziamento. 

Leggi anche: Alimentazione e lavoro: come promuovere salute e produttività

Chi si occupa del controllo dei Green pass?

Il controllo dei Green pass può essere effettuato da personale aziendale, scaricando e usando l’app gratuita del ministero della Salute VerificaC19. L’applicazione consente di verificare l’autenticità e la validità delle certificazioni senza necessità di collegamento Internet. L’app non memorizza informazioni personali sul dispositivo.

Il controllo delle certificazioni può essere svolto potenzialmente da tutti i lavoratori in azienda, soci/titolari o dipendenti. Tuttavia, solo i lavoratori nominati in maniera formale dal datore di lavoro possono procedere con i controlli¹. In base al DPCM 17 giugno 2021, la nomina è obbligatoria e l’incarico deve essere preventivo rispetto all’inizio delle attività di verifica. La nomina deve essere corredata delle informazioni necessarie per la corretta gestione dell’ingresso degli utenti nel rispetto delle disposizioni vigenti. La consegna di tale informativa può essere accompagnata da formazione pratica. In occasione della nomina dei lavoratori incaricati alla verifica dei Green pass, poi, va aggiornata la policy privacy aziendale.

Green pass, delega per i controlli

Abbiamo visto, quindi, che tutti i lavoratori in azienda, sulla carta, possono occuparsi dei controlli sul fronte Green pass. Serve, però, una delega formale per gli addetti alla verifica. Questa deve:

Bisogna, poi, predisporre procedure di gestione di eventuali contestazioni da parte degli utenti che non vogliono esibire il Green pass. Obiettivo: prevenire possibili proteste, definendo e formando chi dovrà gestire tali situazioni in azienda. Il lavoratore, ancora, deve essere edotto in relazione al divieto di raccolta dei dati: copia cartacea dei pass, compilazione di registri con dati personali degli utenti, eccetera.

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Forniamo la delega* per la verifica del Green pass
e il cartello da apporre all’ingresso dei locali interessati.

* La delega è corredata di un registro di controllo. Ciò facilita le verifiche, rendendole necessarie solo la prima volta, con l’indicazione della scadenza del Green pass.

Green pass e trattamento dei dati personali

Capitolo privacy e trattamento dei dati personali. Il comma 5 dell’art. 13 del DPCM 17 giugno 2021 informa che il controllo del Green pass non costituisce trattamento del dato ai fini privacy. Ciononostante, se il lavoratore delegato non viene istruito in merito alla corretta gestione dei controlli, potrebbe incorrere in comportamenti errati. Per esempio, la richiesta di copia del pass cartaceo o della certificazione medica di esenzione dal certificato. In questo caso, il titolare del trattamento si troverebbe, di fatto, a trattare un dato senza il supporto di idonea base giuridica, come previsto dall’art. 6 del Regolamento Europeo 2016/679.
Ecco perché il lavoratore delegato deve ricevere idonea formazione, al pari di un incaricato al trattamento del dato. Questo per non incorrere in comportamenti illeciti. Il datore di lavoro, in analogia alle disposizioni previste in materia di formazione degli incaricati al trattamento, dovrà:

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito ufficiale della Certificazione verde Covid-19 e leggere le indicazioni del Garante Privacy.

NOTE

¹ L’art. 13, comma 3, del DPCM 17 giugno 2021 infatti precisa che “i soggetti delegati […] sono incaricati con atto formale recante le necessarie istruzioni sull'esercizio dell'attività di verifica”.

² Nonostante il Regolamento Europeo 2016/679 non preveda indicazioni specifiche per le modalità di informazione, il titolare del trattamento deve essere in grado – in caso di controllo ‒ di dimostrare le attività svolte.

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Torniamo a occuparci di Covid-19. Questa volta per parlare di una conseguenza del virus forse meno evidente delle altre. Si stanno, infatti, moltiplicando i casi di stress da pandemia.  E a risentirne può essere anche la sfera professionale. Diventa, quindi, importante per i lavoratori e per i datori di lavoro saper riconoscere i segnali di questa sindrome per gestirla al meglio. 

Stress da pandemia: che cos’è?

Tra i nuovi termini che il Covid-19 ha aggiunto al nostro vocabolario c’è “coronaphobia”. Si tratta di un’eccessiva risposta innescata dalla paura di contrarre il virus, ma anche dall’incertezza a livello personale e lavorativo. Si manifesta a livello psicologico con ansia, disturbi del sonno, fino allo stress post-traumatico nei casi più gravi.

C’è, poi, la pandemic fatigue (stanchezza pandemica). È un mix di demotivazione e fatica nel seguire i comportamenti protettivi necessari per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Come evidenzia l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è “una risposta prevedibile e naturale a uno stato di crisi prolungata della salute pubblica”. La gravità e la dimensione della pandemia hanno richiesto misure invasive. Queste hanno avuto un impatto senza precedenti nel quotidiano della collettività. Compreso chi non è stato direttamente toccato dal virus.
Si deve fare in conti con un panorama diverso dal recente passato. E l’ “ambientamento” non sempre è facile. L’Agenzia italiana del farmaco segnala, per esempio, un aumento del ricorso a farmaci ansiolitici (+12% nel 2020), anche a causa della pandemia. 

Conseguenze (e opportunità) sul lavoro

Poiché non siamo fatti a compartimenti stagni, se c’è un malessere nel privato, questo finisce inevitabilmente per ripercuotersi anche sulla sfera professionale. Aumentando, per esempio, le assenze e creando possibili criticità sul fronte della sicurezza.
C’è, tuttavia, anche il rovescio della medaglia. Il posto di lavoro, infatti, anche in tempi di Covid-19, è un luogo naturale di aggregazione. E i gruppi di lavoro possono influenzare positivamente i comportamenti dei singoli. Inoltre, si possono sviluppare spontanee azioni di contenimento dei disagi individuali da cui possono derivare rabbia e frustrazione.
Il contributo imprenditoriale, in questo senso, è essenziale: non solo dal punto di vista di rispetto delle norme, come quelle sul fronte della privacy. Anche come guida e sostegno emotivo e culturale. Si tratta, in primo luogo, di riconoscere lo stress da pandemia e di adottare le opportune misure per prevenirlo e contrastarlo. Fondamentale, da questo punto di vista, è il coinvolgimento attivo dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), oltre che dei lavoratori stessi. Anche di quelli che lavorano da casa, come vediamo più sotto.

Cosa fare in azienda

Vediamo ora alcune importanti azioni da intraprendere in azienda per prevenire e gestire al meglio situazioni di stress da pandemia stress sul luogo di lavoro:

È opportuno, infine, non dimenticare di fare esercizio fisico. Studi, infatti, dimostrano che i benefici e gli effetti terapeutici sui sintomi depressivi e ansiosi sono notevoli.

Home working: quando lo stress “gioca in casa”

Per ridurre lo stress da pandemia è bene, dunque, promuovere una politica del benessere psicologico. Vale per chi lavora in azienda, vale per chi lo fa da casa. Il ricorso all’home working e allo smart working è sensibilmente aumentato dall’avvento del SARS-CoV-2. Accanto a indubbi benefici e varie opportunità, vi sono anche alcuni svantaggi o, perlomeno, criticità da monitorare. Lavorando da casa, lo stress lavoro-correlato può aumentare.

Stress lavoro-correlato: servono nuove linee guida?

Il maggior ricorso all’home working ha cambiato molto lo scenario lavorativo nell’ultimo anno. E il lavoro da remoto, secondo le previsioni, rimarrà (almeno parzialmente) anche a pandemia finita. In questa nuova cornice, per alcuni, sarebbe necessario ripensare il modo di valutare i rischi sul luogo di lavoro. In particolare quelli legato allo stress lavoro-correlato. E rivedere le Linee Metodologiche dell’INAIL in materia, “aggiungendo” le fattispecie imposte dal Covid-19.

Riprendendo quanto accennato nel paragrafo precedente, andrebbero di certo considerati alcuni potenziali fattori di stress legati all’home working. Si parla, per esempio, di “Zoom fatigue”, ovvero la stanchezza da videoconferenze. Le riunioni virtuali sono aumentate, di numero e di durata, e spesso si passa dall’una all’altra senza soluzione di continuità. Varie ricerche dimostrano che le serie continue di meeting riducono la capacità di concentrazione e possono rappresentare una fonte di stress. 

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Con l’avvio anche in Italia della campagna vaccinale contro il virus SARS-CoV2 è nell’interesse delle aziende capire le implicazioni tra vaccino Covid e privacy dei lavoratori. Il datore di lavoro può, in determinate circostanze, ottenere informazioni riguardo la vaccinazione del personale da utilizzare per regolare l’accesso ai luoghi di lavoro e per lo svolgimento di determinate mansioni? In questo articolo risponderemo a questa ed altre domande relative alla gestione dei dati personali attraverso le indicazioni sull’argomento fornite dal Garante per la privacy.

Vaccino Covid e privacy: il punto del Garante

I dati vaccinali sono dati di natura sensibile attenendo allo stato sanitario dei soggetti. Come evidenziato dal Garante, il datore di lavoro non può chiedere ai dipendenti informazioni riguardo il loro stato vaccinale, né documenti comprovanti l’avvenuta vaccinazione anti Covid-19. Il divieto resta anche in presenza di consenso espresso, ai sensi degli artt. 7 e 9 e del Considerando 43 del Regolamento generale sulla protezione dei dati.
Secondo il d. lgs. n. 81/2008 (Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro) solo il medico competente può trattare i dati sanitari dei lavoratori nell’ambito della sorveglianza sanitaria. Tra questi, nel caso, vi possono essere informazioni sulla vaccinazione contro il virus SARS-CoV2. Il medico competente può fornire al datore di lavoro i soli giudizi di idoneità relativi ai lavoratori e le relative prescrizioni e/o limitazioni.

Misure speciali di protezione

Sulla questione vaccino Covid e privacy si resta in attesa di un intervento del legislatore nazionale. Questi dovrà valutare se, nel quadro della situazione epidemiologica in atto e sulla base delle evidenze scientifiche, la vaccinazione anti Covid-19 sia requisito per lo svolgimento di determinate professioni, attività lavorative e mansioni.
Al momento, nei casi di esposizione diretta ad “agenti biologici” durante il lavoro che comporta livelli di rischio elevati per i lavoratori, trovano applicazione le “misure speciali di protezione” previste dall’art. 279 nell’ambito del Titolo X del D. Lgs. n. 81/2008, da attuarsi sempre su parere del medico competente. Tra queste figurano:

Covid-19 e trattamento dei dati

Non c’è solo la questione relativa al vaccino Covid e privacy. Parlando di trattamento di dati nel contesto lavorativo in questa fase di convivenza con la pandemia, va ricordato che:

Vaccino Covid e privacy

I casi previsti dalla norma

Come detto, i dati personali relativi alle specifiche patologie di cui sono affetti i lavoratori possano essere trattati solo dal personale sanitario qualificato. Tuttavia, in alcuni casi (ad esempio quando informato dal dipendente interessato o dalle autorità sanitarie), il datore di lavoro può venire a conoscenza dell’identità del dipendente che è o è stato affetto da Covid-19. Analogamente può venire a conoscenza dell’avvenuta negativizzazione del tampone oro/nasofaringeo per riammettere sul luogo di lavoro dipendenti già risultati positivi al Covid-19.
In sintesi, il datore di lavoro può trattare i dati relativi ai sintomi o alla positività al Covid-19 del lavoratore solo nei casi normativamente previsti. Ovvero per finalità di salute e sicurezza dei luoghi di lavoro o per adempiere agli obblighi di collaborazione con gli operatori di sanità pubblica.

Rilevazione della temperatura corporea

Anche la rilevazione della temperatura corporea, quando associata all’identità del soggetto interessato, costituisce una forma di trattamento di dati personali. Quando si tratta di ammettere dipendenti, visitatori, clienti e fornitori agli ambienti lavorativi, è necessario rilevare la loro temperatura corporea con un termoscanner. Per questioni di privacy, non è ammessa la registrazione del dato rilevato. Tuttavia, qualora sia necessario documentare le ragioni che hanno impedito l’accesso al luogo di lavoro, è consentita la registrazione della sola circostanza del superamento della soglia di temperatura stabilita dalla legge, ovvero 37,5°.

Siamo a disposizione per offrirvi tutta la consulenza necessaria dal punto di vista della tutela dei dati e della privacy anche in relazione all’attuale emergenza sanitaria. Per qualsiasi informazione, contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Vaccino Covid e privacy: cosa succede all’estero?

Abbiamo visto all’inizio come affrontare la questione vaccino Covid e privacy in Italia alla luce delle normative attualmente vigenti. A titolo informativo vediamo cosa prevede invece la norma negli altri Paesi.


FRANCIAGERMANIARUSSIAREGNO UNITOUSA
L’azienda può imporre l’obbligo di vaccinazione?No, il datore di lavoro non può imporre il vaccinoNo, in quanto non obbligatorio per legge e interferisce con il diritto del singolo all’integrità fisicaSe previsto da norme regionali (come in effetti avviene)No, ma potrebbe farlo se dimostra che è la soluzione praticabile più ragionevole per ridurre il rischioSì, se la non vaccinazione costituisce un pericolo diretto per gli altri lavoratori
L'azienda può imporre l’obbligo di test anti Covid?Solo su base volontaria Sì, per proteggere la salute dei dipendenti. Chi non accetta può essere lasciato a casa senza stipendio o licenziatoSe previsto da norme regionali (come in effetti avviene)Può incoraggiare a farlo, ma non può insistere nel farsi comunicare il risultatoSì, la normativa consente di effettuare test medici correlati alle necessità dell’attività da svolgere
Si può chiedere ai dipendenti se sono vaccinati?NoIn linea generale no, ma in determinate situazioni può essere la legge a richiedere che l’azienda verifichi se il dipendente è vaccinatoSolo su consenso del lavoratore o nei casi previsti dalle normePuò chiedere, ma essi non sono obbligati a rispondereNon ci sono indicazioni specifiche
È previsto il licenziamento in caso di mancata vaccinazione?No, finché il vaccino non sarà obbligatorio per leggeSi può sospendere e poi licenziare il dipendente, se questi non può essere impiegato utilmente No. Può essere sospeso il lavoratore che non si è vaccinato seppur obbligato a farlo per leggeNo, ma in alcuni settori si potrebbero prevedere sanzioni disciplinariSì, se non può essere impiegato in altro modo

Fonte: Ius Laboris 

Ogni sostanza chimica pericolosa, secondo il regolamento europeo sulle sostanze chimiche, deve essere accompagnato da una Scheda di Dati di Sicurezza (SDS) e dai relativi Scenari di Esposizione.

Gli scenari d’esposizione descrivono le condizioni operative e le misure di prevenzione adeguati al controllo dei rischi per la salute umana e l’ambiente connessi all’utilizzo della sostanza lungo tutta la filiera dal produttore al consumatore.

Gli utilizzatori a valle sono le aziende o le persone che utilizzano una sostanza chimica nelle loro attività industriali o professionali. Essi devono sempre verificare che l’uso che fanno di una sostanza sia coerente con la SDS e gli scenari di esposizione e aggiornare di conseguenza la valutazione del rischio chimico. (Anche alla luce dei cambiamenti normativi in materia introdotti da gennaio 2021).

In questo articolo approfondiamo il tema degli scenari di esposizioni e le azioni da intraprendere nel caso, sempre possibile, di utilizzo non previsto.

Scenari di esposizione e SDS

Nella fase di registrazione di una sostanza chimica, il produttore è tenuto a elaborare le relative Schede dati di Sicurezza. Nella stessa fase, per le sostanze registrate in quantità superiori a 10 t all'anno e con determinate proprietà pericolose, il produttore è tenuto a elaborare anche gli Scenari di Esposizione (SE). 

Come la SDS, anche gli SE devono seguire la sostanza per tutto il suo ciclo di vita (formulazione, uso industriale e professionale, uso da parte dei consumatori). Se le schede dati di sicurezza contengono tutte le informazioni relative alle proprietà di una sostanza (comprese le etichette di pericolo), gli scenari di esposizione:

Foto: freepik

La struttura di uno scenario di esposizione

Uno scenario di esposizione, secondo l’ECHA (European Chemicals Agency), è così strutturato:

Sezione 1: Titolo

Sezione 2: Scenari contributivi (Contributing scenarios)

Sezione 3: Valutazione dell’esposizione

Sezione 4 Informazioni per utilizzatori a valle

Gli obblighi degli utilizzatori a valle

Gli utilizzatori a valle sono tenuti ad applicare le misure descritte negli scenari di esposizione delle sostanze che stanno utilizzando. Nel caso non abbiano ricevuto gli SE per sostanze pericolose l’utilizzatore è tenuto a contattare il fornitore.

Non appena ricevuti gli scenari di esposizione è necessario verificare che l’uso che ne intende fare sia contemplato. In caso contrario, cioè se l’uso non è contemplato ci sono diverse possibilità:

Rivedere la valutazione del rischio

Nota bene: l’uso conforme agli scenari di esposizione, anche previo aggiornamento degli stessi nelle modalità previste dal regolamento europeo REACH, è necessario per poter utilizzare la sostanza a norma di legge. Tuttavia la conformità agli SE non esula dagli adempimenti previsti dalla normativa nazionale in materia di rischio chimico. Pertanto, una volta ricevuti e verificati SDS e SE risulta necessario anche aggiornare di conseguenza il Documento di Valutazione del Rischio chimico aziendale ai sensi dell’ art. 223 Tit. IX D.Lgs. 81/2008. Questo anche alla luce 

Quando va informata l’ECHA

L’utilizzatore a valle di una sostanza è tenuto a informare l’ECHA nel caso in cui l’uso di una sostanza non rientri nell’ambito di uno scenario d’esposizione ricevuto e: 

L’utilizzatore è tenuto ad informare l’ECHA entro 6 mesi dal giorno in cui ha ricevuto la Scheda dati di sicurezza. Il termine per attuare le misure comunicate nello scenario d’esposizione, oppure intraprendere azioni alternative, è invece di 12 mesi.

DU CSR: fasi preliminari

Preparare una relazione sulla sicurezza chimica degli utilizzatori a valle può essere più o meno complesso a seconda della situazione. Tuttavia è sempre opportuno richiedere l’intervento di un professionista in materia di ambiente, salute e sicurezza. Gli approcci principali per condurre una relazione sulla sicurezza chimica dell’utilizzatore a valle sono sintetizzati nella seguente tabella:

Come si prepara una DU CSR

La relazione sulla sicurezza chimica dell’utilizzatore a valle (DU CSR) viene preparata per documentare la valutazione delle condizioni d’uso sicuro di una sostanza. 

Per preparare una relazione sulla sicurezza chimica dell’utilizzatore a valle, sono previste diverse fasi

  1. raccogliere informazioni e identificare gli usi che si intendono fare della sostanza in questione
  2. stimare l’esposizione per le effettive condizioni d’uso e controllare che sia inferiore al valore limite per l’ambiente o la salute umana
  3. documentare la DU CSR. 
  4. comunicare le informazioni all’ECHA.

Siamo a disposizione per assistere le aziende in tutti gli adempimenti legati ai regolamenti REACH, CLP e D.Lgs 81/08, compresa l’analisi degli scenari di esposizione e l’aggiornamento della valutazione del rischio chimico. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Tra i molti ambiti che hanno subito gli effetti della pandemia da una parte e delle numerose modifiche normative introdotte per tutelare la salute pubblica e contrastare la diffusione del virus dall’altra, va inserito sicuramente quello della formazione professionale. Non esclusa, naturalmente, quella  in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

In questo campo si sono susseguiti numerosi provvedimenti, tanto da creare una certa confusione. Uno dei dubbi più frequenti fra i datori di lavoro riguarda gli attestati di sicurezza scaduti nel 2020: sono ancora validi? E per quanto riguarda gli aggiornamenti? In questo post cerchiamo di fare chiarezza.

Cosa dice la normativa

La legge di conversione 27 novembre 2020 n. 159 (all’articolo 3 bis: Proroga degli effetti di atti amministrativi in scadenza) stabilisce che si intendono validi tutti i certificati, attestati, permessi, concessioni, autorizzazioni e atti abilitativi comunque denominati scaduti tra il 1° agosto 2020 e la data di entrata in vigore della legge stessa (5 dicembre 2020) e non rinnovati. Questo provvedimento riguarda anche gli attestati di sicurezza scaduti nel 2020?

Attestati di sicurezza scaduti nel 2020

In relazione a quanto indicato dalla lettura coordinata del decreto legge 125/2020, della legge di conversione 159/2020 e del decreto legge 18/2020, tutti gli attestati relativi ai corsi di formazione in scadenza durante il periodo di emergenza conservano la loro validità fino ai novanta giorni successivi alla cessazione dello stato di emergenza dovuto alla pandemia di Covid-19. 

Il Consiglio dei ministri si è riunito il 13 gennaio e ha deliberato una nuova proroga dello stato d’emergenza, che durerà fino al 30 aprile 2021. Pertanto, gli attestati di sicurezza scaduti nel 2020 conservano la loro validità fino al 29 luglio 2021. È tuttavia necessario fare alcuni importanti distinguo.

Formazione e aggiornamento

Nella sezione relativa alle domande frequenti relative al Covid-19 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha introdotto una distinzione tra formazione e aggiornamento. Infatti, viene qui specificato che la proroga della validità degli attestati di sicurezza scaduti nel 2020 è valida solo nel secondo caso, quello dell’aggiornamento.

Corsi di primo soccorso

Un discorso specifico meritano i corsi di primo soccorso. Il Ministero della Salute ha sottolineato infatti che i soccorritori aziendali rappresentano un presidio essenziale di tutela nei luoghi di lavoro, anche nell'attuale situazione di emergenza. 

Questo vale in particolare per l’addestramento BLSD (Basic Life Support and Defibrillation), dato che, come riporta la circolare 499/2021: "Le malattie cardiovascolari  responsabili del 35% di tutti i decessi nel nostro paese e rappresentano la principale causa di morte". 

Permane, pertanto, l'obbligo di frequenza ai corsi di primo soccorso e relativi aggiornamenti, che continueranno ad essere erogati in presenza nel rispetto delle misure anti contagio. Scopri i nostri prossimi corsi sul nostro calendario online.

Per informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano in provincia di Vicenza.

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Il preposto è una figura chiave nell'ambito di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. E come tale ha ruoli e responsabilità ben definite. Una figura diventata ancor più centrale durante l’attuale pandemia di Covid 19 che ha aumentato la necessità di controllo circa il rispetto dei protocolli aziendali anti contagio. In questo articolo vedremo insieme chi è il preposto, quali sono i suoi compiti e le sue specifiche responsabilità, nonché le responsabilità del datore di lavoro nei suoi confronti, a partire da un’adeguata formazione.

Chi è il preposto

Secondo l’ordinamento italiano, il preposto è colui che sovrintende all’attività lavorativa e garantisce l’attuazione delle direttive ricevute dal datore di lavoro, esercitando un potere di iniziativa funzionale a tale ruolo. È responsabile giuridicamente in caso di incidente causato da una prassi scorretta di cui egli era a conoscenza e che egli avrebbe dovuto impedire. I compiti dei preposti sono definiti dall'art. 19 del Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (TUSL):

Preposti di fatto e di diritto

Ma concretamente chi è il preposto? Si tratta sempre, fondamentalmente, di una figura responsabile di sovrintendere gli altri lavoratori: un “capo”, o comunque una figura con un’autorità riconosciuta nel suo contesto di lavoro. Il preposto può essere investito ufficialmente, tramite apposita lettera d’incarico. In questo caso si parla di preposto “di diritto”. Tuttavia qualsiasi lavoratore che, in concreto, assolve lo stesso ruolo è considerato per legge un preposto “di fatto”

Attenzione al principio dell’effettività

La nomina di un preposto può portare a una condivisione della responsabilità di controllo in capo al datore di lavoro. È importante notare, tuttavia, che non basta la nomina formale da parte del datore di lavoro per fare un preposto. Secondo il principio dell’effettività, il preposto “di diritto” deve essere anche effettivamente messo nelle condizioni di poter svolgere le sue mansioni.
D’altra parte, un sovrintendente, anche senza nomina formale, è considerato a tutti gli effetti un preposto ed è soggetto alle responsabilità (e alle sanzioni) previste per legge. Per questi motivi è importante che chi è preposto - di fatto o di diritto - sia cosciente delle sue mansioni e soprattutto che abbia gli strumenti per svolgerle, a partire da una adeguata formazione.

Scopri i nostri corsi per preposti fruibili anche in modalità e-learning (blended: parte 1 in e-learning parte due in VDC o presenza, proprio perché specifica sui rischi di settore). Siamo a disposizione anche per consulenze sulle specifiche per analizzare e definire l’attività dei preposti entro uno specifico contesto aziendale. Per maggiori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano in provincia di Vicenza.

Formazione del preposto

Fin’ora abbiamo visto insieme chi è il preposto e quali sono i compiti che deve svolgere. Ma quali sono le responsabilità del datore di lavoro nei suoi confronti? Innanzitutto il datore di lavoro è responsabile di vigilare sull'operato dei preposti. Egli inoltre, secondo l’articolo 37 del TUSL, deve  assicurare al preposto un'adeguata e specifica formazione e un aggiornamento periodico in materia di salute e sicurezza sul lavoro, i cui contenuti devono comprendere:

Un corso di formazione preposti dura 8 ore, di cui 4 su temi giuridico comuni a tutti e 4 specifiche per i rischi di settore. Gli aggiornamenti (6 ore) vanno svolti ogni 5 anni e sostituiscono l’aggiornamento della formazione specifica. Da notare che un preposto di fatto, anche se non formato, risponde comunque in prima persona per inadempienza delle responsabilità previste dalla norma. Ricevere un’adeguata formazione, quindi, è anche nel suo stesso interesse. 

Sanzioni a carico del preposto

Il preposto può andare incontro a due tipi di sanzioni secondo l’articolo 56 del TUSL.

In caso di morte, lesioni personali, o malattia professionale l’autorità giudiziaria apre d’ufficio un’istruttoria di tipo penale a carico dei soggetti sospettati di inadempienza, tra cui ci può essere anche il preposto.

Tra gli ambiti che hanno dovuto rispondere più in fretta alla pandemia di Coronavirus a livello globale c’è sicuramente quello della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. La possibilità di proseguire le attività lavorative minimizzando i rischi per la salute, in effetti, è stata ovunque uno degli obiettivi primari di istituzioni sanitarie e aziende. 

La necessità di definire linee guida univoche, per la protezione di tutti i tipi di lavoratori di qualsiasi organizzazione e in tutto il mondo, ha portato l’International organization for standardization (ISO) alla produzione di un documento dedicato specificamente alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro durante la pandemia: ISO/PAS 45005:2020. 

A cosa serve la ISO Covid-19

La nuova ISO “Covid-19” non fornisce indicazioni su come implementare specifici protocolli di controllo del contagio in ambito clinico o sanitario. È stata pensata, invece, come una guida per i responsabili della sicurezza aziendale per sviluppare o migliorare i propri sistemi di gestione della sicurezza, coadiuvati dai propri consulenti.

Servono circa tre anni, in genere, per sviluppare, produrre e stabilizzare e divulgare un nuovo documento ISO.  In questo caso, invece, è stata sviluppata in soli tre mesi grazie al lavoro congiunto di esperti del settore provenienti da 26 paesi che hanno condiviso le migliori prassi introdotte a livello pubblico e privato.

I contenuti della nuova ISO Covid-19

La norma 45005:2020 dal titolo “Linee guida generali per il lavoro sicuro durante la pandemia COVID-19” è, come abbiamo detto, una ISO “PAS”, cioè “public available specification”: una specifica pubblicamente accessibile e liberamente consultabile. Il testo originale in lingua inglese si può scaricare a questo link.

Di seguito riportiamo una sintesi dei contenuti della ISO “Covid-19”. Molti di essi sono già presenti nel “Protocollo condiviso”, che rappresenta il punto di riferimento italiano in materia,  approvato ad aprile 2020. Tuttavia i molti cambiamenti normativi introdotti da allora possono rendere necessario un aggiornamento delle procedure aziendali.

Siamo a disposizione per supportarvi:

Pianificazione e valutazione dei rischi

Per capire i rischi specifici per i lavoratori e per le altre persone che possono essere influenzate dalle sue attività (ad esempio visitatori, clienti, gli utenti del servizio, il pubblico in generale), l’azienda dovrebbe prendere in considerazione:

In specifici casi, questa analisi deve essere formalizzata attraverso un aggiornamento del Documento di valutazione del rischio (DVR).

Casi sospetti o confermati di Covid-19

Il datore di lavoro dovrebbe stabilire e comunicare processi per gestire casi sospetti e confermati di Covid-19.

Per limitare una possibile introduzione di Covid-19 nel luogo di lavoro, ogni azienda dovrebbe attuare misure di controllo degli accessi e impedire l’ingresso di coloro che hanno sintomi (ad esempio tramite l’uso corretto del termoscanner), oppure che hanno viaggiato di recente verso o da aree con una significativa diffusione comunitaria della malattia o che sono stati a contatto con individui affetti da Covid-19.

Salute e benessere psicologico

Le aziende dovrebbero anche stabilire processi per gestire l'impatto della pandemia sulla salute e sul benessere psicologico dei lavoratori.

La salute e il benessere psicologico possono essere influenzati da rischi psicosociali come:

Inclusività

Il datore di lavoro dovrebbe assicurare che le azioni prese per gestire i rischi derivanti dal Covid-19 nei confronti della salute, sicurezza e benessere lavoro correlati tengano conto degli effetti sui diversi gruppi di lavoratori e altre parti pertinenti interessate. Ad esempio:

Comunicazione

L'organizzazione, anche al fine di ridurre l’impatto psicologico e il rischio di un aumento del livello di stress lavoro correlato, dovrebbe comunicare il proprio impegno a gestire i rischi legati al Covid-19 e informare i lavoratori e le altre parti interessate riguardo:

Igiene

Il datore di lavoro dovrebbe implementare processi per mantenere sicuri gli ambienti dell’azienda attraverso specifiche attività di sanificazione e ridurre il rischio di trasmissione di Covid-19 da superfici contaminate e consentire una buona igiene durante l'orario di lavoro e alla fine di ogni turno di lavoro.

Dovrebbe garantire anche che i lavoratori siano consapevoli dell'importanza delle fondamentali misure individuali di igiene (lavaggio delle mani, uso del disinfettante, sanificazione delle superfici, attenzione nell’utilizzo promiscuo di strumenti e ambienti di lavoro) per limitare la trasmissione del Covid-19. 

Reparti operativi

Le aziende dovrebbero non solo garantire che siano in atto misure di prevenzione e protezione per affrontare i rischi specifici legati al Coronavirus (distanziamento, DPI, ecc.), ma anche valutare se le misure introdotte hanno un impatto negativo sulle misure di sicurezza precedenti o introducono nuovi rischi per la sicurezza e intraprendere azioni per affrontare questi rischi.

L'organizzazione, in particolare, dovrebbe adottare misure per ridurre il rumore di fondo, soprattutto laddove è difficile o impossibile l’allontanamento fisico, per ridurre la necessità per le persone di alzare la voce, circostanza che può aumentare il range di trasmissione dei droplets.

Valutazione delle prestazioni

L’organizzazione dovrebbe usare un approccio sistematico per monitorare e valutare:

Miglioramento

L'organizzazione dovrebbe valutare l’efficacia delle misure con cui gestisce i rischi relativi al Covid-19 e:

Siamo a disposizione per supportarvi nel valutare l’efficacia delle misure di prevenzione del rischio Covid-19. Per informazioni contattaci.

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Uno dei principali sintomi da infezione dovuta al Covid-19 è l’alzarsi della temperatura corporea oltre i 37,5° C. Per questo nel Protocollo condiviso per il contrasto del virus negli ambienti di lavoro ha stabilito che “il personale, prima dell’accesso al luogo di lavoro, potrà essere sottoposto al controllo della temperatura corporea. Se tale temperatura risulterà superiore ai 37,5°C l’ingresso ai luoghi di lavoro non sarà consentito”. Naturalmente le modalità classiche di rilevazione della temperatura (in bocca o nell’incavo ascellare o inguinale) non sono applicabili in azienda. Il metodo che offre maggiori garanzie igieniche è l’utilizzo di un termoscanner o termometro a infrarossi. Ma come si usa il termoscanner in modo corretto per rilevare la temperatura corporea? A questo proposito, l’Inail ha redatto un documento che fornisce indicazione sul corretto utilizzo di questi strumenti sia nei luoghi pubblici sia in quelli privati.

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Pregi e difetti dei termoscanner

Con il termine termoscanner si indica, più propriamente, un termometro a raggi infrarossi (termometro IR). Si tratta di uno strumento portatile che misura la temperatura a partire dalla misurazione dell’energia termica emessa dai corpi. 

I termoscanner per uso umano forniscono misurazioni nell’intervallo compreso tra 32 °C e 42 °C. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la temperatura corporea di un individuo in salute è compresa tra 36,5°C e 37,5°C. 

I vantaggi principali di questo tipo di termometri è che possono essere utilizzati senza contatto con il corpo da misurare ed il tempo di risposta è immediato. Lo svantaggio è che possono presentare margini d’errore significativi: fino a ±1°C. 

Se non usati correttamente, quindi, c’è il rischio di rilevare falsi positivi o negativi. Un rischio a cui si può ovviare attraverso un’appropriata metodologia di utilizzo. Vediamo quindi come si usa il termoscanner corretamente.

LEGGI ANCHE: VALUTAZIONE DEL RISCHIO COVID: CHI DEVE AGGIORNARE IL DVR

Come si usa il termoscanner correttamente

Un parametro molto importante da tenere in considerazione nell’utilizzo del termoscanner è la distanza dal soggetto. In generale, è sufficiente porsi a una distanza tra 1 a 5 cm per rilevare la temperatura in modo corretto. 

Altrettanto importante è misurare la temperatura nella zona corporea giusta. È noto che nei diversi distretti corporei la temperatura della cute si differenzia in modo più o meno grande rispetto a quella interna del corpo.

 Le aree dove misurare correttamente la temperatura corporea con un termoscanner sono:

Come misurare la temperatura corporea all’ingresso

Sapere come si usa il termoscanner è importante nell’ambito di una procedura corretta di misurazione della temperatura all’ingresso dell’azienda. Ecco, a questo proposito, le principali raccomandazioni fornite dall’Inail:

SCARICA IL FILE: Istruzione operativa controllo temperatura

Temperatura corporea e privacy

La rilevazione della temperatura corporea con termoscanner (o altri strumenti analoghi) pone anche delle questioni relative alla privacy anche alla luce dei cambiamenti introdotti dal GDPR. A questo proposito si è espresso anche il Garante della Privacy nella sezione F.A.Q. del suo sito web.

L’ente ha precisato la rilevazione in tempo reale della temperatura corporea, quando è associata all’identità dell’interessato, costituisce un trattamento di dati personali (art. 4, par. 1, 2) del Regolamento (UE) 2016/679). 

Quindi, stabilisce, non è ammessa la registrazione del dato a meno che non sia superata la soglia stabilita dalla legge e comunque solo quando sia necessario documentare le ragioni che hanno impedito l’accesso al luogo di lavoro.Nel caso in cui la temperatura corporea venga rilevata a clienti o visitatori occasionali, anche qualora la temperatura risulti superiore alla soglia indicata nelle disposizioni emergenziali, non è, di regola, necessario registrare il dato relativo al motivo del diniego di accesso.

Che il contagio da Coronavirus sia un rischio che deve essere attentamente considerato da tutte le aziende è cosa ormai nota e acquisita. Sono 54 mila, da febbraio, gli infortuni sul lavoro a seguito Covid-19 registrati dall’Inail. Ora il virus SARS-CoV-2 è stato ufficialmente inserito nell’elenco degli agenti biologici oggetto di valutazione del rischio nei luoghi di lavoro. Ciò significa che, oltre ad adottare le misure di prevenzione previste per legge, ogni datore di lavoro dovrebbe verificare la necessità di aggiornare il Documento di Valutazione del Rischio. Questo per adeguarsi al nuovo contesto sanitario globale.

Valutazione del rischio Covid-19: le nuove norme

Sotto l’aspetto normativo, la valutazione del rischio Covid-19 consegue al DPCM 24 ottobre 2020. Questo provvedimento, tra le altre cose, ha dato infatti attuazione alla Direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno, la quale ha sancito l’inserimento del SARS-CoV-2 nell’Elenco degli agenti biologici di cui è noto che possono causare malattie infettive nell’uomo. (Modificando cioè l’allegato III della direttiva 2000/54/CE relativa alla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un'esposizione ad agenti biologici durante il lavoro).

Anche l’Agenzia Europea per la salute e la sicurezza sul lavoro EU OSHA ha precisato nel Documento COVID-19 EU-OHCA guidance for the workplace, che le misure contro il COVID-19 dovrebbero essere incluse nella valutazione del rischio sul luogo di lavoro che copre tutti i rischi, compresi quelli causati da agenti biologici, come stabilito dalla legislazione nazionale e dell'UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.

Siamo a disposizione per analizzare la specifica situazione della vostra azienda e supportarvi, se necessario, nella valutazione del rischio Covid-19 e nell'aggiornamento del DVR, o degli altri protocolli aziendali. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Chi deve eseguire la valutazione del rischio Covid-19?

L’inserimento del Coronavirus nel DVR dopo una specifica valutazione del rischio è necessaria per tutti i contesti di lavoro in cui la probabilità di esposizione al Covid-19 sia maggiore rispetto a quello della popolazione in generale.  Tale requisito può verificarsi, ad esempio, nel caso in cui i lavoratori abbiano contatti con il pubblico, con clienti o fornitori o con soggetti potenzialmente infetti, oppure siano tenuti a trasferte di lavoro in paesi con un maggior rischio di esposizione al Coronavirus, ecc.

Si applica in questi caso il Titolo X del Testo unico sulla Sicurezza sul lavoro (D.Lgs 81/08) relativo al rischio biologico. Secondo le prescrizioni dell’Art. 28 dello stesso decreto, inoltre, la valutazione del rischio Covid-19 ed il relativo aggiornamento del DVR vanno svolte anche nel caso che il rischio più alto rispetto alla popolazione generale riguardi non l’intera forza lavoro, ma gruppi specifici di lavoratori.

Valutazione del rischio Coronavirus e protocollo aziendale

La necessità o meno di aggiornare il DVR con specifica valutazione del rischio Covid-19, perciò è un’attività che va di pari passo (pur senza avere attinenza diretta) all’applicazione del Protocollo condiviso per il contrasto dell’epidemia di Covid-19 nei luoghi di lavoro e l’adozione del relativo protocollo aziendale. Resta valida quindi l’indicazione relativa all’opportunità di rivedere e armonizzare con le ultime disposizioni anche il Protocollo aziendale anti Covid adottato nelle prime fasi dell’emergenza sanitaria.

DVR: cos’è e quando va aggiornato

Il Documento di valutazione del rischio è uno degli adempimenti fondamentale nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro è tenuto ad adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. 

Il DVR è lo strumento primario per assolvere a quest’obbligo. Realizzare correttamente il DVR è il primo passo per il datore di lavoro per sollevarsi dalle conseguenze di un incidente sul lavoro. A livello legale, ma non solo. Se un’azienda è sicura, infatti, ne beneficia anche la sua efficienza e produttività. Il documento di valutazione dei rischi non ha una scadenza. Deve, però, essere aggiornato entro 30 giorni a seguito di:

La legge richiede al datore di lavoro di non tralasciare alcuna fonte di possibile danno per i lavoratori. Tra queste il rischio biologico, rappresentato da microrganismi nocivi quali virus, ad esempio il Coronavirus, ma anche tossine o batteri come la legionella.

È stata pubblicata la bozza del nuovo DPCM 12 ottobre 2020 con nuove disposizioni in materia di contenimento dell’epidemia di Coronavirus, nonché una nuova Circolare del Ministero della Salute. Inoltre, ha aggiornato le indicazioni riguardo la durata e il termine dell’isolamento e della quarantena. 

Dal punto di vista delle aziende, le numerose disposizioni che si sono susseguite, anche con il recente DL 125/2020, hanno portato diversi cambiamenti. (P.es: gestione dei sospetti casi di Covid-19, formazione, trasferte, ecc.). Il protocollo aziendale anti Covid-19 già adottato, quindi, dovrebbe essere riesaminato per evitare contrasti con la normativa in vigore. Siamo a disposizione per assistervi nella verifica ed aggiornamento del protocollo e per formare i lavoratori ad operare in sicurezza e nel rispetto delle norme. Per informazioni contattaci. 

DPCM 12 ottobre e mascherina

Il nuovo DPCM rende obbligatorio, su tutto il territorio nazionale, l’uso della mascherina nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private. (Resta, tuttavia, consigliata nel caso si sia in presenza di persone non conviventi). È, inoltre, obbligatoria, in tutti i luoghi all’aperto con l’eccezione dei casi in cui sia garantita in modo continuativo la condizione di isolamento rispetto a persone non conviventi. Si possono utilizzare mascherine monouso, ma anche quelle lavabili (e autoprodotte), in materiali multistrato idonei a fornire un’adeguata barriera. Inoltre, è confermato l’obbligo di mantenere una distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro.

Chi è escluso dall’obbligo

Restano esclusi dall’obbligo di indossare la mascherina le seguenti categorie:

Corsi di formazione: il DPCM 12 ottobre non introduce nuove proroghe 

Il nuovo DPCM 12 ottobre, come il precedente D.L. 125/2020, non ha introdotto ulteriori proroghe alla scadenza degli attestati obbligatori connessi alla formazione per lavoratori. Resta valida quindi la precedente disposizione, introdotta dal D.L. 18/2020 “Cura Italia”, in base alla quale tutti gli atti abilitativi in scadenza tra il 31 gennaio 2020 e il 31 luglio 2020, conservano la loro validità fino al 31 ottobre 2020. Gli attestati in scadenza in una finestra successiva al 31 luglio dovranno invece essere aggiornati seguendo le normali procedure richieste dalla normativa di riferimento. 

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Raccomandazioni per le attività produttive e professionali

In merito alle attività produttive industriali e commerciali il DPCM 12 ottobre raccomanda il rispetto del protocollo per il contenimento del Covid-19 in vigore dal 24 maggio 2020, fatte salve le nuove misure introdotte. Per questo è opportuno che il protocollo aziendale interno già adottato sia verificato e aggiornato in modo da essere coerente con le norme attualmente in vigore.

Per quanto riguarda le attività professionali,  siano svolte anche mediante modalità di lavoro agile dal proprio domicilio o in modalità a distanza. Inoltre, consiglia di incentivare le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti. Viene, inoltre, raccomandato alle aziende il rispetto di protocolli anti contagio e che siano incentivate le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro.

Limitazione degli spostamenti da e per l’estero

Sono vietati gli spostamenti da e per Stati e territori di cui all’elenco E dell’allegato 20 del nuovo DPCM, l’ingresso e il transito nel territorio nazionale delle persone che hanno transitato o soggiornato negli stessi Stati o territori nei quattordici giorni antecedenti. Inoltre, sono proibiti gli spostamenti verso gli Stati o territori dell’elenco F sempre dell’allegato 20. Tutto questo vale con l’eccezione di alcuni casi, che vanno comprovati mediante la dichiarazione di cui all’articolo 5, comma 1, del nuovo DPCM. Alcune di queste eccezioni sono le seguenti:

Sono vietati, inoltre, l’ingresso e il transito nel territorio nazionale alle persone che hanno transitato o soggiornato negli Stati e territori di cui all’elenco F dell’allegato 20 del nuovo DPCM nei quattordici giorni antecedenti.

Inoltre, chiunque faccia ingresso in Italia (per qualunque durata) dagli Stati o dai territori esteri previsti dal nuovo DPCM, è tenuto a consegnare a chi sia deputato a effettuare controlli, una dichiarazione resa ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000, n. 445 che consenta di verificare, tra le altre cose:

All’ingresso in Italia

Chi ha soggiornato o transitato, nei quattordici giorni precedenti, negli Stati o nei territori previsti dal nuovo DPCM, devono essere sottoposte alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario. A questa abitazione o dimora, inoltre, ci si deve recare esclusivamente con il mezzo privato, fatto salvo il caso di transito aeroportuale. Nel caso ciò non sia possibile, l’Autorità sanitaria competente per territorio provvede subito a informare la Protezione Civile. Questa, in coordinamento con il Dipartimento della protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri, determina le modalità e il luogo dove svolgere la sorveglianza sanitaria e l’isolamento fiduciario. Le spese, in questo caso, sono a carico esclusivo delle persone sottoposte alla predetta misura. Tutto questo, anche nel caso di individui asintomatici. In caso di insorgenza di sintomi da Coronavirus, i soggetti sono obbligati a segnalare la situazione all’Autorità sanitaria.

Circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020

La nuova Circolare del ministero della Salute del 12 ottobre 2020 aggiorna le indicazioni riguardo la durata e il termine dell’isolamento e della quarantena. In primo luogo, rende chiara la differenza tra isolamento e quarantena in quanto il primo si riferisce a casi di documentata infezione da SARS-CoV-2. La seconda, fa riferimento alla restrizione dei movimenti di persone sane per la durata del periodo di incubazione, ma che potrebbero essere state esposte ad un agente infettivo o ad una malattia contagiosa, con l’obiettivo di monitorare l’eventuale comparsa di sintomi e identificare tempestivamente nuovi casi.

Casi positivi asintomatici

Le persone asintomatiche risultate positive alla ricerca di SARS-CoV-2 possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa della positività. Al termine del quale risulti eseguito un test molecolare con risultato negativo (10 giorni + test).

Casi positivi sintomatici

Le persone sintomatiche risultate positive alla ricerca di SARS-CoV-2 possono rientrare in comunità dopo un periodo di isolamento di almeno 10 giorni dalla comparsa dei sintomi. (Non considerando anosmia e ageusia/disgeusia che possono avere prolungata persistenza nel tempo). Accompagnato da un test molecolare con riscontro negativo eseguito dopo almeno 3 giorni senza sintomi (10 giorni, di cui almeno 3 giorni senza sintomi + test).

Casi positivi a lungo termine

Le persone che, pur non presentando più sintomi, continuano a risultare positive al test molecolare per SARS-CoV-2, in caso di assenza di sintomatologia (fatta eccezione per ageusia/disgeusia e anosmia che possono perdurare per diverso tempo dopo la guarigione) da almeno una settimana, potranno interrompere l’isolamento dopo 21 giorni dalla comparsa dei sintomi. Questo criterio potrà essere modulato dalle autorità sanitarie d’intesa con esperti clinici e microbiologi/virologi, tenendo conto dello stato immunitario delle persone interessate (nei pazienti immunodepressi il periodo di contagiosità può essere prolungato).

Contatti stretti asintomatici

I contatti stretti di casi con infezione da SARS-CoV-2 confermati e identificati dalle autorità sanitarie, devono osservare:

Nella circolare, si raccomanda, inoltre, di:

Con l’arrivo dell’estate, molte aziende hanno pianificato le ferie annuali. Ma come fare i conti con il successivo rientro, data l’attuale allerta sanitaria?
Il Consiglio dei Ministri ha deliberato la proroga dello stato d’emergenza dichiarato lo scorso 31 gennaio fino al 15 ottobre 2020. Ciò in conseguenza della dichiarazione di “emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale” da parte della Organizzazione mondiale della sanità (OMS). In questo articolo parleremo di come devono attrezzarsi le aziende per prevenire contagi “di rientro”, mettendo a disposizione un modello di Informativa  e autocertificazione per il ritorno dalle ferie e Covid-19.

L’informativa per il ritorno dalle ferie e Covid-19

Al fine di proteggere il più possibile sia i dipendenti dal contagio, sia l’Azienda dai danni economici della scoperta di un caso al suo interno, l’Azienda può distribuire a tutto il personale, dietro ricevuta,  un’informativa per il rientro dalle ferie e Covid 19.

Con questo documento, il datore di lavoro comunica al lavoratore che, in caso di:

egli deve comunicarlo subito al Dipartimento di prevenzione dell'ULSS (tramite modulo online), che provvederà a sottoporlo a sorveglianza sanitaria e restare in quarantena fiduciaria per un periodo di 14 giorni. 

SCARICA IL MODELLO DI INFORMATIVA
CON L’AUTOCERTIFICAZIONE

Procedura per il ritorno dalle ferie e Covid-19

Dopo che l’azienda ha distribuito l’informativa a tutto il personale (dietro apposita ricevuta) ogni dipendente, per accedere al lavoro:

Restituendo compilata e firmata l’autocertificazione per il rientro dalle ferie e Covid 19 il lavoratore dichiara di NON:

Rientro dalle ferie e responsabilità del datore di lavoro

Se il Datore di Lavoro, non deve ammettere il dipendente al lavoro se sa per certo, o ha il dubbio fondato che il lavoratore sia rientrato dall’estero senza rispettare l’obbligo di segnalazione al Dipartimento di prevenzione dell'ULSS e di quarantena fiduciaria da Stati diversi da quelli elencati nell’informativa o da aree che, pur comprese negli Stati elencati nell’informativa, sono considerate pericolose in base ai dati epidemiologici del momento. In questo caso egli deve invece:

Altre informazioni sulla fruizione delle ferie durante l’epidemia di coronavirus qui (link).

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La pandemia di Coronavirus ha reso necessario introdurre alcune novità per il primo soccorso  per tutelare la salute dei soccorritori e contrastare la diffusione del Covid-19. Il Ministero della Salute ha recentemente emanato una circolare con cui ha introdotto nuove linee guida per i soccorritori laici, compresi gli addetti al primo soccorso aziendale. Lo stesso documento contiene indicazioni anche per il soccorso balneare e novità anche sulla formazione in materia di primo soccorso. In questo articolo vedremo i cambiamenti introdotti nelle manovre di soccorso, in particolare nella rianimazione cardio polmonare.

Arresto cardiaco e primo soccorso

L’arresto cardiocircolatorio rappresenta la principale causa di morte nel nostro Paese. Ogni anno, in Italia, il 35% dei decessi sono causati da patologie cardiache. Una delle principali procedure di emergenza che si attua in una persona che si trova in arresto cardiaco o respiratorio è la Rianimazione Cardio Polmonare (RCP), anche nota come “massaggio cardiaco”. La RCP cerca di preservare manualmente il circolo sanguigno, e lo fa combinando compressioni toraciche con una ventilazione artificiale. Questa tecnica è usata sia dai soccorritori sanitari, sia dai soccorritori acquatici (bagnini di salvataggio). Ma anche dai cosiddetti “soccorritori laici”: ovvero qualsiasi cittadino cui sia stata somministrata l’adeguata formazione, come ad esempio i soccorritori aziendali, o che riceva indicazioni da personale sanitario.

Covid-19 e RCP

Com’è noto il Coronavirus si diffonde principalmente attraverso il “droplet”, cioè le minuscole goccioline di saliva emesse dalle persone quando parlano e respirano. Goccioline infette che possono andare a posarsi anche sulle superfici, dove il virus può rimanere attivo per molte ore fino a essere “raccolto” dalle mani di un’altra persona. O che possono colpire gli altri in modo diretto. In questo caso il rischio è tanto maggiore se non viene rispettata la distanza minima di un metro per un tempo prolungato. Dato che la RCP richiede un contatto diretto tra soccorritore e paziente, che è massimo nel momento della respirazione bocca a bocca, il rischio di contagio per i soccorritori è sempre elevato. 

Come ridurre il rischio di contagio nella RCP

Per ridurre il rischio di contagio, sono state introdotte delle novità per il primo soccorso. I soccorritori devono eseguire la rianimazione solo con le compressioni toraciche e i defibrillatori, senza avvicinarsi al viso del paziente per stabilire la presenza di respiro, come invece previsto dalle “manovre GAS” (Guardo, Ascolto e Sento) in uso prima della pandemia.

Il soccorritore deve:

La formazione al primo soccorso

Il documento emanato dal Ministero della Salute, disciplina vari aspetti della formazione in materia di sicurezza. Prevede, ad esempio l’obbligo di indossare mascherina e guanti monouso durante tutto il training della RCP sui manichini. Al termine di ogni manovra questi devono essere sanificati con appositi disinfettanti specifici e carta monouso. I nostri corsi di primo soccorso sono già aggiornati, sia in termini di contenuti che per quanto riguarda la sicurezza dei corsisti e dei docenti, alle più recenti norme in materia di prevenzione del contagio.

Per conoscere tutti i nostri prossimi corsi consulta il nostro calendario online. Per richiedere attività formative presso la propria sede aziendale o ulteriori informazioni contattaci.

Novità per il soccorso balneare

La circolare ministeriale introduce anche specifiche novità per il primo soccorso balneare. L’annegamento infatti rappresenta ancora una causa importante di mortalità. Si contano, infatti, circa 400 mila decessi in tutto il mondo per annegamento ogni anno, di cui all’incirca 400 in Italia. Questo rischio, naturalmente, permane anche nell’attuale situazione di emergenza sanitaria.

È quindi importante adottare precauzioni di carattere infettivologico, per evitare di mettere a rischio sia il bagnino di salvataggio sia il paziente. Per evitare il rischio di contagio, il soccorritore deve:

Foto di succo da Pixabay

Quando è scoppiata la pandemia di Coronavirus, in molti non lo conoscevano. Ora è salito alla ribalta. Di cosa parliamo? Di smart work e sicurezza sul lavoro. In questo post, vedremo: 

Smart work: gli italiani dicono sì

Lo smart work (anche chiamato lavoro agile) non è una tipologia contrattuale, bensì una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato in cui mancano vincoli orari o spaziali. Per operare in smart work, si usano strumenti che consentono di lavorare da remoto, come computer, tablet e smartphone. Come abbiamo visto in un post precedente, lo smart work viene definito nella Legge n. 81/2017 ed è organizzato per fasi, cicli e obiettivi che vengono accordati tra datore di lavoro e dipendente. 

Secondo un recente sondaggio l’80% degli italiani che lavora da casa giudica positivamente questa modalità e il 37% sarebbe disposto a rinunciare a parte del proprio stipendio pur di continuare a lavorare con modalità smart work. Tuttavia, è da tenere in considerazione che un italiano su tre ha problemi per l’accesso alla rete o non ha disponibilità di computer e apparecchi tecnologici.

Smart work e telelavoro

Molto spesso, i termini smart work e telelavoro vengono usati erroneamente come sinonimi. In realtà, infatti, queste sono due modalità di lavoro distinte. Le differenze tra le due, sono soprattutto per quanto riguarda orario e luogo di lavoro. 

Questa distinzione è importante, perché nel caso di telelavoro (ma non in caso di smart working, dato il carattere di flessibilità di questa modalità) l’azienda è tenuta a fornire al lavoratore una postazione ergonomica in cui svolgere l’attività. Nel caso di smart working, invece, particolare attenzione deve essere posta al “diritto alla disconnessione” del lavoratore.

Smart work e sicurezza: cosa deve fare il datore di lavoro

Secondo l'articolo 22 del d.lgs. n. 81/2017, il datore di lavoro deve garantire la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità smart working. Deve, tra le altre cose, consegnare al lavoratore (ed eventualmente al Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro. 

Verifiche e sorveglianza

Il datore di lavoro, teoricamente, sarebbe tenuto anche per i lavoratori in smart work a verificare tramite sopralluogo la corretta attuazione della normativa in materia di salute e sicurezza. Tuttavia in pratica ciò non è sempre possibile. Qualora la prestazione sia svolta prevalentemente presso il domicilio del lavoratore infatti, la verifica è subordinata al preavviso e al consenso dello stesso. Se necessario i lavoratori devono anche essere sottoposti a sorveglianza sanitaria (p. es. in relazione ai rischi connessi all’uso continuativo di videoterminale).

Tutela contro infortuni

In materia di smart work e sicurezza, l'articolo 23 del suddetto d.lgs., riconosce al lavoratore il diritto alla tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dipendenti da rischi connessi alla prestazione lavorativa resa all’esterno dei locali aziendali.  Prevede inoltre la tutela INAIL per infortuni e malattie professionali (secondo le modalità illustrate nella Circolare n. 48/2017) e anche per infortuni in itinere. In quest’ultimo caso, tuttavia, la copertura è limitata agli spostamenti dettati da esigenze connesse alla prestazione stessa o dalla necessità del lavoratore di conciliare le esigenze di vita con quelle lavorative e risponda a criteri di ragionevolezza.

Smart work e formazione obbligatoria

Anche i lavoratori in smart working sono sottoposti agli obblighi formativi come tutti gli altri lavoratori. Oltre alla formazione generale, in base alla mansione svolta, il datore di lavoro dovrà considerare anche corsi relativi ai rischi specifici connessi al lavoro agile. Per esempio: la scelta del luogo di lavoro, l’allestimento della postazione, l’uso degli strumenti tecnologici. Ricordiamo che molti corsi di formazione possono essere erogati a distanza: una modalità particolarmente utile in caso di lavoro agile. I corsi in videoconferenza, in ogni caso, dovranno essere privilegiati per tutti i lavoratori (salvo impossibilità oggettive) fino alla fine dell’emergenza sanitaria.

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Obblighi del lavoratore

Il lavoratore, dal canto suo, ha l’obbligo di cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione predisposte dal datore di lavoro per fronteggiare i rischi connessi a un ambiente diverso dal luogo di lavoro. Deve, inoltre, evitare luoghi, ambienti, situazioni e circostanze che possano rappresentare un pericolo per se stessi o per terzi.

Informativa Inail sullo smart work

L’INAIL ha rilasciato un’informativa sulla salute e sicurezza nel lavoro agile ai sensi dell’articolo 22, comma 1, L. 81/2017 (scaricabile al seguente link) così strutturata:

Alla fine dell’informativa, è riportata una tabella riepilogativa in cui si indica in quali dei diversi scenari lavorativi dovranno trovare applicazione le informazioni contenute nei diversi capitoli.

Rischi specifici dello smart work

La modalità di lavoro agile, oltre ai rischi generici connessi al tipo di mansione (relativi ad esempio l’uso di videoterminali o alla postura di lavoro), presenta anche dei rischi specifici. Ecco alcuni esempi che dovrebbero essere tenuti in considerazione dal datore di lavoro in materia di smart work e sicurezza. Ad esempio può valutare la possibilità di un aggiornamento del DVR e la creazione di piani formativi ad hoc:

Smart work e Decreto Rilancio

Con lo scoppio della pandemia di Coronavirus, per far fronte a tale emergenza, il Governo ha emanato il 1° marzo 2020 il Decreto Rilancio che interviene anche sulle modalità di accesso allo smart working. Stabilisce che i datori di lavoro potranno applicare la modalità di smart work a ogni rapporto di lavoro subordinato fino alla cessazione dello stato di emergenza e, comunque, non oltre il 31 dicembre 2020. È stata anche introdotta una nuova procedura semplificata per la comunicazione dei dati dei lavoratori in lavoro agile.

I lavoratori con almeno un figlio a carico che abbia meno di 14 anni avranno diritto al lavoro agile a condizione che: 

Con la “fase tre” riprende la possibilità di erogare anche in presenza corsi di formazione per lavoratori in materia di salute e sicurezza. In ogni caso, la normativa prevede ancora limitazioni. In questo articolo parliamo delle misure di prevenzione che applicheremo fino al 14 luglio (salvo diverse comunicazioni).

I nostri prossimi corsi

Per conoscere tutti i nostri prossimi corsi consulta il nostro calendario online. Per richiedere attività formative presso la propria sede aziendale o ulteriori informazioni contattaci.

Norme generali di prevenzione

In generale, per garantire i maggiori standard di sicurezza per docenti e corsisti:

Riprendono i corsi sulla sicurezza in presenza

Nella prima fase della crisi Coronavirus la formazione in materia di sicurezza sul lavoro era stata sospesa (con l’esclusione di quella online). A fine maggio il Ministero del Lavoro aveva riammesso i corsi in presenza, dando adito però ad una serie di dubbi interpretativi. Il DPCM 11 giugno fa chiarezza in materia:

Linee guida per i corsi sulla sicurezza in presenza

Ecco nel dettaglio le nostre linee guida per lo svolgimento dei corsi sulla sicurezza per lavoratori in presenza definite per garantire la sicurezza di corsisti e docenti in ottemperanza alla normativa vigente.

Formazione presso la sede del cliente

Formazione presso la nostra sede

Visto che le normative in materia sono tuttora in costante aggiornamento, queste linee guida potranno essere modificate in ottemperanza alle indicazioni delle autorità Vi ringraziamo fin da ora per la collaborazione.

Con l’arrivo dell’estate e l’innalzarsi delle temperature e con il perdurare delle misure a contrasto di un ritorno del Covid-19 è utile approfondire il tema dell’uso e della sanificazione dei condizionatori d’aria nei luoghi di lavoro. Una questione che riguarda anche il tema del microclima: a sua volta un fattore che influenza salute e benessere dei lavoratori. 

Anche se non espressamente previsto dal Protocollo COVID per gli ambienti di lavoro, la possibilità teorica di trasmissione del Coronavirus anche tramite polveri e aerosol ha portato i riflettori sul tema della qualità dell’aria. In merito quindi l’Istituto Superiore di Sanità ha emesso specifiche raccomandazioni per l’uso di condizionatori.

Condizionatori e Covid-19

È noto che il Covid-19 si diffonde attraverso il “droplet”, cioè le minuscole goccioline d'acqua, emesse dalle persone quando parlano e respirano. Goccioline infette che possono andare a posarsi anche sulle superfici, dove il virus può rimanere attivo per molte ore fino ad essere “raccolto” dalle mani di un’altra persona. Per questo tra le misure di contrasto dell’epidemia di Coronavirus ha un peso anche la sanificazione degli ambienti di lavoro

Questo tuttavia riguarda anche gli impianti di ricircolo e ricambio dell’aria. Questi sistemi infatti possono veicolare agenti patogeni insieme a polvere e condensa e/o raccoglerli nei loro filtri e vasche di raccolta. E non parliamo solo di virus come SARS-Cov-2. Avevamo già parlato ad esempio dell’importanza della sanificazione dei condizionatori in relazione all’epidemia di legionella che aveva colpito in particolare la Lombardia nel 2018. 

La qualità dell’aria negli ambienti di lavoro

La qualità dell’aria degli ambienti lavorativi, in ogni caso, è importante non solo per gli effetti del Covid o di altri patogeni. L’Istituto superiore di sanità, infatti, nel suo rapporto COVID n° 5/2020 in cui parla anche di sanificazione dei condizionatori, ricorda che questo parametro influenza in generale la salute e il benessere e la produttività dei lavoratori. 

Uno scarso ricambio d’aria favorisce, negli ambienti indoor, la trasmissione di agenti patogeni tra i lavoratori. Per questi motivi, è importante innanzitutto, ove possibile, garantire un ricircolo naturale d’aria aprendo le finestre. Possibilmente quelle affacciate su strade poco trafficate e in ogni caso non negli orari di punta del traffico.

Il ricambio dell’aria deve tener conto del numero di lavoratori, del tipo di attività e del tempo di permanenza negli ambienti di lavoro. Se non è possibile un sufficiente ricambio d’aria naturale, l’ingresso di aria esterna va garantito attraverso appositi impianti di ventilazione (UTA/VMA), che secondo l’ISS in questa fase andrebbero tenuti attivi 24/7.

Condizionatori accesi o finestre aperte?

Il rischio legato agli impianti di raffrescamento o riscaldamento non è legato alla funzione di ricambio d’aria, quanto a quella di ricircolo. Mentre infatti l’apporto di aria “primaria” dall’esterno è una buona norma di prevenzione, la circolazione forzata di aria in ambienti condivisi può favorire il trasporto di agenti patogeni.

La maggior parte dei condizionatori (ma lo stesso vale per i termoconvettori) fanno ricorso ad una quota di ricircolo d’aria per ragioni di risparmio energetico. L’ISS indica di disattivare la funzione di ricircolo o di rimodulare il funzionamento dell’impianto in modo da garantire il ricambio d’aria. In altre parole: tenere le finestre aperte.

Sconsigliato, infine, l’utilizzo di ventilatori a soffitto o portatili. In questa fase - afferma l’ISS - è più importante proteggere le persone dal contagio piuttosto che garantire il comfort termico. Resta il fatto che anche il caldo è un rischio potenzialmente serio per la salute che deve essere monitorato anche in relazione al nuovo contesto.

Sanificazione dei condizionatori: come fare?

Secondo l’ISS la pulizia dei filtri e delle bacinelle di raccolta della condensa degli impianti di condizionamento ed il controllo della batteria di scambio termico possono contribuire a rendere più sicuri gli edifici riducendo la trasmissione delle malattie, compreso il virus SARS-CoV-2. Va prestata particolare attenzione, quindi, alla sanificazione dei condizionatori e dei termoconvettori o fancoil. L’ISS consiglia quindi una serie di azioni per mantenere un corretto livello di qualità dell’aria.

Altre indicazioni su COVID e condizionatori

L’ISS sottolinea che nessun sistema di ventilazione può eliminare tutti i rischi. Tuttavia, se correttamente progettato e manutenuto in efficienza può sicuramente essere d’aiuto per ridurre i rischi di esposizione e contaminazione dal virus.

A questo proposito i concetti di efficienza energetica e qualità dell’aria andrebbero coniugati con i principali riferimenti dell’OMS e con quelli indicati dal Gruppo di studio “Inquinamento Indoor” dell’ISS, non sempre tenuti in considerati in fase di progettazione.

Consulenza protocollo COVID-19

Ricordiamo che con il nostro nostro servizio di consulenza COVID-19 in materia di salute e sicurezza sul lavoro forniamo supporto a tutte le attività di ogni dimensione  per:

I nostri tecnici, anche in videocall, sono a disposizione per individuare le modalità più efficienti tutelare la salute dei lavoratori e garantire l’operatività aziendale immediata in linea con le normative vigenti. Per ulteriori informazioni contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

La sanificazione degli ambienti di lavoro è un’attività raccomandata dal Ministero della Salute per il contrasto dell’epidemia di Coronavirus. Un principio già inserito nel Protocollo condiviso di contenimento del COVID-19 negli ambienti di lavoro. E che avrà un’importanza ancor più grande nella “fase due”: quella della ripartenza.  
Per questo vi segnaliamo il nuovo servizio di sanificazione degli ambienti di lavoro del nostro partner Pragma Chimica. Una prestazione che combina un'esperienza pluriennale, prodotti testati contro SARS-CoV-2 e su un’innovativa tecnologia di nebulizzazione ad ultrasuoni che consente un’efficace disinfezione dell’aria e delle superfici.

La sanificazione degli ambienti di lavoro è anche oggetto di incentivo economico tramite credito d'imposta. La norma è contenuta nel decreto "Cura Italia ed ampliata nel più recente decreto "Liquidità". Maggiori informazioni sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico.

Perché è importante la sanificazione degli ambienti di lavoro?

L’importanza della sanificazione degli ambienti di lavoro deriva dal fatto che la presenza di una persona infetta, anche priva di sintomi, in un ambiente lavorativo determina un rischio che si protrae per un tempo elevato. Un’importante via di contagio da COVID-19, infatti, è quella “indiretta”. Sappiamo che il principale vettore del Coronavirus sono le goccioline di saliva (droplet) emesse tossendo, starnutendo, parlando o anche respirando. 
Se il droplet di una persona infetta (anche asintomatica) viene respirato da una persona sana si ha un contagio “diretto”. Il droplet, tuttavia, si deposita anche sulle superfici, dove il SARS-CoV-2 può sopravvivere per ore e in alcuni casi per giorni. Il contagio “indiretto” avviene toccando una superficie infetta e poi portando la mano alla bocca, al naso, agli occhi. Per questo è importante la sistematica sanificazione degli ambienti condivisi. 

Scarica il modello di registro pulizie e sanificazioni

Servizio di sanificazione degli ambienti di lavoro

Il servizio di sanificazione degli ambienti di lavoro offerto da Pragma Chimica prevede l’impiego di:

Quanto resiste il Coronavirus sulle superfici?

La sanificazione degli ambienti di lavoro è importante perché il Coronavirus può continuare ad infettare una superficie fino a 48-72 ore. Lo rivela una ricerca di recente pubblicazione che ha misurato il calo nel tempo della capacità infettante di un campione di SARS-CoV-2 depositato su superfici di quattro diversi materiali. Plastica e acciaio sono risultati i substrati più favorevoli al virus, rame e cartone quelli meno accoglienti.

  CAPACITÀ INFETTANTE  
MATERIALE Dimezzamento Perdita completa
Plastica (Polipropilene) 7 ore 72 ore (i)
Acciaio inox 6 ore 48 ore (i)
Cartone 5 ore 24 ore
Rame 2 ore 4 ore

i = scomparsa non completa ma capacità infettate comunque molto bassa

Sanificazione e protocollo di contenimento COVID-19

Il “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”, tra le altre misure, dispone esplicitamente come condizione per la prosecuzione dell’attività lavorativa:

Il protocollo è il documento firmato dal Governo il 14 marzo frutto di un accordo con organizzazioni sindacali e datoriali per la tutela della salute dei lavoratori. Il rispetto di queste misure è la precondizione per consentire l’attività delle aziende (anche di quelle considerate “strategiche”). 
È ragionevole pensare che queste norme (già oggetto di controlli da parte dello SPISAL in Veneto ed in altre regioni) saranno estese a tutte le aziende dopo la fine del lockdown, nella cosiddetta “fase due” che potrebbe iniziare gradualmente tra metà aprile e l’inizio di maggio. 

Invitiamo tutti ad attenersi rigidamente al rispetto di tutte le regole emanate per prevenire il contagio nei luoghi di lavoro e non. 

Siamo a disposizione per offrire consulenza legata alla sanificazione degli ambienti di lavoro, alla valutazione del rischio COVID-19 ed alle misure di prevenzione necessarie per la ripresa o il proseguimento dell'attività aziendale. Per qualsiasi informazione, contattaci. Ci trovi ad Arzignano, in provincia di Vicenza.

Mettiamo a vostra disposizione una check list di controllo per il protocollo di contenimento COVID-19 ad uso dei i datori di lavoro e/o degli incaricati alla verifica della sua attuazione. (Le misure riportate sono da adattare in funzione a quanto predisposto in azienda). Disponibile sempre qui sotto il modello di registro pulizie e sanificazioni.

Scopri il servizio di sanificazione per i luoghi di lavoro del nostro partner Pragma Chimica: una misura indicata dal protocollo per il contenimento del COVID-19 nelle aziende.

Ricordiamo che è iniziata l’attività di controllo degli SPISAL territoriali per il rispetto delle misure di prevenzione nelle aziende. A questo link trovate le nuove Indicazioni della Regione Veneto per la tutela della salute negli ambienti di lavoro (l'ultima versione aggiornata al 14 marzo, che integra e sostituisce le precedenti).

Invitiamo tutti ad attenersi rigidamente al rispetto di tutte le regole emanate per prevenire il contagio nei luoghi di lavoro e non. 

Scarica la check list di controllo per il contenimento COVID-19 nelle aziende
Scarica il modello di registro pulizie e sanificazioni

Il protocollo di contenimento COVID-19 nelle aziende

Il 14 marzo il Presidente del Consiglio, i ministri dell’economia, del lavoro, dello sviluppo economico e della salute hanno sottoscritto con le organizzazioni sindacali e datoriali il “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”. L'accordo ha l’obiettivo di assicurare la tutela della salute dei lavoratori e le necessarie condizioni di sicurezza in tutti i luoghi di lavoro, nel rispetto delle indicazioni formulate dal Ministero della Salute sulla gestione del rischio Covid-19 nei luoghi di lavoro.
In particolare, il documento prevede che la prosecuzione delle attività produttive possa avvenire solo a condizione che siano assicurati ai lavoratori adeguati livelli di protezione. Per favorire il contenimento del virus è possibile prevedere la sospensione e la riduzione temporanea dell’attività o adottare il più possibile la modalità di lavoro agile. L’accordo indica particolari misure di contenimento che seguono protocolli di sicurezza anticontagio (distanza interpersonale tra i lavoratori o adozione dei dispositivi di sicurezza).

Le indicazioni del protocollo di contenimento COVID-19 nelle aziende

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